Racconto di Daniela Piu

(prima pubblicazione)

 

“Oh, mamma mia, è tempo da torte!”
Truman Capote

Immagina una luminosa mattina di giugno, più di trent’anni fa. Il sole entra dritto nell’interminabile corridoio di graniglia dell’appartamento di Teresa. Il portone è spalancato perché ha passato lo straccio e sta lasciando asciugare il suolo lavato con un detersivo che profuma di lavanda.
Lei non si vede perché è nel bagno dove sta svuotando il secchio, eppure la si sente cantare a voce spiegata una canzone di Sergio Endrigo. Teresa è convinta di poter partecipare al Festival di Sanremo essendo così intonata e possedendo una voce tanto singolare: “Un figurone farei – mi ripete ogni volta che descrive il suo debutto sognato – mi vestirei con il mio vestito di seta rosa”, il suo preferito, che indossa solo per la messa della vigilia di Natale, quella di mezzanotte.
Appena il pavimento si asciuga la raggiungo di corsa, percorrendo quel lunghissimo corridoio a elle che nasconde, nell’ultimo tratto appena girato l’angolo, le porte del bagno e della cucina. Lei sta ancora cantando: “Tereeesa, quando mi hai dato il primo bacio sulla bocca…”, e si accinge a stirare.
Io ho appena compiuto nove anni e adoro questa donna alta e magra, con i capelli a caschetto tinti di biondo cenere. Teresa non è mia madre, eppure le voglio bene come se lo fosse e glielo dimostro correndo da lei ogni volta che posso. Passo quasi tutto il mio tempo con lei, i miei genitori non ci sono mai e quando ci sono urlano e mi maledicono tanto che scappo in fretta in fretta nella porta accanto, quella di Teresa.

“Sembri mia figlia, SEI mia figlia. Siamo uguali io e te”, me lo ripete da molti anni e io ci credo, anche se so che siamo solo cugine e molto alla lontana per giunta.
Mi ha tagliato i capelli come i suoi, con la frangetta a metà fronte, e appena sarà tempo di mare anche a me diventeranno biondi. Aspetto il sole d’estate per tutto l’anno apposta per diventare bionda come lei. Oggi è lunedì e vado con Teresa dalla lattaia per fare la spesa. C’è in quel piccolo negozio talmente tanta roba buona stipata da non credersi. Il bancone di acciaio è ornato di grandi vasi di vetro pieni zeppi di caramelle, cioccolatini, liquirizie, arrotolate o farcite, poi c’è la frutta candita… ma a me piacciono i moretti, vado matta per i moretti! così Teresa me ne compra uno tutte le volte che entriamo. La lattaia invece mi regala i boeri, che Teresa mi sequestra appena uscite dal negozio per mangiarseli lei. “Hanno il liquore, per carità! Fanno male al pancino”. Tanto io sono troppo occupata ad addentare il mio moretto senza perdere neanche una goccia di quella panna dolce e compatta che il cioccolato nasconde.
Appena arrivate a casa so già cosa faremo. “Tereeesa, quando ti ho dato quella rosa, rosa rossa…”, lei canta contenta mentre riempie la terrina con i rossi d’uovo, gli albumi vanno nell’altra. Facciamo la più buona torta del mondo, quella di Teresa. Una volta che ha finito di amalgamare le uova e lo zucchero, la teglia imburrata e infarinata, versataci dentro la miscela, finalmente arriva il mio turno di lavoro: ripulire bene la terrina con un cucchiaino e, se voglio, anche con la lingua. Che delizia! Nella cucina si spande il profumo della torta che cuoce, si mischia a quello del limone grattugiato per la crema e dell’alchermes. Anche il corridoio sa di buono, di vanillina e burro.
A una certa ora arriveranno i suoi amici, come tutte le sere, e io rimarrò in cucina buona buona a guardare la televisione, mentre lei starà con loro per un po’, nella stanza vicino all’ingresso. È una bella cameretta con la tappezzeria a strisce fatte di tante piccole rose intrecciate che vengono giù dal soffitto; si affaccia sullo scalone che scende verso il cortile. C’è un grande divano bianco come la neve che la sera diventa un lettone dalle lenzuola candide nel quale mi è capitato di dormire a volte, accanto a Teresa. Troppo poche rispetto a quelle che mi sarebbe piaciuto, i miei mi vogliono a casa la sera.
Teresa ha delle camicie da notte di morbido chiffon che sono un vero schianto, tutte pizzo e nastri. Ha promesso che me ne regalerà una quando mi verranno le mie cose. Gli amici di Teresa sono tutti gentili con me, dei signori con le tasche sempre piene di monetine da regalare. Sono tanti, talmente tanti che non li riconosco uno dall’altro. Capisco che tolgono il disturbo quando Teresa si mette a cantare sotto la doccia: “Amaaare come sai tu non sa nessuna…”. Spengo la tele e vado ad aiutarla, le passo il guanto di crine sulla schiena e le porto gli asciugamani puliti dall’armadio a muro del corridoio. Quel lunghissimo corridoio tirato sempre a lucido, scintillante, e con i vasi colmi di rose che le portano i suoi amici. Rose rosse.

La toilette di Teresa dura a lungo e io ne faccio parte, sono la sua cameriera tuttofare. Le porto gli attrezzi del mestiere mentre lei sta seduta davanti alla specchiera: le spazzole cilindriche sottili come un aspide per la frangetta, quelle larghe come un anaconda per il resto dei capelli, phon, pettini, forcine, forbicine, la lima, lo smalto è rosso come il sangue, pinzette, ceretta, pennelli e make-up… eccola ritornare splendida e in ordine come al solito.

Anche se lei dice di essere una delle più belle donne della città, Teresa non è bella. È magrolina, quasi non ha seno, non raggiunge il metro e settanta. Le cosce sono troppo grosse rispetto al resto del corpo, con i segni della cellulite di cui si lamenta mentre si strofina con un unguento che dovrebbe ridurla, fatica sprecata. Il viso è sottile, pallido, e per questo si tinge i capelli di biondo, perché se li lasciasse castani scuri come li ha al naturale, sembrerebbe una morta, così dice lei.
Ha un nasino alla francese che sembra finto, tanto è bello. Ma gli occhi sono piccoli, verde smeraldo, e lo sguardo è scaltro e superficiale. Le labbra le tinge di rosso fuoco, forzando il contorno con una matita, altrimenti ricorderebbe l’imboccatura di un salvadanaio. Eppure quando si alza dal tavolo della toilette, ancora in accappatoio, a me pare una stella del cinema pronta per il tappeto rosso. Non ho dubbi che sia una delle più belle donne della città, quando me lo ripete.
Ha già ricevuto mille proposte di matrimonio a cui risponde sempre di no. Perché dice no? Glielo chiedo spesso, e lei mi sorride furbetta quando mi spiega che per lei quel no è la libertà. Non potrebbe avere un marito, perché i mariti sono bravi solo a dare ordini e lei non sa obbedire. Sono malmostosi e lei ama l’allegria. A Teresa piace ridere e cantare, le piace stare serena. Mi ricorda il clima teso e di rappresaglia che si respira a casa mia. “Non si sta meglio da Teresa, eh, chicca?”, mi domanda mentre io annuisco con candore sbattendo le ciglia.
Entra in scena mia madre, quella vera intendo. È piuttosto agitata e rivolge sottovoce a Teresa delle accuse che non riesco a sentire. Sibila come un serpente piccole frasi smozzicate e intanto la strattona con forza. Riesco a percepire un: “se scopro che è…” e poi “me la paghi!”, mi avvicino alla porta della cucina dove le due stanno litigando, cerco di non far scricchiolare le scarpe sul pavimento di graniglia. Teresa sta piangendo quando mia madre lascia la stanza come una furia. Non piangere, cara, ti si gonfia la faccia come una zampogna e le macchie rosse non se ne vanno più via. Mi sente sgranocchiare una caramella fuori dalla porta e singhiozza un: ”Chicca, sei lì?”, così entro e mi siedo vicino vicino, le stringo la mano come per dirle: ti voglio bene. Aspetto che si calmi.
Andiamo a raccogliere frutta per fare le marmellate. Prendiamo l’autobus che ci traghetta alle porte della città, dove il fratello di Teresa ha una casetta circondata da susini e peschi. Dobbiamo fare un pezzo di strada a piedi per arrivare al frutteto, si trova in una valle alle pendici del colle sul quale ci lascia l’autobus. Il sentiero che prendiamo, una scorciatoia che conosce Teresa, è immerso nei lecci. A ogni passo che facciamo è tutto un crocchiare di foglie secche e ramoscelli. Sul ciglio del sentiero, proprio sulla radice di una quercia, sta un uccellino dal petto arancione che ci guarda passare, fiero e tranquillo. Ricambio il suo sguardo spavaldo, lui muove a scatti la piccola coda mentre Teresa passa dritta senza notarlo. Gli sono davanti, è così colorato e tenero, mi fermo stregata a contemplarlo. Teresa si volta non sentendo più i miei passi scricchiolare e: “Oh, un pettirosso!”, dice facendolo scappare preoccupato per tanta attenzione.
Continuiamo la discesa verso la frutta che calda e succosa ci aspetta sugli alberi. Il frutteto è deserto, facciamo un giro di ricognizione per accertarci che il fratello non sia in casa. Nessuno risponde alla porta, quindi svelte ci dividiamo le buste – ne abbiamo prese tre a testa – e cominciamo a riempirle. Le susine più grosse e scure sono già cadute, ne prendo qualcuna dal suolo anche se è già bucherellata dai passerotti. La terza busta è per le pesche che arriveranno a casa già una marmellata.

“Non riempirle troppo, chicca, c’è la salita da fare”.

Il pettirosso stava mettendoci in guardia: è la nostra ultima avventura insieme. Cambio casa, vado a vivere in un’altra parte della città, solo con la mamma. Cambio scuola e compagni, dopo qualche anno cambio anche città. Ripenso spesso a Teresa, alla quale spedisco una cartolina carica di baci da ogni posto nuovo che visito – glielo ho promesso anni fa e non ho mai mancato di parola. Nonostante sia morta da un pezzo continuo a mandarle le cartoline, in quella casa che considero la mia vera casa anche se non ci ho più messo piede.

Ho saputo che è morta proprio in quel lettone dalle lenzuola candide come neve nel quale sognavo ogni notte di poter dormire accanto a lei. In questa particolare giornata di giugno scrivo l’ennesima cartolina da una località marittima famosa per l’isola che le sta di fronte, un tempo proprietà di un industriale dedito alla cocaina. Sono qua per montare un documentario che inizia con una bionda che canta Teresa di Sergio Endrigo, non certo per caso. È la stessa luminosa mattina di giugno, con l’identica gradazione di luce che fa fluire la mente avanti e indietro negli anni, come una moviola. E che mi riporta Teresa qua, accanto a me, più viva e canterina che mai.

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