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Racconto di Massimiliano Albicini

(Prima pubblicazione – 20 gennaio 2021)

 

 

 

Il nero nastro d’asfalto si snodava in morbide curve nel panorama mozzafiato. Bassi muretti in sasso lo separavano dal rigoglio circostante di alberi, e in lontananza si intravedeva il blu mutevole del mare.

Santiago era al volante. Amava guidare, non avrebbe lasciato quel privilegio a nessuno. Il potente motore della spider rombava in minacciosi saliscendi, assecondando con destrezza le svolte della strada. Sentiva il vento tra i capelli, e il sole tiepido gli accarezzava il viso. Selena, seduta al suo fianco, si stiracchiò. C’era parecchio da stiracchiare.

«Quanto manca, amore?»

«Poco.»

«Ho sempre voluto visitare l’Italia, è così pittoresca.»

«Lo è.»

«Ci sei stato altre volte?»

«Sì.»

Lei sospirò, accavallando le lunghe gambe.

«Fai una vita magnifica. Viaggi, feste, è un mondo ideale, no?»

Non rispose. La ragazza, al di là del viso da madonna e del corpo da sballo, aveva la profondità di una pozzanghera. In lontananza, a interrompere le morbide digradazioni del paesaggio, emerse l’enorme sagoma di un cartellone pubblicitario: un virile volto d’uomo in bianco e nero, una boccetta sfaccettata in primo piano. Riusciva a leggerlo persino da quella distanza.

Compratek, eau de parfum, pour homme.

Selena si voltò a guardarlo.

«Compratek. È l’azienda per cui lavori?»

«Sì.»

«Quel profumo è buono, ti donerebbe.»

Di nuovo non le diede risposta, e finalmente lei si zittì.

La spider fece un ultimo tornante, rivelando di colpo il paese. Era abbarbicato su una scogliera a picco sul mare, e le casette variopinte parevano incastrate le une sulle altre. Un porticciolo ricavato tra gli scogli accoglieva una serie di barchette ben allineate. La sola nota stonata era un grande schermo luminoso in mezzo alla piazza su cui si alternavano foto di svariate pietanze, con lo slogan ben leggibile.

Vuoi fare colazione? Scegli il gusto Compratek.

Selena si raddrizzò sul sedile.

«Mi è venuta fame. Spero mangeremo qualcosa.»

«Lo faremo» accondiscese lui.

Decise sul momento che l’avrebbe sostituita appena poteva. Parcheggiarono in un posto libero e scesero. Un vecchietto baffuto si avvicinò, facendo scivolare la mano grinzosa sul lungo cofano.

«Bella. È una Viper?»

«Sì.»

«È raro vedere auto così, ormai si vendono solo le elettriche della Compratek. Vanno benissimo, e se abbiamo un mondo senza inquinamento è merito loro.»

Santiago imboccò il vialetto in direzione dell’albergo, con Selena alle calcagna. Passarono davanti a un bar, un negozio di alimentari, un ristorante. Compratek, Compratek, Compratek. Si sentì frustrato. Prese la mano della ragazza.

«Muoviti.»

Arrivarono all’albergo quasi correndo. La scritta sul tendone anteriore recitava: Compratek hotel. Alla reception, un uomo distinto gli porse una tessera azzurra.

«Camera 302.»

Quando entrarono nella stanza, Santiago si sentì sollevato. Nessuna scritta Compratek in vista. Da quell’altezza si potevano ammirare il mare, i tetti delle casette sotto di loro, e le abili traiettorie del volo dei gabbiani, sullo sfondo del cielo ceruleo. Selena era eccitata, affascinata dal lusso sfarzoso dell’hotel. Si sporse a guardare dalla finestra.

«Bellissimo. Ci facciamo portare da bere?»

«Forse dopo.»

Tolse i pantaloni, lasciandoli cadere con noncuranza sul pavimento. Quando Selena si girò era già sdraiato sul letto, nudo. Lo fissò con uno sguardo malizioso.

«È questo che vuoi?»

«Sì.»

Si avvicinò e sfilò il vestito a sua volta, rivelando mutandine di pizzo nero che risaltavano sul candore della pelle. Aveva il corpo levigato di una dea. Santiago le fece segno di avvicinarsi, la vide appoggiare le mani sul letto, sfiorargli le caviglie. Poi ci fu una specie di sfrigolante cacofonia di colori, e fu il buio.

Spalancò gli occhi. La camera elegante, la finestra, la ragazza, erano svaniti. Era ancora sdraiato, ma in un grande locale male illuminato. I muri erano neri di umidità, e uno dei rari neon sfarfallava con cupi ronzii elettrici. Si guardò attorno. File di brande, occupate da uomini addormentati.

«Oh, Cristo. Long!»

Un tizio basso e olivastro, dai tratti vagamente orientali, comparve di fianco al lettino.

«Che vuoi, Santiago?»

«Perchè mi hai estratto? Non è passata un’ora.»

L’uomo cavò di tasca una specie di grosso orologio, e glielo mise sotto il naso.

«Soddisfatto? Datti una mossa, inizia il tuo turno.»

Si mise a sedere, con un lieve giramento di testa, e portò una mano alla nuca, a cercare i bordi del connettore. Lo sfilò con uno strappo indolore, lasciando poi cadere il viluppo di cavi sul letto. L’erezione lo aveva accompagnato nella realtà, sentiva stringere i pantaloni.

Era ancora stordito, ma si alzò in piedi lo stesso, e trotterellò verso l’uscita. Nella penombra riconobbe qualche collega di reparto, immerso nel sonno virtuale. Long lo aspettava, uno scanner in mano. Santiago passò il polso sul rilevatore, che reagì con un fievole blink.

«Diritto di pausa esercitato», recitò Long. «Hai riscontrato difetti o implausibilità nel codice?»

Era tornato del tutto in sé, sentiva nel naso e sulla lingua l’odore ferruginoso dell’aria.

«No.»

«Hai avuto percezioni discordanti rispetto alla fisicità del codice?»

«No.»

«Opinione sulle promozioni inserite nell’esperienza?»

«Uno schifo, sono troppe.»

Long rise.

«Puoi sempre pagare per il piano completo.»

«Non me lo posso permettere.» Fece una pausa. «Posso cambiare modello di ragazza?»

L’altro diede un’occhiata allo schermo.

«Sono venti crediti. Ti servono due giorni.»

Santiago sputò a terra, disgustato, e uscì in direzione del reparto. Attraverso una finestra lanciò un’occhiata sbadata all’esterno, al colore grigiastro e mortifero del cielo. Possibile che un tempo l’aria fosse stata veramente come quella delle simulazioni? Si poteva davvero stare all’aperto senza respiratori, ed esporsi al sole? Difficile da credere.

Arrivò al settore di assemblaggio interfacce per la connessione uomo-sistema. Sorensen, un albino taciturno, stava coprendo la sua pausa. Gli diede un colpetto sulla spalla, e quello scivolò verso il compito successivo senza una parola. Si sedette, afferrò il pezzo montato a mezzo, e guardò il grande orologio a cifre rosse fissato sul muro.

Sette ore alla prossima pausa.

2 Comments
  1. ISA LIGABUE 5 mesi ago
    Reply

    complimenti, mi è piaciuto molto

    • Massimiliano 5 mesi ago
      Reply

      Grazie infinite, sono lieto che sia stato di tuo gradimento. 🙂

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