Racconto di Angela Potente

(Quarta pubblicazione)

 

 

Il computer è lì, in attesa. Il cursore lampeggia sul documento ancora bianco. È aperto da stamattina. Devo, anzi dovrei, scrivere un pezzo e mandarlo entro sera in redazione. Fisso quello spazio bianco che mi occhieggia Ho avuto tutta la giornata per pensarlo, scriverlo, rileggerlo, limarlo, trovare la terminologia giusta, l’incipit di impatto. E invece cosa ho fatto? Ho guardato le lancette camminare un secondo dopo l’altro. Mi sono introdotta con il pensiero negli angusti spazi tra i meccanismi dell’orologio. Mi sono arrotolata come un gatto pigro tra le ruote del movimento, ne ho accarezzato i contorni. Ho giocato con i granelli di polvere accumulatesi tra i denti della corona di carica, ho dondolato sul bilanciere come una fanciulla di altri tempi su un’altalena di ghirlande e fiori. Tic tac, tic tac, scorrono veloci i minuti ed io ancora ho un foglio bianco davanti mentre il cursore continua a lampeggiare minaccioso in attesa della prima parola. Il foglio bianco può essere anche un nemico sapete. Sta lì e aspetta… una volta aspettava l’inchiostro pasticcione delle piume d’oca, poi ha aspettato il marchio delle lettere delle macchine da scrivere ora aspetta le lettere elettroniche che andranno a formare le parole che lo rivestiranno. Aspetta che io mi decida a digitare le prime lettere. Del tutto estraneo a quanto mi passa per la testa. Poco fa pioveva, una di quelle piogge estive che arrivano come un balsamo sulla pelle secca. Ora ha smesso. Apro la finestra e mi arriva alle narici l’odore unico della terra bagnata. E d’improvviso mi assale il ricordo di un’altra terra bagnata e di un tempo andato. Come in quel vecchio film Stand by me risalgono impavidi i ricordi di un’estate di tanti anni fa.

D’estate io e Marie, appena smetteva di piovere, correvamo fuori, con le nostri madri che ci urlavano dietro di indossare gli stivaletti, e andavamo a caccia di lumache. Non so perché ci fossimo fissate con le lumache. Probabilmente il fascino di un animaletto che si porta la casa appresso era per noi irresistibile. Ci tuffavamo nell’erba alta del giardino che correva lungo tutta la casa e la prima che ne trovava una cominciava a saltare per la gioia. Una volta ne trovammo una ventina, una colonia. Le battezzammo una per una e a turno la sera ci eravamo date l’ingrato compito di contarle. Ne mancava sempre qualcuna all’appello. E noi restavamo lì a chiederci per quale ragione fossero l’emblema della lentezza quando invece a noi sfuggivano con una regolarità inspiegabile. E fu nel cercare di recuperarne una che successe. Il giardino nel quale le nostre scorribande prendevano vita finiva su un terreno incolto, una proprietà contesa da anni tra eredi mi pare e per questo abbandonata a se stessa. In effetti non c’era nulla che ne segnasse i reali confini, per cui talvolta capitava che correndo ci finivamo in mezzo. Ma sapevamo che oltre un certo albero, abbattuto da un fulmine chissà quanto tempo prima, non potevamo inoltrarci. Ma si sa che i bambini e i divieti non vanno molto d’accordo. Sapevamo che proprio al centro del terreno incolto sorgeva dal nulla una casa. Più di una volta ci avevamo fantasticato sopra. A seconda dell’umore di una delle due si trasformava in un castello o in un antro dove sicuramente viveva una strega. L’influenza delle nostre letture infantili giocava anche il suo ruolo devo ammettere. Ma quando accadde non ci stavamo pensando da molti giorni alla casa, eravamo state costrette dalla pioggia a riversare la nostra fantasia su altri obiettivi. Perciò ancora adesso sono convinta che se non fosse stata per la lumaca non ci saremmo avventurate oltre l’albero caduto. Senza avvedercene ci ritrovammo così di fronte alla “casa”. Era una semplice costruzione su due piani, con un balconcino rotondo sorretto da due colonnine con un arco che introduceva alla porta d’ingresso. L’edera, infestante, ne disegnava i contorni e i tratti, e piccole rose bianche ne puntellavano gli angoli addolcendoli. Non era un castello, ma nemmeno un antro buio dove potesse trovarsi a suo agio una strega degna di questo appellativo.

«Vai avanti tu» mi disse Marie.

Circospette e guardinghe ci avvinammo all’arco di edera e pietra.

«Non credi che dovremmo tornare indietro invece?» Le risposi sussurrando.

Ma in risposta ottenni solo uno spintone che mi fece inciampare in un gradino nascosto dalle erbacce. Il risultato fu che per evitare di rimetterci l’arcata superiore dei denti mi aggrappai ad una maniglia che spuntava dalla porta a cui a furia di spintoni ci eravamo approssimate. E la porta si aprì senza sforzo. L’interno ci sorprese molto più dell’esterno ormai preda sconfitta dell’edera. Un camino scoppiettante – sebbene non avessimo visto fumo né avvertito l’odore avvicinandoci – con davanti un tavolino imbandito ci si presentò davanti gli occhi. Delle piccole poltroncine basse, una libreria, una credenza intarsiata e delle lampade completavano l’arredamento. «Andiamo via» mi disse ora Marie, ma io non le risposi, assurdamente affascinata da quello spettacolo insolito e del tutto fuori da ogni logica. La casa doveva essere un rudere abbandonato, almeno così mio padre lo aveva sempre descritto. Invece sembrava non solo essere abitata ma anche arredata. Su una delle poltroncine giaceva abbandonata una veste bianca punteggiata di fiorellini rosa. Dei fiori, veri stavolta, riempivano un vaso posto sotto la finestra. Senza alcuna coscienza, tipica dei bambini, iniziammo a gironzolare per quella stanza toccando i libri, annusando i fiori, giocando alle signore che prendono il tè con le tazzine di porcellana finissima trovate sul tavolino. Quando vedemmo dei cappelli con delle piume lunghissime, abbandonati su un divanetto che all’inizio non avevamo scorto, l’euforia arrivò alle stelle. Indossammo quei cappelli senza pensare nemmeno per un attimo all’eventuale proprietaria. Ridevamo e ci rotolavamo spensierate sul tappeto persiano che copriva parte del pavimento in legno levigato. Finché non sentimmo un rumore provenire dal piano di sopra. La risata ci si bloccò in gola. Guardandoci con gli occhi sgranati e con i cuori che battevano all’impazzata ci liberammo dei cappelli e iniziammo a correre verso la porta inciampando nel tappeto, urtando il tavolino e facendo volare in terra le tazzine finissime. La corsa verso casa fu talmente furiosa che chiunque ci avesse scorto avrebbe visto solo un groviglio di gambe e braccia, una macchia indistinta sullo sfondo verde degli alberi. Avevamo fatto tardi e trovammo i nostri genitori furiosi perciò neanche ci salutammo con Marie e a capo chino rientrammo ognuna nella propria casa pronte alle sgridate. Ma ricordo che durante la cena, quando cercai di raccontare le cause del nostro ritardo a mio padre, lui prima mi guardò stranito e poi mi rispose laconico «ci sono passato ieri, non ci abita nessuno in quella casa, perché non è nemmeno una casa, sono rimaste solo le fondamenta. Un incendio la distrusse tanto tempo fa». Presumo che la stessa risposta fu data anche a Marie. Quando ci rincontrammo l’indomani ci aspettava il mare azzurro e la promessa di cento bagni, le lumache erano ormai partite ognuna con la sua casupola per nuove avventure, e noi non parlammo mai di quel pomeriggio. Ogni tanto però ci fissavamo negli occhi e un sorriso complice si allargava sulle nostre bocche con le finestrelle.

Non rividi più Marie, quella fu l’ultima estate che andammo in quella casa dal giardino scomposto a racchiuderne i lati. E fu l’ultima estate di un tempo ancora inconsapevole. Poi vennero gli anni difficili della scuola dei grandi, i conflitti naturali dettati dall’età, le gelosie tra coetanee, e tutto ciò che implacabilmente ti prepara all’età adulta. Come chiosava il protagonista nel film, credo di non aver mai più avuto un’amica come Marie. Né un’estate come quella.

Sta ricominciando a piovere. L’aria si è fatta gelida. Meglio chiudere la finestra. Il documento bianco mi attende. Forse ha smesso di aspettare e avrà la sua prima parola.

Sarà Marie.