Racconto di Anna Maria Bonfiglio

(Prima pubblicazione)

 

 

Non dico che me l’aspettassi, la telefonata di Fabio, però non mi ha sorpresa, anche se, al primo ‘Pronto, non mi riconosci?’, sono rimasta alquanto perplessa. Ma cavolo, è passato un sacco di tempo dall’ultima volta che ci siamo visti, esattamente dal suo matrimonio. E non si può dire che quella sia stata proprio l’occasione adatta per scambiare le nostre solite chiacchiere. Fabio che si sposava era stata la notizia più stravagante che potessi ricevere. Il giovane ambizioso e scanzonato che abbordava e corteggiava nell’attesa di trovare ‘quella giusta’ per mettere su casa e lasciare ‘un seme di sé’ sulla terra, e che mai fino ad allora ne aveva individuata alcuna che rispondesse ai parametri richiesti, alla fine aveva abboccato. Da quel momento l’avevo perso di vista. Quantunque sappia che scomparire e riapparire è per lui prassi codificata, il suo ‘risveglio’ mi procura una certa curiosità.

“Credevo che ormai, dopo… quanto tempo? Due anni…”

“E nove mesi, per l’esattezza.”

“Ecco sì, pensavo non ci saremmo più visti né sentiti.”

“Caterina mi ha isolato, mi ha risucchiato nel vuoto delle sue paranoie.” La sua voce denuncia stanchezza e, mi pare, anche rassegnazione.

“E tu reagisci, prenditi dei momenti per te.”

“Sì, e stare sempre in guerra, con la sua gelosia, la sua misantropia e tutto il resto. Ma lasciamo stare, dimmi di te piuttosto, come stai?”

“Direi bene, compatibilmente con i postumi dell’intervento.”

“Che intervento? Non ho saputo nulla …”

“Una cosetta, tanto per non farmi mancare niente. Ma non parliamo di questo, parlami invece della tua nuova vita.”

“Una vita da quasi esiliato. Sono finite le mostre, i concerti, il teatro, ora c’è solo la sua scuola, i suoi studenti, la sua stanchezza. Ecco cosa posso dirti.” Mi pare quasi di poterlo vedere mentre si passa la mano sui capelli ripetutamente, in quel suo gesto che è più o meno un tic.

“Non ci posso credere. È una realtà alienante, dov’è finita la tua personale anarchia? La tua agilità nel passare da una situazione all’altra?”

“Sono stanco, mi ha asfaltato. Dai, parlami di te.”

Non ho molta voglia di parlare di me, non ho nulla di interessante da raccontare e allora, come sempre quando sfioriamo argomenti che vogliamo tenere in superficie, scivoliamo sul piano inclinato del passato.

Per alcuni anni Fabio ed io siamo stati uniti da una forte amicizia e abbiamo trascorso molto tempo assieme, spesso da soli, a volte con altri amici. Lui si interessava di arti figurative, seguiva le mostre e recensiva i giovani artisti su un periodico locale; io scrivevo novelle per un settimanale femminile e coltivavo la passione per la poesia. Entrambi eravamo soci di un’associazione culturale di cui seguivamo l’attività ed era quindi facile, per non dire scontato, che ci incontrassimo. Insieme seguivamo conferenze e letture di poesie, andavamo a teatro e ai concerti; d’estate si andava in piscina, d’inverno in pizzeria. Ma la cosa che ci divertiva di più, il nostro vero diletto, erano le scorrerie notturne in giro per la città. Entrambi sentivamo forte il legame con essa e con i suoi luoghi più antichi, anche i più popolari e degradati. Giravamo per le viuzze della Vucciria, di giorno affollate di banchi dove si vendeva di tutto, dal pesce alla mortella, e di notte deserte e silenziose, grevi di abbandono. Sui muri scrostati restava il retaggio arabo dell’abbanniata esercitata dai mercanti e nell’aria, quando esplodeva l’estate, permaneva l’odore dolciastro del gelsomino che i ragazzini vendevano per strada intrecciato in delicate stecche. Sulla piazza del vecchio Senato le nudità delle statue sbeffeggiavano l’austerità del convento di Santa Caterina, dove un tempo le suore di clausura confezionavano i cannoli e la frutta martorana. Nei vicoli, fioche luci segnalavano affollati catoi, intorno fontane secche come mammelle di vecchie capre. Dal Palazzo dei Chiaramonte, dove si erano consumati gli oscuri processi dell’Inquisizione, i fantasmi delle streghe arse sul rogo stridevano in invisibili catene. Fabio guidava allegramente e girava attorno all’antica cinta muraria in cerchi ampi e ripetuti che ci facevano ridere come folli senza sapere il perché. L’amore per la nostra città era inquinato dall’amarezza per ciò che d’ignobile vi si perpetrava. Ma non pensavamo di lasciarla. Ci aveva provato Maria Clara andando ad insegnare a Milano, ma dopo un anno era tornata.

“Hai notizie di Maria Clara?” Domanda Fabio, come se avesse in qualche modo avvertito che l’avevo evocata.

“Non molto recenti. Ha rotto con Gino. Adesso sta con un collega, divorziato.”

“Ma ci pensi a quella sera? I pesci non ascoltano/lo sciacquio del mare/sotto le chiglie… la vecchia Tonnara.”

“Come posso non ricordarla?”

Alla Tonnara erano nate le nostre sfide poetiche. Dalla passerella di cemento guardavamo il mare dove galleggiava il cerchio argenteo della luna. Lanciavamo i sassolini in acqua sfidandoci a chi inventava il verso più armonioso. Le barche dondolavano, ormeggiate ai piloni, piccoli pesci guizzavano sotto le barche. ‘I pesci non ascoltano/lo sciacquio del mare/sotto le chiglie …’

La Tonnara, un tempo, era stata una grossa risorsa per l’economia della nostra città ma noi l’avevamo già trovata in disfacimento, la sua Torre dei Quattro Pizzi svettava nell’oscurità come un triste cimelio di guerra. A fianco ad essa, nell’ampia sala di rappresentanza, un’elegante pizzeria ora accoglieva clienti su prenotazione. Dalla Tonnara si passava a casa di Maria Clara dove davamo vita alle nostre performances di musica e poesia. Maria Clara si metteva al piano ed il piccolo appartamento di via del Carso si trasformava in un carillon di note. Talvolta si univa a noi Adriana, che studiava danza, e allora la musica e la poesia erano il pretesto per le sue raffinate evoluzioni. Eravamo a casa di Maria Clara quella sera in cui un assordante boato aveva fatto tintinnare i vetri. Lei suonava Night and day e Adriana ballava da sola, stringendo le braccia l’una all’altra, avvinta ad un immaginario compagno di danza, quando improvvisamente un terribile fragore aveva scosso le pesanti imposte. I nostri sguardi si erano incrociati con sgomento, in silenzio ci chiedevamo cosa fosse successo, questa volta. La nostra città viveva anni molto bui: omicidi, rapine, sequestri, il sistema mafioso si era scatenato in una guerra senza quartiere, Palermo era presidiata da camionette di carabinieri e polizia di Stato. Le morti eccellenti avevano scosso le coscienze e, finalmente, lo Stato si era mosso, dando mandato di agire al Generale che aveva debellato il terrorismo.

Poco dopo lo sconquasso di quel terribile boato era comparso Marco, che stava in un’altra stanza, con il viso terreo aveva detto: “Hanno ucciso il Generale.” Ed era ritornato a piazzarsi davanti al televisore. Fabio si passava la mano sui capelli. “Ecco cosa hanno fatto di noi.” E aveva ripetuto la frase più volte come fosse una spiegazione dell’accaduto. “Che succederà adesso?” Non avevamo risposte, ma sapevamo che potevamo aspettarci di tutto. E infatti tant’altro era avvenuto. La morte si era scatenata nelle sue manifestazioni più tragiche, seminando angoscia in chi restava.

“Adriana ha sposato Marco – dico – hanno due bimbe. Anche Ornella si è sposata.”

“Già, Ornella…”

Durante un fine settimana trascorso a Taormina, Fabio l’aveva corteggiata con insistenza, ma Ornella non lo prendeva sul serio. O non voleva, attaccata com’era ancora al ricordo del suo passato con Sandro.

“Mi ero innamorato di Ornella.”

“Sì, a modo tuo. Sempre vago, indeciso come l’asino di Buridano, e quando hai scelto… meglio tacere, via.”

“È vero. Anche con te sono stato un asino ma tu inseguivi un fantasma che non si sarebbe mai materializzato.”

Quel breve soggiorno a Taormina era stata l’ultima occasione che ci aveva visti tutti insieme: Fabio, Maria Clara, Ornella, Gabriele e la sua nuova compagna, e io, sempre in attesa che prima o poi anche Livio si aggregasse a noi.

Sulla terrazza dell’albergo ammiravo un tramonto dai colori inusuali, più vicini a quelli del primo mattino che non a quelli che annunciano la sera, tre sfumature di rosa e indaco che si amalgamavano barbagliando contro il vetro del bicchiere che tenevo fra le mani. Lo sguardo perso verso l’orizzonte, immaginavo di vedere comparire Livio che aveva promesso di raggiungermi e che invece non venne.

“Ma mi stai ascoltando?” Fabio sta gridando al telefono.

“Sì sì, scusami, mi ero distratta un po’, cosa mi stavi dicendo?”

“Che io e Caterina ci stiamo separando.”