Racconto di Xavier Vigorelli
(Seconda pubblicazione)
Di fianco al mio binario un treno merci trasporta container gialli, rossi e blu diretti a Genova e poi forse ad Amburgo o Shangai. Scatole d’acciaio, massicce, fredde, impermeabili, concepite per circolare anni a qualsiasi latitudine. Un uomo sta controllando l’allacciamento dei vagoni; pare minuscolo in mezzo a tutto quel metallo.
Le gambe e la schiena cercano di adattarsi alla forma del sedile mentre le colonne di ferro che reggono le volte della stazione indietreggiano senza un rumore. L’attimo della partenza, come l’alba, è un piccolo evento che tutte le persone sentono il bisogno di condividere: “Ciao, sono partita”, “Mamma, sono partito in questo momento”. Anche un ragazzo accanto a me alza un attimo gli occhi dallo schermo del cellulare prima di rituffarsi sui reels. Dall’altro lato del corridoio ci sono una madre e suo figlio: lui porta l’apparecchio e capelli a spazzola da rockstar, sopra occhi innocenti di bambino. Sembra voler accendere anche lui il cellulare ma la madre gli propone di giocare insieme o di dormire. Allora lui si appoggia al suo petto e chiude gli occhi.
Le ruote balzano sugli scambi dei binari mentre la voce dell’interfono dà il benvenuto in italiano e in inglese.
Due file più avanti, rivolto verso di me, un ragazzo magrebino porta jeans puliti e una maglietta stirata dei Metallica; sta dritto nel sedile e ascolta musica nelle cuffie. Ha i tratti fini e la pelle liscia, gli occhi attenti a tutto e un piccolo neo appena sotto l’occhio destro. Da quanto tempo viaggia da solo? Avrà solo due o tre anni in più del bambino di fianco a me, a cui la madre porge un fazzoletto per soffiarsi il naso.
La pianura scorre uniforme fuori dai finestrini e una luce lattiginosa avvolge i passeggeri nel torpore del mattino. Su una strada parallela, tante auto sembrano fare a gara con l’Intercity.
Alla stazione di Tortona il rumore dell’aria compressa della porta è seguito dallo zampettare di un cagnolino che viene a fare conoscenza col naso tra le gambe dei passeggeri. La padrona si scusa, la gente sorride.
Prendo il cibo nello zaino. Alla vista del mio panino, chi prima chi dopo, tirano tutti fuori qualcosa da mangiare: la madre spacchetta dei taralli e la padrona del cane uno spuntino di frutta per sé e uno snack per lui. Solo il ragazzo magrebino non prende niente. Quando scarto la stagnola del mio panino avverto nella sua direzione come un tendersi dell’orecchio. Il ragazzo non si sporge, non fa il minimo cenno, eppure avverto la sua fame: forse da come i jeans cascano abbondanti sopra le sue ginocchia, forse per quel residuo di istinto animale che ancora è nell’uomo. Mi viene in mente di offrirgli una parte del mio pranzo. Ho abbondato coi panini. Potrei alzarmi, far finta di sgranchirmi le gambe, salutarlo con gli occhi e vedere se mi risponde con un cenno. A quel punto potrei fare una considerazione sul tempo per rompere il ghiaccio, dirgli che ho troppi panini e che, se non si offende, gliene darei uno. Ma poi mi dico che la mia è autosuggestione, forse mi sono inventato il suo bisogno e potrei offendere la sua dignità.
Mi ricordo certi viaggi nei vecchi Intercity degli anni Novanta, con gli scompartimenti da sei: veri e propri salotti dove ognuno offriva le sue specialità regionali, fiero del pacco da sud o da nord che aveva infilato nella valigia. Ma un messaggio wapp fa sfuggire il momento in cui stavo quasi per alzarmi, e poi non oso più.
Fuori dal finestrino un’oca selvatica spigola con grazia in un campo prima di raggiungere lo stormo al ricovero notturno.
Come percorsa da un’onda proveniente da sotto, la superficie della pianura si alza in colline. Sui fianchi si indovinano in filigrana tracce di antichi terrazzamenti di viti e alberi da frutto. Chi abita ora in questi luoghi di passaggio tra Milano e il mare?
Gli alberi spogli lungo la ferrovia mostrano nidi di uccelli tra rami neri o rivestiti di erica. Il bambino e la madre si mostrano foto sul cellulare e sorridono.
La padrona del cane si alza per sgranchirsi le gambe, lui non la molla un secondo con lo sguardo. Il ragazzo magrebino è sempre fermo sul sedile. Guarda fuori dal finestrino e, quando si volta per guardare dall’altra parte, fa in modo che il suo sguardo non incroci quello di nessuno. Chissà se c’è musica nelle sue cuffie o le ha messe solo per isolarsi. Sembra che voglia rendersi invisibile.
Passa il controllore, una donna indiana dai capelli nerissimi a cui il rosso foulard della divisa sta molto bene. Si sentono i “buongiorno” e “grazie” man mano che avanza a verificare i biglietti. Anche il ragazzo mostra il suo, in silenzio.
Il treno comincia a scendere. Si iniziano a vedere le case gialle e rosa tipiche della Liguria, qualche palma. Usciti da una galleria inizia il ticchettare della pioggia sul vetro. Poi a un tratto il cielo si fa blu. Sole e panni alle finestre. A Genova i passeggeri che scendono annusano l’aria. Il treno bordeggia il mare, la linea dell’orizzonte grigio-blu scorre intermittente tra le case e i gasometri. Quando compare il mare, le teste dei viaggiatori si voltano come tanti girasoli a posare lo sguardo sulla distesa d’acqua. Un grosso mercantile al largo è in attesa di ripartire. Passiamo Finale, dove a primavera ho avuto la fortuna di avvistare due balenottere. Maestose, eleganti, le ho viste affiorare e spruzzare cinque volte prima di lasciarle ai loro giri tra Savona e Tunisi. L’anno prima era stata vista una madre curare il suo balenottero proprio di fronte a Genova e se ne era interessata anche la stampa. D’un tratto prende una grande voglia di mettersi in maglietta e scoprire la pelle al sole. Le case colorate che guardano il mare paiono tante prue di vascelli affacciati al Tirreno.
Una voce all’interfono avverte della possibilità di avvisare il personale in caso di problemi di sicurezza. Si avvicina la frontiera. Nizza, la mia destinazione, non è lontana. Il bambino soffre di mal di pancia e la madre lo rassicura. Alla stazione di Ventimiglia, su un casotto di servizio tra i binari, sono rimaste le luminarie di Natale.
Prima che il treno riparta, salgono due poliziotti, un uomo e una donna. Avanzano piano, con discrezione, controllano i bagni, bussano a quelli chiusi e si fanno aprire. Passano il treno al setaccio. Chiedono i documenti. Un italiano riccio dalla carnagione scura guarda in basso pensieroso. Una famiglia senegalese con trolley dai colori abbaglianti sorride, mentre la madre liscia la piega dei cappotti ai bambini. Una signora con le labbra rifatte guarda annoiata il cellulare.
La divisa larga toglie alla poliziotta ogni traccia di femminilità. Si ferma davanti al ragazzo solo e gli chiede i documenti. Lui riesce a tirare fuori il cellulare senza tradire tensione, anche se l’espressione sul suo volto è già scura. Le mostra un QR code, ma non va bene. La poliziotta chiede in modo spiccio se ha un originale. Il ragazzo fa finta di cercare nel portafoglio. La poliziotta ha già capito e gli chiede di seguirla. Il ragazzo si alza, evitando gli sguardi della gente. Il piccolo neo che ha sotto l’occhio destro pare ora una lacrima sporca di eye-liner. Io vorrei fare qualcosa, ma tutto quello che mi viene d’impulso è un cenno di saluto con la mano, che lui non vede. Le madri lo guardano, una ruga al lato degli occhi segnala il loro dispiacere. Un signore sui quarant’anni invece, con giacca e camicia infilata per tre quarti, si alza per godersi meglio la scena e sorride soddisfatto. Mi dispiace non aver avuto lo spirito abbastanza pronto da offrire al ragazzo uno dei miei panini. Anche se non lo avesse accettato, avrebbe qualcuno da salutare scendendo dal treno.
Mentre respiravamo la stessa aria, ho sentito una vicinanza con lui, gli ho visto addosso quella speranza di ragazzo che non ho più, quella paura di non farcela che invece mi è familiare. Lo vedo camminare lento dietro la poliziotta e sparire in fondo al vagone.
Il treno riparte. Arrivo a Nizza. La Avenue Jean Médecin fuori dalla stazione brulica di ristoranti e negozi; mi unisco a una folla di francesi, italiani, algerini, maliani, russi, vietnamiti, cinesi, americani. Chi trova qui il calore, chi il lavoro, chi la luce per dipingere. Sopra di me vedo stagliarsi contro il cielo le sagome di migliaia di storni che volteggiano con le loro spettacolari coreografie. Voleranno liberi fino alle terre, dove troveranno cibo in abbondanza e faranno il nido.
Il rumore del treno accompagna la narrazione fino al suo triste epilogo.