Racconto di Francesco Marchese
(Terza pubblicazione)
C’è odore di nuovo. Entrando nell’appartamento tutto sembra in ordine, ridipinto di fresco. Quando ho aperto la porta, ho pensato che la luce fosse rimasta accesa. Invece è il sole del tramonto che dipinge di vero tutto quello che c’è dentro.
Il ragazzo dell’agenzia è stato molto paziente, ma non sapeva che avrei aspettato un bel po’ di tempo che quest’appartamento, proprio questo, non altri, si liberasse.
Chi ci abitava prima di me, una graziosa ragazza dagli occhi verde smeraldo e i capelli arruffati, secondo l’agente doveva essere una patita delle pulizie. La cucina è ampia e confortevole, la camera da letto ha annesso un balconcino con una fioriera di rosmarino selvatico.
Il rosmarino si è lasciato invecchiare; non è ancora morto perché la natura è pietosa e aspetta che lo illumini l’ultimo sole d’inverno. Che è quello che fa in questo pomeriggio, con qualche vergogna e la compassione che si deve a un fiore. La lavanda che gli è cresciuta di fianco, invece, è rigogliosa: sembra un bimbo appena nato che sta per mettere i denti.
Il resto degli ambienti è asciutto come la sabbia di una clessidra. I mobili non sono pretenziosi, direi senza stile apparente, moderni, servono a quel che servono: sedie per sedersi, letto per dormire, tavolo per pranzare, cucina per cucinare.
A dire il vero, conosco a memoria la disposizione dei mobili in questa casa e posso sovrapporre i miei passi, come se percorressi una pericolosa cresta alpina. Per andare dal bagno alla cucina e dalla cucina in camera da letto so qual è la sequenza delle mie orme.
La vista all’esterno non è delle migliori, pazienza. Ho firmato un contratto e pago un affitto generoso, che mi permette di avere una vita tranquilla, solitaria, di poche parole. Proprio quello che in questo periodo della mia vita voglio più di ogni altra cosa.
La mia vicina ha un cane. Oggi l’ho visto acciambellato sul tappetino davanti la porta di casa. Un cane pulcioso, lo sguardo mite, un orecchio più alto dell’altro. La sua padrona è una donna sui settanta, ingrigita nei capelli ma piuttosto gradevole nei lineamenti, anche ben vestita direi; tuttavia, ha l’aria stanca, richiama il cane scusandosi. Da quello che mi fa capire non ha marito, o meglio, ne ha avuto uno che è stato poco amato, o ha poco amato; forse è scappato senza salutare, come fa una foglia quando cade in autunno e non sa dove andrà a posarsi.
Mi dice che la ragazza che abitava questa casa – e qui abbassa la voce –s’è lasciata con un tale che lei ha capito essere un vecchio uomo, ed è andata a vivere con un altro ragazzo, uno della sua età, ma non è che con questo nuovo ragazzo vada poi così d’accordo. Credo l’abbia fatto, mi sussurra, perché era stanca di aspettare. E in amore l’attesa, mi dice con aria complice, non porta mai nulla di buono.
Lei sa tutto della ragazza e del suo vecchio fidanzato, anche se non l’ha mai visto, perché le pareti sono sottili e lei, distintamente, ha sentito pronunciare più volte dalla voce dell’uomo, ti amo. Da persona saggia non gli ha dato troppa importanza perché quell’uomo l’ha detto, ha detto ti amo, mentre facevano l’amore: e non c’è verità nel desiderio.
La signora un po’ è arrossita, ma spero non si sia accorta che io sono diventato viola, come se un panno umido e caldo mi avesse schiaffeggiato le guance.
Ho tenuto per me l’idea che, proprio mentre si fa l’amore, è giusto dire ti amo, una certezza assoluta che continuerà a esistere nel tempo.
Non so perché la mia vicina di casa m’ha confidato questo, del resto neanche mi conosce. Credo che voglia civettare un po’ con me: tra me e lei non c’è poi così grande differenza di età. Per adesso non mi dice altro.
Tuttavia, mi accorgo di essere poroso alle sue parole, perché mi fanno davvero male, perché quando le ho dato la mano per salutarla qualcosa di quello che ha detto è entrato con forza dentro di me, ma spero che niente di me sia entrato dentro di lei. Mi ha guardato non come si guarda un uomo qualsiasi, piacente è vero, che ha appena passato i settanta, vero anche questo, ma come un tale che viene ferito nel profondo dell’anima, come a voler incidere con un taglio amaro quel grumo di tristezza che si porta dentro. Insomma, come un uomo che ha ancora bisogno di essere amato.
Non mi ha riconosciuto, ne sono sicuro. Sono stato ben attento a non farmi vedere in questi ultimi due anni. Confido anche nel fatto che le persone, quando si guardano e si parlano, non sempre si capiscono perché c’è sempre come un velo di cellophane che ci incarta e spesso trattiene le parole, a volte neanche ci fa respirare.
A dire il vero il mio cellophane ha qualche buco di troppo, è stato strappato, proprio come la mia anima ferita, che porta ancora i segni di quel ti amo che quella ragazza dagli occhi verde smeraldo e i capelli arruffati mi ha sussurrato mentre facevamo l’amore.
Quand’ero qui mi occupavo io del rosmarino. Adesso l’ultimo raggio di sole mi dipinge le dita mentre accarezzo la sua morte che sta per arrivare.
La lavanda invece la curava lei; e se ne sta lì a colorare l’aria di fresco, proprio come il sorriso di un bimbo, e mi accorgo solo ora che non è affatto vero che l’amore ti fa smettere di invecchiare, semmai ti concede di sapere che stai invecchiando.
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