Racconto di Loredana Marchesin

(Prima pubblicazione)

 

 

Chiara parcheggiò nello spazio davanti al parco. Incerta se scendere o attendere in auto; decise che un po’ d’aria le avrebbe fatto bene.

Il parco era ancora aperto; i gelsomini abbarbicati alla cancellata le riempirono le narici con il profumo dolce che scese lentamente in gola addolcendo l’amaro dell’inquietudine…

Qualcuno potrebbe passare e vedermi, ma chi vuoi che passi di qui a quest’ora e poi non è importante. Ho bisogno di respirare e riordinare le idee prima dell’incontro. Potevamo stabilire l’appuntamento all’interno del parco, al laghetto con le ninfee. Ormai non possiamo cambiare; abbiamo chiuso i cellulari per sicurezza. E io, come al solito, arrivo 15 minuti in anticipo. L’irrequietezza la sento già nelle gambe, nel desiderio di rientrare in macchina e andarmene. Da dove comincerò? Come posso stabilire subito la nostra posizione di vantaggio?  Non ci sono errori da correggere, bisogna andare avanti.

Chiara sentì una macchina entrare nello spiazzo e parcheggiare. Non si voltò. Chiunque fosse se ne sarebbe andato. Non si voltò. Cominciò ad armeggiare con la borsa come stesse cercando qualcosa. Una questione di secondi e l’intruso se ne sarebbe andato.

Sentì dei passi, continuò a rovistare nella borsa; i passi non si stavano allontanando, venivano verso di lei.
Il tocco sulla spalla la fece sobbalzare, a stento riuscì a soffocare il grido che si strozzò in gola.

̶ Chiara, ciao. Ti ho riconosciuta dalla macchina e, meglio ancora, dai capelli rossi.   Non conosco molte persone con una massa di capelli così intensamente rossi e ribelli.

Chiara si voltò lentamente. Sapeva bene a chi apparteneva quella voce: era Tom, il marito della sua migliore amica.
Con un sorriso che non superò le labbra tirate, Chiara cercò di formulare una frase senza che le tremasse la voce.
Non le piaceva Tom, non le era mai piaciuto. Alto e magro, viso scarno e due occhi neri che bruciavano quando si posavano sugli altri. Mente indagatrice e critica; anche quando, raramente, sorrideva, quelle labbra sottili non emanavano empatia, ma sospettosa curiosità e cattiveria.

̶  Ciao Tom. Che sorpresa incontrarti qui.

-In effetti, anche per me è una sorpresa. Hai qualche guaio con la macchina? Posso aiutarti in qualche modo?

E adesso che dico? Come posso liberarmi di lui senza aumentare i suoi sospetti? Perché lui vuole sapere, pensa di avermi colta in un flagrante “qualcosa”. Pensa, Chiara, pensa a qualcosa che lo convinca ad andarsene, altrimenti sarai tu a dovertene andare e l’incontro progettato da mesi dovrà attendere ancora.

̶̶ No, Tom. Niente di serio. Stavo aspettando un’amica in difficoltà; avrei dovuto     darle un passaggio in città, ma sono qui da più di mezz’ora e ancora non la vedo.

Che giustificazione stupida, Chiara. Adesso ti chiederà perché non la chiami, perché non usi il tuo cellulare e ti offrirà il suo se dici che lo hai dimenticato. Guardagli gli occhi! Sembrano ancora più scuri e penetranti come volesse forarti la mente. E poi, come è capitato qui? Questa è una strada secondaria che porta alla zona residenziale. Che mi abbia seguita? Ne sarebbe capace. Sento il sudore alla nuca scivolare in goccioline fredde.

̶ E non risponde al cellulare, ho provato e riprovato   ̶ Aggiunse Chiara.

Salvata in extremis. Adesso lui dovrà andarsene e… Anch’io dovrò andarmene se lei non arriva.  Cinque minuti alle 19. E questo profumo dolciastro ora mi dà la nausea. Deve andarsene.

̶ C’è nulla che posso fare per aiutarti, Chiara?

Tom la guardava; lo sguardo fisso negli occhi di lei come a penetrare nella trasparenza azzurra dei suoi occhi e raggiungerle la mente.

̶ No, grazie, Tom. Penso che me ne andrò a casa e cercherò di contattare la mia amica in qualche modo.

Tom assentì con la testa, proferì un secco arrivederci e si diresse alla sua macchina.

Chiara lo seguì con lo sguardo mentre saliva in macchina e tornava nella direzione del suo arrivo. Per alcuni istanti lei rimase immobile; sentiva il calore del tramonto sulle guance e il tremolio di lacrime sulle ciglia.

Ormai le conveniva aspettare, questioni di minuti e Tina, la moglie di Tom, sarebbe arrivata.

Vide il SUV bianco arrivare dal lato opposto alla strada presa da Tom.

Tina scese e corse verso di lei; minuta ed aggraziata, con lunghi capelli biondi e due occhi da cerbiatta che raramente si illuminavano, Tina era bella, dolce e vittima designata.

̶ Scusa il ritardo, Chiara. Questa volta non è colpa mia; Dina ha trovato un ingorgo sulla statale. Io tornerò con te, lei ha urgenze da sbrigare.

̶̶ Meglio così, Tina. Beato ritardo! Cinque minuti fa tuo marito era qui. Sospettoso e indagatore. Credo mi abbia seguita, non c’è altra spiegazione.

̶ Credi che possa tornare? – Chiese Tina con un tremolio nella voce e la paura nelle pupille dilatate.

̶ Non credo. Meglio andarsene subito comunque. Lo studio dell’avvocato Rinaldi è a mezzo chilometro. È già a conoscenza della tua situazione, del tuo terrore, ma anche la tua determinazione a presentare istanza di divorzio. Tom non potrà fermarti, tu hai figli e amici dalla tua parte.