Racconto di Maria Teresa Innocente
(Quarta pubblicazione)
L’orsetto ha ancora l’odore della polvere e la sua pelliccia marrone è sbiadita sulle zampe. Lo stringo a me come fosse vivo, la mano mi trema mentre l’accarezzo. Sento scendere le lacrime, anche oggi. Volgo lo sguardo alla finestra che si affaccia sul giardino: gli alberi sono piegati dal vento, mi ricordano quel sei maggio, ma non era il vento.
Gemona, 6 maggio 1976.
Sono uscita a prendere aria per il caldo insopportabile. La luna si riflette nell’acqua della fontanella, creando un gioco di luci. Il silenzio del giardino è rotto solo dal ronzio degli insetti.
Un boato improvviso mi scuote, la terra si muove come fosse un mare in tempesta. Sotto i miei piedi si sta aprendo una voragine. Da ogni dove arrivano urla disperate. Corro e grido: “In casa c’è la mia bambina che dorme, aiuto!” Attraverso una nuvola di polvere che mi soffoca, tossisco e chiamo: “Alice, sto arrivando.” Una trave crolla e mi sfiora, ci sono calcinacci ovunque. Trovo la porta sbarrata da pietre e assi di legno, il tetto è crollato. “Alice, dove sei?” Scavo con le mani, frugo tra i detriti in cerca di un pertugio. “C’è mia figlia là dentro, aiutatemi.” Giovanni, suo padre, è a Udine. Non c’è nessuno che possa spostare le macerie con me. Arrivano i soccorsi: rimuovono pietre, vetri, arredi rotti. Sperano di sentire una voce. Dopo due ore un uomo in divisa si avvicina con la mia bambina tra le braccia. Alice tiene ancora il suo orsetto. Ha gli occhi chiusi, il vestitino impolverato, le trecce ordinate, tenute da due fiocchetti rossi. Me la porge. La stringo al petto, la bacio, piango disperata: sento il suo corpo freddo. Cado in ginocchio, rannicchiata su di lei, senza più parole.
Accarezzo ancora il peluche e fisso le foto appoggiate sulla mensola della libreria: le foto della mia nuova vita – mio marito, mio figlio e la nipotina.
La prima vita è sepolta.
Ricordo ancora le parole che dissi a Giovanni: “Andiamocene, io non voglio più vivere qui.” Lui non capì, non percepì il mio odio per quella terra e per i sopravvissuti. Non capì che mi detestavo per non aver salvato la nostra bimba. Io non c’ero più. Misi poche cose in valigia, presi l’orsetto di Alice e partii con solo i soldi per un treno e una stanza. Mi fermai in una città della Lombardia.
“Se si ha voglia, un lavoro si trova.” Le parole dei miei genitori riecheggiavano in me.
Fu così, trovai un lavoro. E poi Roberto, un’altra famiglia. Lontano dal Friuli, lontano dalla morte.
“Che bel bambino signora, è il suo primogenito?” “Sì, cioè no…”
“Mamma perché non mi fai una sorellina?”
Buio, la mente vacilla. Mio marito capisce e non insiste.
“Perché non posso giocare con l’orsetto Gigio?”
“Anna tu che conosci il Friuli…”
Voci che mi confondono, frasi buttate là che arrivano come macigni.
“Non ricordo più nulla, ormai la mia vita è qui.”
Ho imparato il dialetto bergamasco, per dimenticare l’altra lingua, quella che non torna più.
Sono trascorsi gli anni, la vita è stata clemente: ho un marito che mi vuole bene, abbiamo costruito insieme una famiglia, mi ha aiutato a ricominciare.
La ferita rimane.
Gli alberi del giardino sono fermi, il vento è calato. Apro la finestra per far entrare il tepore dell’inizio di maggio e accendo la TV per rompere il silenzio, sono sola in casa.
La voce del cronista irrompe: “A cinquant’anni dall’Orcolat[1] il Friuli si prepara a commemorare i mille morti.” Scorrono immagini d’archivio: una sequenza di fotografie si sussegue – bambini, donne, uomini. Uno scatto rimane più a lungo: una bambina con le trecce e il vestitino impolverato, il sorriso fermo, come nella foto chiusa nello scrigno dei miei ricordi. Non è Alice, eppure lo sguardo, la piega del mento mi trapassano. La stanza si restringe; il ricordo si sovrappone al volto sullo schermo.
Prendo il telefono, d’impulso chiamo mio marito: “Roberto, devo andare.” Lui resta in silenzio. “Sono passati cinquant’anni, ora posso farcela.”
Ho prenotato una stanza in albergo a Gemona, il mio paese. Ieri sera ho discusso a lungo con Roberto, alla fine si è convinto a lasciarmi partire da sola. Sono abituata a guidare, non temo il viaggio – quello che temo è altro – ma mi sento pronta.
Quando passo il confine del Veneto, mi accolgono le insegne stradali in friulano; riaffiorano alla mente parole della Marilenghe,[2] sepolte e dimenticate.
Arrivo in hotel e, senza rendermene conto, saluto con un mandi.[3] Cosa mi succede?
Parcheggio in piazza e mi dirigo verso il municipio per assistere alla cerimonia della memoria.
Sono trascorsi cinquant’anni. Il borgo è ricostruito, diverso dal mio ricordo di case distrutte, polvere e pianto. Guardo la gente, forse riconosco alcuni volti. Non sono sola, è tutto nuovo eppure familiare.
Il Friuli ha saputo rinascere.
Mi avvio verso il cimitero. Non c’ero più tornata: nei primi anni avevo chiesto ai miei di occuparsi della tomba di Alice. Quando loro sono mancati non ho incaricato nessuno.
Infilo la mano nella borsa: l’orsetto è lì. Sento la sua pelliccia morbida, mi sembra che il suo piccolo cuore finto pulsi. Mi avvicino alla lapide dove è sepolta la mia bambina. La foto è nitida, il suo sorriso infantile mi trafigge, ho la gola secca, bisbiglio. “Alice, sono tornata solo ora, ma sono sempre stata con te, nel mio cuore non sei mai mancata.” Respiro a fondo e continuo: “In tutti questi anni ti ho abbracciata stretta insieme al tuo orsetto.” Mi inginocchio, bacio la foto, bacio l’orsetto, lo ripongo in una piccola teca e lo poso vicino a lei. “Te l’ho riportato, Alice: ti farà compagnia fino a quando ci rivedremo.”
Mi alzo, esco dal cimitero, una farfalla bianca mi accompagna.
Ora posso tornare a casa, forse, finalmente, mi sono perdonata.
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[1] Orcolat: nome con cui in Friuli viene tradizionalmente chiamato il terremoto, una creatura mostruosa del folklore popolare associata ai movimenti della terra.
[2] Marilenghe: termine friulano che significa “lingua madre” e indica la lingua friulana.
[3] Mandi: saluto friulano che significa sia “ciao” sia “arrivederci”.
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