Racconto di Alessandro Prandi

(Prima pubblicazione)

 

Ascolto consigliato: “New Dawn Fades” Joy Division, 1979

 

È stata sveglia tutta la notte. Un via vai di gambe nervose sotto il lenzuolo. Adesso è seduta sul letto, con lo sguardo incollato alla tapparella, mezza abbassata, da cui filtra la luce di un lampione che tra qualche minuto si spegnerà. Un fremito la riporta al mondo; fruga sul comodino alla ricerca di qualcosa. Io so cosa. Me. Le dita vanno oltre alla sveglia, alla pila di libri che hanno perso ogni speranza di lettura, alla macchia lasciata da una tazza di caffè. Arriva e mi afferra, poi smanetta sul telefono alla ricerca di musica: Oh, I’ve walked on water, run through fire. Can’t seem to feel it anymore.

 

«Prendo questa, con la gommina rosa.» Io e Capocchia siamo insieme da quando ne ho memoria. «Spilungona», mi chiama lei. «Ciccetta», rispondo io.

Ricordo quel giorno in cartoleria quando Giulia ci ha scelto. Scelto noi. Non una bic multicolore, non un Tratto Pen fucsia, non un evidenziatore arancio. Noi, senza pensarci un secondo. Noi, una matita di colore giallo e la sua fedele scudiera.

Nell’altra mano tiene Quadernetto. Non posso dire di conoscerlo bene, è qui solo da qualche settimana, non siamo intimi forse neppure amici. Colleghi. Ecco, siamo colleghi. Le pagine scorrono lente. So dove vuole arrivare: alla lista, a quella maledetta lista delle cose da fare.

«Non riesco. Non ci riesco. Non voglio riuscirci», ha pianto al telefono soltanto ieri sera. Ma adesso è decisa ad affrontare la questione, sembra. Non è facile, lo capisco, tirare una riga su oggetti, scritti, idee di una vita. La vita di una madre morta. Abbandonare. Fare i conti.

Ogni tanto si interrompe per usare il temperino. Fa male, ma così sono più appuntita, più utile.

Vestiti 17,30 Valeria, coop soc La Valle.

Libri sabato ore 10 biblioteca quartiere (Simone).

Su Quadri sentire zia mi fa tracciare un segno spesso, scuro, cattivo.

Vicino a Cena Emilio disegniamo un piccolo cuore. Poi si ferma, con i denti tormenta Capocchia. Compare un punto interrogativo, leggero appena.

«Finito», dice in un fiato leggero.

Poi afferra la vecchia trapunta, di quella non se n’è voluta disfare, mi posa piano sul tappeto, si accuccia morbida e chiude gli occhi. Finalmente dorme.