Racconto di Virginia Spinelli

(Prima pubblicazione)

 

 

 

Maria, una ragazza italiana di etnia rom, cammina per le strade della sua periferia di Pescara. Il suolo sottostante le sembra pesante, come se non le appartenesse. Le strade sono vuote e lei si sente come quella strada. Sempre alla ricerca della normalità.

Ribelle, fin da piccola, Maria non si è mai fermata.

Essere donna rom significa sottomettersi a determinati meccanismi, come se fosse vietato vivere. Spesso i padri vietano alle figlie di studiare per paura che loro possano preferire la normalità, le cose più semplici: una passeggiata con le amiche, i primi amori, i primi “sbagli”, la felicità.

Maria, ad esempio, ama guardare i film con Giulia, una sorella per lei. Entrambe amano il mare, i colori e la pasta al pesto.

Maria cammina. Ha le mani fredde, la felpa la copre e la protegge come se fosse uno scudo fatto di tessuto. Il cuore pesante e una giornata grigia. Un paio di cuffie e una canzone che parla di un amore perduto: ciò di cui non ha bisogno.

«Fortuna che sappiamo come riderne, sapendo che le cose possono precipitare senza limite». Così canta Mecna, le sue parole la proiettano altrove.

Altrove è un bel posto, altrove sta bene.

Altrove non si sente diversa, non è esclusa perché ha i tratti diversi. La sua pelle scura le ricorda che viene da lontano, dove il sacrificio a volte non ripaga perché conta più un nome invece dei calli sulle mani.

Ha il fiato corto, come se avesse corso una maratona e, invece, sta cercando di conquistarsi la normalità. Ha il passo leggero e l’imponenza di chi ha le spalle forti.  Gli occhi pieni di fuoco di chi non si arrende, stanchi ma che non hanno intenzione di fermarsi.

Ha una stanza piena di crepe ma colorata, l’ha arredata, un giorno non le farà più male entrarci e quel giorno avrà raggiunto il suo obiettivo.

Sua madre le dà le spalle, sta preparando il pranzo, ha gli occhi tristi, sa quanto sta faticando e vorrebbe fare qualcosa: non sa che a lei basta sua presenza per tranquillizzarsi. La stringe, il suo odore la rianima.

Vorrebbe non sentirsi fuori posto ovunque.

Le chiedono spesso: «Che cosa vuoi fare da grande?».

Sorride. Maria è già grande, ma dentro di se è ancora una bimba che sogna e non smetterà mai di farlo.

Cosa vorrebbe fare?

Vorrebbe sentirsi normale. Vorrebbe uno sguardo di conforto, come a dire “ce la puoi fare”.

Vorrebbe sentirsi dire «il lavoro è suo».

Vorrebbe passeggiare e potersi permettere quella felpa che le piace tanto, vorrebbe comprare un paio di scarpe a sua madre e dei giocattoli per i suoi nipoti.

Sembra quasi un miraggio ma ogni cosa ha un suo tempo.

Vorrebbe laurearsi, gettare una base per creare qualcosa di suo.

Vorrebbe mandare un’email a chi le ha sempre detto di no con scritto “Hai visto? Sono molto di più di un cognome”.

Vorrebbe rientrare dopo una giornata di lavoro e studio, trovare chi la ama, ordinare una pizza e ridere.

Scappa sempre. E’ un disastro nelle relazioni ma le piacerebbe poter dire: «resta, ti preparo una torta al cioccolato».

Ha sempre paura di non essere abbastanza, ha paura di legarsi e di non riuscire a lasciare andare. Ha paura di farsi vedere vulnerabile, perché col tempo si è costruita una corazza di sorrisi e finto distacco. Vorrebbe poter dire: «Tu resta, che questo vuoto possiamo riempirlo. Portami al mare, capirai che esiste un infinito intoccabile ma sempre in movimento».

Ha voglia di riscatto, ha fame di vita.

Vorrebbe dare l’esempio alle persone, soprattutto alle ragazze. Si può uscire da tutto ciò che non le rende felici, la fatica sarà doppia ma sarà ricompensata.

Spesso nella società la donna è vista come strumento di provocazione, succube di pregiudizi. La donna viene spesso considerata come un essere inferiore rispetto all’uomo, debole.

In passato, Maria litigava spesso con il padre per il suo desiderio di libertà, ma lei voleva solo abbracciarlo. Era caduta in un periodo buio fatto di graffi e malessere. Maria ha pagato a caro prezzo la voglia di normalità. Aveva messo da parte sé stessa per accontentare gli altri, ma un giorno di dicembre è cambiato tutto: Maria è tornata sui banchi di scuola, una sfida con sé stessa. Ha voglia di imparare e far capire che lei è giusta.

Contro mille pregiudizi, Maria va avanti con la sua “battaglia”, cioè trovare il suo posto nel mondo.

Le donne danno l’esempio: non hanno bisogno di un uomo accanto per essere indipendenti.

Sogna di essere di nuovo altrove.

Dove? Nel suo appartamento: l’università la stanca ma la rende felice, è sul divano e guarda di nuovo il suo film preferito. Ha messo la sveglia: domani inizia un nuovo lavoro.  È agitata, non dormirà ma è felice. Si sente viva.

Quel tatuaggio resta una cicatrice, quella rosa ha bisogno di lei per non appassire mai, il ghiaccio si è sciolto e resta lei.

Làska, in polacco significa “amore, coraggio e solitudine”.

La corona di alloro sarà sua, avrà un sorriso bellissimo e il cuore pieno di gioia, sua madre avrà le sue scarpe nuove e gli occhi felici.

Non scapperà più per paura di soffrire, ma stringerà le mani, in segno di promessa, quella di camminare insieme.

La nostra casa, col tornado intorno.