Racconto di Myriam Ambrosini

(Quarta pubblicazione – 2 ottobre 2019)

 

Ero seduta in quel bar e qualcosa, senza alcun motivo apparente, mi disturbava.

Forse si trattava soltanto di quel mucchietto di foglie raggrinzite che il vento aveva trascinato sulla soglia del locale: l’estate stava inesorabilmente finendo e non volevo rassegnarmi alle malinconie dell’autunno ormai alle porte. Ma forse no … era anche qualcos’altro che abbrumava l’aria intorno a me.

Sollevai distratta la tazza di caffellatte che avevo dinanzi e, nel trascinarmi dietro anche il piattino su cui poggiava, mi accorsi che, al di sotto, spuntava un bigliettino azzurro contornato da cuoricini rossi.

“… Vorrei conoscerti …” vi era vergato sopra con una grafia spigolosa.

“Vorrei conoscerti …” mi ripetei e, istintivamente, mi guardai attorno e colsi subito il suo sguardo che non attendeva altro che di essere intercettato dal mio.

Si chiamava Fabio. Ma i nomi in fondo non contano nulla e nulla ci dicono di chi vi si nasconde dietro.

Purtroppo è così anche per l’impatto visivo: ad un bel volto amabile e sorridente non corrispondono sempre un cuore ed una mente altrettanto ben predisposti. Ma Fabio non era soltanto un viso accattivante; aveva modi eleganti e raffinati, parlava con estrema proprietà di linguaggio ma, soprattutto, pareva essere in grado di offrirti una comprensione ed una disponibilità sincere e quasi illimitate: merce assai rara di questi tempi.

Ora – dopo che, a malapena, sono riuscita a rimettere insieme i pezzi lacerati di me stessa – posso affermare senza ombra di dubbio che “il mito del Principe Azzurro” seguita a procurare a noi donne danni irreparabili che, oltre a sgualcire il corpo, mutilano per sempre anche l’anima.

Fabio c’era sempre quando avevi bisogno di lui e Fabio trovava sempre le parole giuste o perlomeno quelle che volevi sentirti dire! Fabio entrò nella mia vita. Fabio divenne la mia vita e finì per farne quello che voleva.

Poi la discesa irreversibile nell’abisso.

Divenni cosa sua: non avevo più un corpo, una mente, un’anima. Non potevo esprimere desideri, né possedere una mia volontà.

I fili che mi tenevano erano tenaci ed assai abili nel muovere ogni mia azione senza disturbarsi a chiedere quanto ne fossi in realtà partecipe.

Ma non fu sufficiente anche perché mi lasciai vampirizzare dai miei stessi sentimenti per lui: amare il proprio aguzzino regala a volte un’ebbrezza malsana a cui – come avviene per gli alcolisti o i drogati, consapevoli in fondo di farsi del male – è difficile rinunziare.

Non fu dunque sufficiente: la sberla ammonitrice si trasformò presto nel pugno mirato o nel calcio al fagotto in terra in cui mi ero ormai trasformata.

Mi percepii così un giorno: un mucchio di stracci palpitanti, raggomitolati in un angolo in attesa soltanto di venir, almeno per un po’, dimenticati.

Fu l’inizio della rinascita! Ripresi a guardarmi allo specchio, strappai per me sola brevi momenti di un’esaltante libertà, iniziai a riconoscermi. Ma lui se ne accorse ed incrudelì nelle sue percosse sia fisiche che psicologiche.

Ma io ero diventata più forte e forse anche più scaltra.

Lo lasciai infine, me ne andai e fu pace.  Fu una fetta di cielo riconquistata, ma non durò molto.

Iniziò l’ossessione. La gabbia si chiudeva sempre più intorno a me.  Lo squillo del telefono – dei telefoni! – a tutte le ore, le minacce, la sagoma oscura agli angoli di ogni palazzo, ai bordi di ogni marciapiede …

La sua ombra divenne la mia ombra e di nuovo il mio spazio rimpicciolì aggrinzì, e la mia casa divenne per me carcere e tana.

Sono ancora qui a tremare ad ogni vibrazione che percepisco intorno a me.

Sono ancora qui a cercare l’aria, ma non vi resterò a lungo; anche una lama nel buio è migliore di questa paura cieca, di questo immobilismo dove mi nego a me stessa ed alla vita.

Domani uscirò alla luce del sole domani porterò avanti la mia liberazione

o la mia …