Racconto di Marco Stefanini

(Prima pubblicazione 28settembre 2020)

 

 

Sì, questa è la mia vita. Me ne sto seduto al “mio” posto, accarezzandomi le sopracciglia leggendo il giornale. Lì in quell’angolo in fondo allo stretto locale, distante dalla porta del bagno, ho l’esatta prospettiva, il giusto punto di vista per guardare il mondo, la vita, le cose. E’ strano da spiegare ma proprio lì sono una castagna dentro al riccio. Tra quello sgabello e quel tavolo e il mondo c’è un imbuto, un imbuto che ruota. Io per lunghi tratti con un occhio chiuso e l’altro aperto dentro alla parte stretta di questo imbuto lascio scorrere le immagini che confluiscono, gorgheggiando, dentro alla mia pupilla per arrivare al cervello. Il mondo intero convogliato dentro la mia testa attraverso l’occhio. Poi all’improvviso l’imbuto ruota, diverse circostanze lo fanno ruotare di centottanta gradi esatti e, inghiottendomi, mi convoglia verso il mondo sparandomi in una precisa direzione di vita, in una esatta situazione, in un preciso luogo in un dato momento. E lì incontro la realtà. Quello che stavo leggendo sul giornale è tutto lì, davanti a me, che mi scorre intorno trascinandomi. E devo dire che non mi piace. E’ già meglio leggerla sul giornale, sembra meno brutta. A volte confondo le lacrime che mi escono dagli occhi, non capisco se è l’aria che mi viene incontro a provocarmele o qualcos’altro. Poi arrivo a destinazione e gli occhi non lacrimano più. E’ un buon lavoro penso. Che mi permette di ragionare, sono pagato per fare una cosa e intanto posso pensare alle mie cose. Non credo che a tutti sia concesso. Sono pagato per fare qualcosa che non ho dovuto imparare, che non mi sono dovuto sforzare di apprendere, di studiare… Lo faccio e basta. E’ un buon lavoro, ci sono degli alti e bassi ma è un buon lavoro. Anche il mio capo è un buon capo, considerando che è un capo si difende. Anche lui deve cercare di capirci qualche cosa e come tutti non riesce ad afferrare sempre bene il senso. Per me poi è una sera come le altre, anche se non capisco perché anch’io ho sedimentato, in fondo, questo senso sottile di felicità. Non ci volevano credere quando ho detto che lo avrei fatto io il turno. E poi guadagno ancora meglio oggi e visto che l’unica ragione per cui si deve lavorare è portare a casa la possibilità di rimanere nel gioco, mi sembra che ne valga la pena. Poi non si può mai dire. Sono tutte occasioni. Il mio lavoro è fatto anche di questo, di possibilità imponderabili. E’ un po’ come vivere, conviene tirare avanti perché poi potrebbe capitarti anche qualcosa di buono. Forse è per questo che ho questa esile traccia di felicità attaccata alla suola delle scarpe questa sera. Io me ne starò lì, come sempre, e potrebbe arrivare la telefonata. Sì proprio stasera, potrebbe come materializzarsi, uscire dalla mia testa e diventare vera. Una realtà immaginata potrà mai diventare reale? O cercare di immaginare quello che vorremmo è solo un esercizio mentale per scemi che pensano che tutto sommato potrebbe anche essere? In fondo anche se io penso il contrario, non è una sera come tutte le altre per l’umanità.

“Ciao Mario”

“Ciao Capo”

“Come va?”

“Va!”

Sì, è un buon diavolo di capo il mio. Non è uno da menate, è uno solido. Ci diciamo poche cose, spesso le stesse, ma quelle che contano. E’ una delle persone in fondo con cui sono più a mio agio. Non mi ha mai fatto sentire sul lato sbagliato della strada, mentre gli altri mi fanno sentire come uno che ha imboccato un senso unico dal verso sbagliato. Ma non come uno che lo fa per risparmiarsi un giro assurdo, per arrivare prima, ma come uno che non ha capito e sbaglia. E poi mi dà del denaro, io gli vendo la mia vita e lui me la ripaga, e ciò mi consente di proseguire di casella in casella nel mio personale tabellone. Il mio gioco dell’oca, con tutte le caselline lì al loro posto a rappresentare i giorni che uno dopo l’altro si sgranano, come nelle mani di un credente, le piccole sfere di un antico rosario. E da qualche parte, in una delle caselle, sarà scritto incontro fondamentale e quel giorno lì, quando calpesterò quella casella fermandomici sopra, incontrerò qualcuno o qualche cosa che trasformerà la mia vita. Vivere in fondo è una cazzata, basta non pensarci troppo, tanto viene tutto da sé. Però io a quella casella lì, proprio a quella in particolare ci penso. E anche spesso. E non lo voglio, tanto non cambia niente, ma ci penso. Tutte le volte che ci penso poi è leggermente diversa dalla precedente. Nella sostanza non cambia, ma ogni volta le sfumature sono diverse e a volte le sfumature beh… sono importanti. Le cose non basta che ti succedano, dipende anche da come si sviluppano. Potrebbero, le sfumature, arrivare a cambiare la sostanza. Lo so, lo so che non dovrei ma ci penso, è più forte di me. Non tutti i giorni, ma ci penso. Forse ci penso nei giorni in cui calpesto una casella del tabellone dove sta scritto pensi a quell’incontro. Sì, probabilmente è così, non c’è niente di cui preoccuparsi. Però a volte mi disturba pensarci, non c’è una ragione, vorrei solo non pensarci.

“Mario?”

“Sì?”

“Viale Margherita, 15”

“Va bene” rispondo infilandomi la giacca.

Allacciandomi bene la sciarpa vado verso il bancone dove Gianni deposita il cartone fumante con attaccato sopra il foglietto con l’indirizzo e il nome e la cifra. Prendo il casco ed esco. Cazzo, non c’è più nebbia. Nel giro di mezz’ora se n’è andata completamente. Era quindici giorni che non mollava e adesso improvvisamente… non mi ricordavo nemmeno che fosse così bello vederci chiaro. Chiuso il bauletto ho indossato il casco ed ho cominciato a dare colpi di pedale al motorino. Al terzo, come al solito, è partito. Accompagnato dal crepitìo mi dirigo verso viale Margherita. Ecco le lacrime, anche se l’aria è tutto sommato mite, mi escono. Attraverso il parabrezza posso vedere per la prima volta in queste feste i vari addobbi. Quelli pagati dai commercianti, quelli delle vetrine, quelli delle famiglie appese ai balconi, quelli sugli alberi, quelli appese alle case, quelli che costeggiano i muri e quelli che per aria attraversano le strade. Il traffico è poco, in meno di cinque minuti le pizze saranno consegnate. Strano che siano solo tre, le pizze. Si vede che uno della casa festeggia fuori. Brave persone, arrivano giù loro fino al portone appena suono, cioè la signora, con i soldi già pronti ed esatti, mi risparmiano le scale e mi ringraziano anche. E mi salutano anche, niente da dire brave persone. Eccomi qua. Suono.

“Sì?”

“È’ arrivata la pizza. “

“Bene, arrivo subito.” Il tempo di aprire il bauletto e sento già il tiro della porta, la apro e la signora arriva con i soldi in mano.

“Buonasera” mi dice.

“Buonasera Signora.”

“Vanno bene? “Dice porgendomi i soldi.

“Sì, sì. Perfetti. Grazie e arrivederci.”

“Grazie a lei e buon anno.”

Sì, è una sera come le altre. È l’ultima sera dell’anno, ma è una caso. Qualcuno ha deciso di dividere il tempo in secondi, minuti, ore, giorni ed anni. E oggi il conto dice che finisce un anno e ne inizia un altro. E allora? Cosa si deve festeggiare? Di essere ancora vivi? Di potere esibire un anno in più di sopravvivenza? Siamo autorizzati a pensare che il prossimo anno dovrebbe essere migliore? Perché?

Entro nel locale con in testa ancora il casco, tiro su giusto la visiera. Porgo i soldi al capo che soddisfatto li mette nel cassetto.

“Altre consegne?”

“Al momento no.”

“Bene.” Mi risiedo al mio posto. È davvero una sera tranquilla, il giornale è ancora dove l’ho lasciato, aperto alla stessa pagina. Lo sfoglio e lo trovo piuttosto triste e monotono. Io preferisco leggere i giornali vecchi, per vedere se i politici hanno mantenuto le loro promesse, se gli sportivi hanno realizzato i loro record, se le previsioni del tempo erano azzeccate, se l’oroscopo ha dato delle indicazioni che si sono rivelate corrette. È un puro esercizio perverso, tanto lo so nel momento in cui leggo le notizie quello che è vero e quello che mi vogliono fare credere. Anzi, ho maturato una consapevolezza del tutto personale che mi mette in guardia nel momento in cui leggo il giornale: che ci mettano sopra quello che vogliono che esista. Se parlano di una guerra, io posso pensare merda un’altra guerra, ma se non lo fanno io non lo penso, ma la guerra c’è lo stesso, che cosa cambia? Può addirittura accadere che tu ti ritrovi a pensarlo anche se la guerra in questione non esista e te l’abbiano solo raccontata. Credere in quello che si vede, è una regola semplice ma efficace, per quello che mi riguarda non c’è altro.

“Mario, sto per fare uscire la consegna gigante. Hai preparato l’ape?”

“Sì, incomincio a caricare?”

“Sì, preparati che ormai ci siamo.” Mettendomi la giacca mi rendo conto che il lavoro sta volgendo al termine. Serata morta. Questa consegna deve essere effettuata per le undici e mezza e poi direi che per oggi abbiamo finito. Soldi presi bene quelli di ‘stasera. Finito di caricare l’ape parto tranquillo, c’è un quarto d’ora buona prima di arrivare e mi prende un po’ di malinconia realizzando che evidentemente anche quella di oggi non era la casella giusta. Per lo meno il telefono se n’è stato zitto per un po’, non facendomi illudere ad ogni chiamata che fosse quella giusta. Tant’è, poteva capitare, poteva non capitare, amen.

Ma ci penso. Ci penso e allungo leggermente il giro per passare sotto la sua finestra. E’ accesa, e mi si altera il battito cardiaco. Passo oltre ricordando la sua voce al telefono. Non rispondo mai, l’unica volta che per caso sollevo la cornetta, lei. Un suono che mi sembra salire da dentro, come se uscisse dalle orecchie più che entrarci. Faccio di tutto poi per essere io ad effettuare quella consegna. Sono un po’ emozionato durante il tragitto. E lei forse non è poi bellissima, e la sua voce dal vivo non è proprio come quella che ti entra nel cervello passando attraverso il ricevitore. Ci guardiamo, ci guardiamo proprio bene. Poi io me ne vado. E così la nostra storia continua, quasi ogni settimana le porto la pizza: una pizza. Io penso a mille modi di dirle qualcosa di simpatico, o a volte di entrare di prepotenza nel suo appartamento senza dire una parola e di baciarla a forza. Credo che un giorno di questi lo farò proprio. A volte immagino che sia lei a dirmi qualcosa, che magari una volta di queste mi chieda di entrare, oppure che all’improvviso mi si avvicini a baciarmi sulla bocca. Una volta di queste potrebbe venire ad aprirmi con solo una lunga camicia addosso, scalza con delle calzette corte alle caviglie. Capirei subito di essere sulla casella giusta: incontro fondamentale. E invece forse il mio incontro fondamentale con lei l’ho già avuto, e continua, con fotogrammi che vanno ad aggiungersi a quelli già collezionati. Sguardi, lunghi sguardi silenziosi. Respiri, lunghi respiri rotondi d’aspettative. I suoi occhi sono come la sua voce al telefono, ti raccontano che non c’è solo quello che viviamo, ma molto di più.

Arrivo e scarico le pizze, in un attimo ho finito il lavoro, tra sorrisi allegri di ragazzi e ragazze vestiti di nuovo, tra mille profumi innaturali. Me ne torno in pizzeria pensando solo di essere fortunato a non trovarmi coinvolto in una compagnia di quel tipo, riuscendo a spegnere il cervello e a non pensare a niente. Arrivo e parcheggio l’ape dentro, ormai è mezzanotte e credo proprio che per oggi non ne avrò più bisogno. Entro nel locale.

“Fatto capo”.

“Tutto a posto?”

“Direi proprio di sì”.

“Senti Mario, fai un’ultima consegna e vai direttamente a casa. I soldi poi me li porti il prossimo turno.”

“Ok, grazie.”

“Sono già pronte guarda. Due speciali a Viale dello zodiaco 15.” Prendo i cartoni che sbuffano vapore da tutti gli angoli e non credo ai miei occhi. Riguardo l’indirizzo ed il cognome: è proprio il suo. Esco quasi correndo.

“Mario, Mario!!” Rimetto un piede dentro.

“Che cosa c’è?”

“Buon Anno Mario”

“Ah, sì, buon anno capo”. Il motorino vola per le strade deserte, i semafori tentano di frenare la mia corsa, ma in un minuto sono là, con il fiato corto e sudato quasi ci fossi venuto in bicicletta a fare questa consegna, e sto già suonando il campanello. In un attimo lo sconforto e la rabbia. Nei pochi secondi che passano tra il mio scampanellio e la sua risposta mi crolla il mondo addosso. Due, sono due le pizze… Vorrei morire, scappare lontano a schiantarmi contro un muro, gettarmi in un oceano saltando giù da una scogliera, farmi schiacciare dalle ruote di un camion… e invece salgo. Senza pensieri e con troppi pensieri. Senza intenzioni e con troppe intenzioni. Non respiro neanche più, non ne ho nemmeno voglia. Arrivo davanti alla sua porta e vedo il suo occhio che mi spia. Non dico niente. Un giro di chiave e la porta che si apre ci dà la maniera di riprendere la nostra storia di sguardi. Non so come è il mio, ma non mi aspettavo che il suo fosse così. Serio, severo, profondissimo.

“Ciao”

“Ciao” me ne sto lì fermo, senza capire niente. Improvvisamente lei si volta aprendo la porta rientrando in casa dicendo:

“Entra pure.” Faccio due passi incerti dentro, senza riuscire a fare altro che guardarla.

“Spero che ti piaccia la speciale, e che non debba andare a fare altro.”

E’ la casella giusta, improvvisamente ho i piedi sulla casella giusta che un attimo prima era lontanissima. E in un secondo succede tutto, il tempo di aprire una bottiglia che è già il momento di festeggiare l’anno nuovo, tra i botti che ci circondano addentiamo appena una pizza, non ci diciamo nulla, nemmeno gli auguri ci facciamo. Il suo sguardo è un po’ strano, ma probabilmente anche il mio lo è. E poi non ci sono più sguardi, ma baci carezze, mani pesanti sui corpi che presto sono nudi. E tra i lampi e l’odore di pizza e il fuoco nel cielo e il rumore dei lampi e le urla di gioia ci amiamo disperatamente come due condannati a morte. Non capisco niente, troppo stravolto dalle emozioni. Ce ne rimaniamo un po’ nudi e sudati senza parlare, in una specie di abbraccio. Poi lei alza la testa e mi guarda. E forse si aspetta che le dica qualcosa. Ma non dico niente. Forse il mio sguardo ha in fondo una vena interrogativa.

“Sto morendo Mario, e non voglio. Non così.” E capisco.

La accarezzo un attimo e le metto le mani attorno al collo. Lei mi guarda negli occhi e capisco la gratitudine, il sollievo e l’amore che sta provando per me in questo momento e stringo, subito incerto, ma poi sempre più deciso, come il suo sguardo che non mi chiede di smettere e che mi promette che sarà mia per sempre. Poi chiude gli occhi e dopo qualche istante si abbandona completamente tra le mie braccia. La tengo stretta come fosse una piccola bambina, la bacio un’ultima volta sulle labbra.

“Con quella voce piccola, avresti potuto chiedermi qualunque cosa.”