Racconto di Marina Sparpaglione

(Terza pubblicazione)

 

Ma-gni-fi-che! Con il loro costumino bianco sgambato, sottili ed eleganti, le gambe ancora più lunghe, rialzate dallo spessore dei pattini a rotelle. Pattini con stivaletto bianco incluso, mica come i miei, forniti di morse e laccetti che tengono strette le scarpe. Forse mocassini (noi bambine per bene abbiamo sempre i mocassini).

Non so come mai siamo finite lì, tra quelle dee in miniatura, io e le altre bambine curiose. Arriviamo dal salone a fianco, le suore ci accolgono nel pomeriggio e veniamo a pattinare. La mamma paga di sicuro degli ingressi o qualche quota per portarmi in questo bel posto. Impariamo a fare “l’angelo”, il “seggiolino”, la “papera”. Piccole figure sgangherate che ci comunichiamo tra di noi bambine, non ce lo insegnano di certo le suore. Tira su la gamba, accucciati con la gamba tesa, metti i piedi in fuori, robe così. Io sono goffa. Un salame di bambina. La “papera” mi viene abbastanza bene, devo proprio dire, sarà il baricentro ancora basso. Comunque è divertente stare lì, con le altre bambine. Le suore ci controllano, ma da lontano. La sicurezza è ancora argomento da fantascienza.

Oggi c’è questo fermento, questo trambusto. Siamo finite tutte nel grande salone. Ci sono queste dee che sfilano ad una ad una davanti alla signora che le guarda ed ordina figure: “Pinco! Palla!” E quelle si piegano, si accucciano, lanciano gambe, saltano, piroettano. “Via!” Ed entra una e pattina lungo la circonferenza del salone fino alla Dea Madre che la sta valutando. La mini dea esegue Pinco, fa Palla. Ma-gni-fi-ca! Voglio anch’io diventare come loro, snella e leggera, con quella grazia infinita, e sfilare un giorno davanti ad una Dea Madre ed essere così: ma-gni-fi-ca.

Non so come ma sono finita all’interno della lunga coda di ragazze che devono fare la prova.

“Via!” urla Dea Madre ed entra un’altra ragazza. “Via!” E ancora una. “Via!” Poi entro io. Ma chi mi ha spinto? Sento risatine di commiserazione alle mie spalle.

“Bastarde” penso. Ma avrò davvero pensato “bastarde” da piccola? Non credo proprio. Avrò pensato “cattive”.

Allora: adesso sono qui dentro e devo percorrerlo questo benedetto giro. Potrei bloccarmi ed uscire subito ma non ci riesco. Vado.

Pinco! Palla!” Le risate aumentano. Faccio “l’angelo”? Alzo una gamba cercando di non cadere e apro le braccia o forse abbozzo solamente. Vedo lo sguardo esterrefatto della Dea Madre, indispettita e severa. Potrebbe essere indulgente, sorridere e farmi uscire, così, senza dire altro, sono solo una bambina. Invece mi guarda con odio. Rossa come un pomodoro, con i lucciconi agli occhi, cerco il suo sguardo ma lei infierisce e mi ordina di nuovo: “Pinco! Palla!” Ma io non ho la più pallida idea di cosa siano questi pinco e palla.

“Puttana d’una Dea Madre” penso. Ma avrò davvero pensato “puttana d’una Dea Madre” da piccola? Non credo proprio. Avrò pensato “cattiva!”

Vado, le risate aumentano, sono quasi alla fine del giro poi posso uscire da questo maledetto salone e tornare di là, nel salone di noi bambini e far finta che tutto questo non sia mai accaduto. Mi vergogno, mi vergogno da morire. Non vedo l’ora che la mamma venga a prendermi.

Alzo la testa ed in fondo al salone, vicino alla porta d’uscita le vedo, le due suore del salone dei bambini che mi aspettano e che scrollano la testa con disgusto profondo.

“Brutte suore di merda” penso allora. Ma avrò davvero pensato “brutte suore di merda” da piccola? No, non credo proprio.

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