Racconto di Tiziano Legati
(Prima pubblicazione)
Le tele incomplete giacevano abbandonate a loro stesse lungo la parete sotto il portico. Alcune erano poggiate sulla splendida panchina all’ingresso del giardino che una volta accoglieva dialoghi amorosi o bisbigliati segreti. Un abbozzo di paesaggio invernale con una profonda pennellata in nero, quasi a volerne cancellare la vista.
Ispirazioni mai veramente nate, così le aveva definite Federico quando la sera prima la sorella Anna era tornata col desiderio di rivedere dopo tanto tempo la loro adorata casa.
Un ultimo desiderio espresso in solitudine dopo che la diagnosi si era rivelata nella sua spietatezza.
Ora Anna guardava quei colori, i pennelli, le tele e la certezza le provocava un dolore profondo: Federico non avrebbe mai più ripreso a dipingere.
Lui che era stato il vanto della famiglia, aveva vinto premi ed esposto nelle migliori gallerie d’arte era purtroppo finito.
La morte, che aveva raggiunto nel sonno la moglie, aveva strappato a Federico l’intera anima.
Lo vide comparire sulla porta finestra del soggiorno con la classica tazza di caffè. Lui non si accorse della sua presenza, seduta com’era in una zona scura del portico.
“Come stai, Federico?” gli chiese.
Lui appoggiando la tazza sul tavolino, le sedette accanto. Appariva vecchio e rassegnato.
“Dopo la morte di Maria sono rimasto comunque qui. Ma non posso essere più lo stesso che ero, ho perso tutto”, le rispose.
Le cose non erano andate molto bene nemmeno per lei, anziana e malata da mesi era lo spettro di se stessa ormai, Federico guardò la sorella e trovo due occhi determinati ma stanchi e tristi, abbassò allora lo sguardo.
Lei fece per rispondere ma lui continuò “Guardati intorno e dimmi cosa vedi, lavori incompiuti e vuoti, come me, non ho altro che questo.”
“Non sono venuta fin qui per vederti gettare al vento la tua passione e la tua vita!” provò a convincerlo.
“Quale vita?” urlò. “Quale vita posso sopportare ancora?” e iniziò a piangere tutto il suo dolore.
“Non ci vediamo da anni e ormai siamo rimasti soli, ognuno con la sua tragica storia e una vita al crepuscolo senza possibilità alcuna di rivalsa”. Lo abbracciò.
Lui non riusciva a dire nulla, tremava e piangeva con le mani strette a pugno.
Allora lei gli prese la mano, come faceva da bambina quando voleva guidarlo, “Abbiamo ancora una cosa da fare…”, disse. Poi lo condusse a quella che era stata la loro stanza dei giochi, un’altra vita prima. Un vecchio divano dominava la scena. Si sedettero insieme, Federico la guardò senza capire cosa stesse per accadere.
Anna prese dalla borsa un piccolo flacone di vetro e glielo porse. “Brindiamo a una vita incompiuta!” gli disse prendendone un secondo.
Federico la guardò con severità, uno sguardo stupito e nello stesso tempo rassegnato, “Brindiamo a tutto quello che sarebbe potuto essere. Eccomi Maria”. Entrambi bevvero un ultimo sorso.
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