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Racconto di Fabiano Spessi

(Prima pubblicazione – 5 ottobre 2020)

 

 

L’altro giorno è morto Fidel Castro. Ne ha parlato tutto il mondo: tv, giornali, internet. Su Facebook c’è gente che ha postato bandiere di Cuba o ha scritto siamo tutti cubani. Ne abbiamo parlato anche al call center dove lavoro. Emiliano, laureato in economia, ha detto che secondo lui Castro era solo un dittatore che ha affamato la sua gente e che il socialismo reale è una roba orrenda come e più del fascismo. Enrica, master in organizzazione di eventi culturali ed ex fidanzata di una riserva del Milan, ha sostenuto che Cuba rimane e rimarrà, con o senza comunismo, un bel posto per fare le vacanze anche se ultimamente ci vanno pure i buzzurri. Alfredo, docente precario di filosofia e autore di un saggio sul filosofo francese Derrida, ci ha invitati a ricordare com’era l’isola prima della rivoluzione: un bordello a uso e consumo di turisti infoiati e panzoni. Mimmo, ex giornalista musicale, si è limitato a sfoggiare una sbiadita maglietta con la faccia di Che Guevara; di solito ne indossa una di Emergency o di Slow Food. Dopo aver ascoltato tutti, io ho detto la mia: Fidel per tanti era un padre e il mondo ha bisogno di padri, come si evince dai libri di Massimo Recalcati, lo psicologo che fa i libri sui padri. Che poi, se ho capito bene, come padre non si intende per forza un uomo; può essere anche una madre o una zia. L’importante è che sia una persona che insegni il senso del limite e ci aiuti a trovare la nostra strada. Comunque, i miei colleghi mi hanno guardato sgomenti. C’è stato un po’ di silenzio e dopo ho aggiunto: pensate al nostro ufficio, anche noi abbiamo un padre. Mi riferivo a Massimo, il coordinatore.

 

Massimo è un uomo di mezza età, sempre ben vestito anche se non è che guadagni molto più di noi semplici addetti alle chiamate. Quando cammina lascia una scia di profumo e se ci esorta a impegnarci di più nel lavoro lo fa sempre con gentilezza, non si arrabbia mai; non fa la voce grossa quando il ritmo delle risposte alle telefonate è un po’ fiacco. Forse non è solo bontà d’animo: spesso Massimo arriva in ufficio completamente afono. Ci ritroviamo nei bar vicino al call center per la pausa pranzo e, mentre tutti parlano e parlano di cosa hanno fatto nel fine settimana o del prossimo viaggio, Massimo sta, per forza di cose, zitto. Questi suoi silenzi lo rendono anche più autorevole. Ma anche sfuggente e misterioso.

 

Di Massimo non sappiamo niente. Zero assoluto. Non sappiamo se ha una compagna, se ha dei figli o un animale domestico. Non sappiamo cosa fa nel tempo libero e per chi vota alle elezioni politiche, se è per l’Europa o sovranista. Non sappiamo qual è la sua serie preferita, nemmeno se guarda Netflix o è rimasto fermo a Canale 5. Massimo non usa i social, non possiamo neanche spiarlo in rete. Chi è Massimo? Ho posto la domanda ai miei colleghi. Più o meno tutti mi hanno risposto: E a te che te ne frega? Forse hanno ragione loro. Ma a me, comunque, me ne frega.

 

Così ieri, dopo il lavoro, ho seguito Massimo. Mi sono nascosto fra la folla dei passeggeri dell’autobus che riporta ogni sera a casa il nostro coordinatore. Il viaggio è stato decisamente lungo. Massimo è sceso al capolinea, all’altezza di un paesotto dell’hinterland pieno di villette tutte uguali, bar che all’ora di cena immancabilmente chiudono, un silenzio assordante diffuso a macchia d’olio. Massimo vive in una di queste villette, l’ho seguito finché non è rincasato, mi sono nascosto dietro il cespuglio che circonda il minuscolo giardino della sua abitazione.

 

Cosa ho visto? Massimo che preparava una cena molto semplice, sembrava della pastina in brodo. Massimo che imboccava un uomo anziano, sicuramente suo padre. Stavo per andarmene, vergognandomi anche un po’ per aver infranto la privacy di un uomo per il quale nutro davvero il massimo rispetto. Ma a un certo punto è partita una musica. Dalla cucina Massimo è passato al salotto, si è messo un microfono davanti alla bocca e ha cominciato a cantare:

E adesso andate via

voglio restare solo

con la malinconia

volare nel suo cielo.

Non chiesi mai chi eri

perché scegliesti me

me che fino a ieri

credevo fossi un re…

Karaoke. Ho riconosciuto la canzone: Perdere l’amore, cavallo di battaglia di Massimo Ranieri

Perdere l’amore

quando si fa sera

quando tra i capelli

un po’ di argento li colora.

Rischi di impazzire

può scoppiarti il cuore

perdere una donna

e avere voglia di morire…

Qualche settimana fa, in quella trasmissione estiva di Rai 1 che si chiama Techetechetè, dove fanno vedere cantanti morti o degli anni Ottanta, c’era Ranieri che interpretava il suo più grande successo. I gesti teatrali dell’artista campano erano uguali a quelli del mio coordinatore. O forse sarebbe più giusto dire il contrario.

 

Poi Massimo è sparito dalla mia visuale per qualche minuto. Quando è riapparso indossava una tutina oscena e dei baffoni alla Freddie Mercury. E infatti si è messo a cantare The show must go on. L’interpretazione è stata, ancora una volta, perfetta. Mi sono venuti persino i brividi. Avevo quasi voglia di applaudire. Comunque, alla fine del brano dei Queen, me ne sono andato verso la fermata dell’autobus per tornare a casa mia. Non sapevo cosa pensare del concerto a cui avevo assistito. Non sapevo cosa pensare di Massimo. Allora mi sono attaccato al telefono. Un po’ di Candy Crush Saga, un po’ di Instagram, ho messo qualche MI PIACE a gente che praticamente neppure conosco. Quella notte, grazie al solito sonnifero, ho dormito bene, otto ore filate. La mattina dopo sono arrivato al lavoro un po’ in ritardo. Massimo non mi ha sgridato. Perché il nostro coordinatore è un uomo buono, comprensivo, gentile. Oppure, tanto per cambiare, era semplicemente senza voce.

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