Racconto di Silvio Esposito

(prima pubblicazione – 17 agosto 2020)

 

 

Piangeva in silenzio il suo dolore e copiose lacrime le lasciavano scie lucenti sulle gote. I grandi non piangono mai, le avevano detto una volta, ma non era così, lei piangeva spesso. Miryam pensava al futuro e si sentiva sempre più sola e insicura. Ma ora era giunto il momento di dire basta e di scuotersi di dosso la paura, non poteva continuare ad andare avanti di questo passo, era arrivata al limite oltre il quale vedeva sé stessa immersa in un grande vuoto, motivo per il quale continuava a piangere. Sfogo, questo, che la portava in luoghi da cui di solito cercava di tirare fuori gli altri. Gli altri poi, la cercavano solo per chiederle aiuto a discapito della sua felicità e a quel punto le restava solo il loro dolore. Era stanca di donare a chi non meritava le sue premure. Stanca di cercare di farsi capire da coloro che non comprendevano in quanto pensavano solo a sé stessi. Stanca! Stanca! Stanca! E asciugata l’ultima lacrima dal viso, si era detta che non avrebbe più pianto. Meritava di più dalla vita e da oggi in avanti avrebbe lasciato entrare nel suo cuore solo chi l’avrebbe resa una donna felice.

Era buio e Miryam passeggiava ancora per le strade. Non c’era molta gente in giro, solo qualche ritardatario che rientrava a casa dopo una lunga giornata al lavoro. Le piaceva camminare da sola, aveva modo di fantasticare senza che nessuno la guardasse con sospetto. Il suo sguardo si perdeva sempre nel nulla, incantato; e anche stasera si era soffermata a rimirare le luci accese alle finestre di che era rientrato a casa. Le ombre di chi vi abitava le donarono quel calore che a lei tanto mancava e accennò un sorriso velato. Al ché affrettò il passo e pensò che sarebbe stato bello donare lo stesso calore a chi, rientrando in casa, si fosse fermato a rimirare la sua dimora.

Con quel pensiero rientrò in casa e, arrivata alla soglia, aperta la porta entrata accese subito tutte le luci di casa. Non mangiò nulla, si lavò poi si spogliò e s’infilò sotto le coperte. Ma non riuscì a prendere sonno e cominciò a pensare a quanto era vuota la sua vita.

Aveva sempre avuto un rapporto d’amore e odio con la solitudine. La temeva, e più la temeva, più se la ritrovava al suo fianco. La solitudine non la lasciava mai; era diventata una compagna che la seguiva silente. Ci si era talmente abituata che aveva preso a rifugiarsi in lei di proposito. Questo accadeva perché si sentiva diversa e non compresa. Anche se il più delle volte preferiva rimanere sola piuttosto che circondarsi da persone superficiali ed egoiste: fatte di sole maschere e luoghi comuni. Detestava quel tipo di soggetti, per cui si rifugiava in sé stessa. E dire che era sempre stata una gran giocherellona, come un bambino goloso che di punto in bianco si fosse trovato in una pasticceria da solo. Così aveva imparato che c’erano due tipi di solitudine: una senza persone con cui interagire… cioè quelle fisicamente lontane. L’altra, quella che lei riteneva la vera solitudine, la più lacerante, quella che percepiva quando si trovava in mezzo alle persone e queste non si accorgevano della sua presenza. Quelle persone la facevano “sentire” davvero sola. Era come se si trovasse in un deserto dove tutti si abbeverano nelle acque limpide di un’oasi e al vederla arrivare, pur facendola passare, non le concedessero il modo di abbeverarsi. Rimaneva da sola perché non era compresa. Sola perché le sue idee non corrispondevano a quelle degli altri: i cosiddetti benpensanti; i saccenti per intendersi. Sola perché aveva provato a dare sé stessa alle persone sbagliate. Così amava rifugiarsi in una capanna costruita nel suo cuore e portava con sé i suoi sogni. Ed era lì che si trovava a proprio agio così che non si sentiva più sola.

La solitudine era una maledizione che a volte agognava e altre detestava. Le aveva parlato una volta, le aveva detto: “Saremo io e te per sempre. Non preoccuparti, tutto andrà bene se starai con me. Non importa in che parte del mondo sarai. Io ci sarò sempre lo sai. Nessuno meriterà le tue lacrime e ricorda, i grandi non piangono mai.” Ma in fondo come diceva quel poeta, di cui lei non ricordava mai il nome: “Ognuno è solo sulla faccia della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”.

La solitudine non la si sceglieva, era lei che sceglieva te, per cui aveva imparato ad accettarla e a viverla pienamente. Era l’unica “soluzione” al caos costante che la circondava. La solitudine era un calice dal quale lei spesso non voleva bere, ma che puntualmente si ritrovava a sorseggiare avidamente. La solitudine era sua amica, il rifugio sicuro dove entrare e sfuggire i mostri interiori che la inseguivano senza sosta. Mostri a cui aveva donato tutto, forse troppo e tutto per via della sua ingenuità.

Eppure lei si chiedeva in tutto questo se non fosse un po’ colpa sua. In fondo attirava a sé persone che la facevano sentire sola… ma perché? Cosa doveva capire dai loro comportamenti? Che fosse lei a non accorgersi della loro unicità? Forse perché si fermava alle apparenze? Quindi la maschera da far cadere non era la loro, ma piuttosto la sua! Non era colpa degli altri se non veniva capita, ma solo sua! Poiché si chiudeva in sé stessa e questo inficiava i rapporti.

Non capiva se quella era la strada giusta da percorrere, poiché la sua era più una solitudine dell’anima. Prima doveva trovare una comunione col tutto senza bisogni e attaccamenti. Forse con questa nuova visione i rapporti con gli altri sarebbero migliorati. Sapere di stare bene con gli altri avrebbe reso i rapporti con il prossimo più sinceri, più rilassati, più liberi. A quel pensiero le era venuto in mente un passo del Pasolini: “Bisogna essere molto forti per amare la solitudine. Stare soli ogni tanto è piacevole, fa riflettere, fa ragionare, ma c’è una bella differenza tra l’essere soli o il sentirsi soli. Rimanere soli con sé stessi è una scelta, un rifugio, ma non possiamo rimanere da soli in eterno. Paura? Ci sono i sogni, il lavoro, gli hobby, le amicizie. Condividere un sorriso vale il doppio.”

Ogni solitudine era propria, ogni parola era propria, come ogni vita e ogni scelta. Tutte le situazioni impossibili in cui si era trovata e si trovava sembravano “imposte” da altri, ma lei in realtà sapeva di averle create da sola. Anche se poi trovava sempre il modo di cambiarle a suo favore. Le scelte difficili erano sempre quelle che andavano controcorrente. Facile sarebbe dire io non posso farci niente. La solitudine si trovava fra le scelte difficili da fare. L’aveva accettata come una parte di sé e, nel tempo, aveva imparato ad amarla. E, per questo motivo, lei non poteva pretendere nulla da nessuno… Non poteva… Non voleva.

Così aveva dovuto fare scelte difficili con coraggio. Al primo posto veniva la sua dignità come donna, se l’era imposto, glielo imponeva la sua coscienza. Ma più di tutto il suo essere madre. Era questo che l’aveva portata a restare sola… più che a restare, ritrovarsi da sola. Le paure andavano affrontate: e in questo lei era diventata brava. Aveva iniziato molto presto, a sei anni… quando, solo una bambina, i mostri si erano presentati e aveva dovuto imparare a combatterli, da sola. Mostri che non erano quelli che normalmente si trovavano nelle fiabe, questi erano veri ed erano vicino a lei, troppo vicino.

Le ore erano diventate giorni; i giorni anni e si era fatta grande. Tutta la vita li aveva avuti intorno e l’unico posto dove rifugiarsi era il bosco. In quel luogo si sentiva protetta e aveva imparato a sognare, da sola.

Non aveva mai giocato con le bambole, non ne aveva avuto il tempo, neanche di giocare con le amiche. Doveva scappare dai mostri e si rifugiava nella sua solitudine, mentre tremava come una foglia al vento. Pertanto aveva imparato a restare da sola e ad amare quei momenti, specialmente quando si lasciava meravigliare dalle creature del bosco e dagli insetti: come farfalle, salamandre e orbettini, con cui parlava e si confidava. Non solo, l’affascinavano i fiori e le piante, che con i loro colori vivi le trasmettevano una meravigliosa sensazione di pace.

Amava andare a nascondersi nel bosco, c’era un prato dalla forma quasi rotonda che si trovava proprio al centro di una radura. Per raggiungerlo doveva seguire una strada leggermente in salita, ma una volta arrivata, lo sforzo veniva ripagato. Ad attenderla c’era un bellissimo noce, dove amava sedersi spalle al tronco ad ascoltare il vento fra le foglie. Era come se le cantassero una dolce ninna nanna, quella che la madre non le aveva mai cantato. Mentre l’ascoltava guardava l’azzurro del cielo strizzando gli occhi, colpa dei raggi del sole che l’accecavano sempre. In quel contesto trovava la libertà che aveva perduto, in quella solitudine la sua anima si esprimeva al massimo e con essa creava un mondo dove tutto parlava d’amore. Quanti bambini avevano un amico immaginario, così anche lei ne aveva creato uno con cui giocava. Alto quanto un petalo di margherita era diventato l’amico inseparabile.

Quell’amico che le aveva detto che imparare a stare da soli era importante. Poiché ci sarebbero stati momenti nella vita in cui ci si poteva trovare ancora più soli. Come per esempio dopo essere stati lasciati dal compagno o, nella peggiore delle ipotesi, quando la morte glielo avrebbe portato via. Oppure quando i figli, sposandosi, se ne sarebbero andati via per farsi la loro vita. In quel caso si sarebbe sentita sola e la notte, rigirandosi tra le lenzuola in cerca di calore, a ricordare le voci dei figli, i loro casini, che prima tanto le davano fastidio, li avrebbe rimpianti. Perché di notte le lenzuola fredde ci saranno ancora e se non imparerà ad amare la solitudine impazzirà.

Quella stessa solitudine che avrebbe dovuto riempire di tante cose: interessi, hobby, ma soprattutto d’amore; amore per te stessa, per quel che era, per quel che sarebbe diventata. Ogni giorno doveva godere delle piccole gioie, che sarebbero state tante. Come apprezzare quello che la circondava, le meraviglie della natura per esempio. Godere dei profumi, dei sapori, dei sorrisi degli sconosciuti. Bere il caffè con la vicina e giocare con i suoi bambini. La solitudine aveva due sfaccettature, c’era quella che distruggeva e quella che rigenerava. Dipendeva da chi le viveva e come, le aveva detto, quindi non doveva fare altro che respirare a pieni polmoni la vita tutta… la solitudine non era morire a sé stessi; doveva stringerle la mano e poi tenerla stretta se non voleva smarrirsi. Perché era parte della vita di tutti e andava vissuta al meglio.

Distesa sul letto non smetteva di fantasticare, di sognare e sperare. Sopravviveva così, Miryam; immergendosi nel suo mondo fantastico, là dove l’amore era l’assoluto protagonista. Sapeva che la vita aveva in serbo qualcosa di fantastico per lei, non le restava che aspettare le mostrasse cosa. Tutto dipendeva dai suoi pensieri, doveva focalizzarli su cosa desiderava veramente. Innanzitutto non avrebbe mai smesso di essere positiva nel mentre aspettava fiduciosa che tutto s’avverasse. Così, che quel giorno, avrebbe detto: solitudine sei stata un’amica per me finora, ma io preferisco un compagno con cui vivere gli alti e i bassi della vita, fatta dell’essere e non dell’apparire. Pertanto ti dico addio per sempre. La mia mano stringe un’altra e per la vita ne farà parte, a non rivederci più, amica mia.