Invia il tuo racconto
single image

Racconto di Lorenzo Barbieri

(Terza pubblicazione – 25 dicembre 2019)

 

La giornata del tre dicembre era iniziata con una nebbia umida di sentori di mare. La piazza che di solito accoglieva la massa degli studenti in attesa del suono della campanella d’inizio lezioni, era avvolta da un grigiore che rendeva lo scenario molto deprimente. Anche il mare, a pochi metri di distanza, sembrava non avere voglia di muoversi. Se ne stava lì tranquillo, lasciando solo che una leggera onda accarezzasse la sabbia.  I ragazzi vagavano a gruppi, ma non avevano la consueta vivacità. C’era un qualcosa nell’aria che stranamente frenava quella che era la loro caratteristica dinamicità, il suono della campanella si sparse nell’aria come una benedizione.  Tutti si affollarono, correndo, all’entrata per rifugiarsi nel caldo tepore delle proprie aule.

I ragazzi erano appena entrati e stavano sistemando cappotti, giubbini e zaini. Operazioni che svolgevano in silenzio, solo qualche commento, niente in paragone alla loro sfrenata confusione che creavano tutti i giorni. Attendevano a minuti l’ingresso della professoressa d’italiano, quella terribile che loro avevano denominato “la tedesca” per la sua nota severità e intransigenza. Passarono i primi cinque minuti e la prof non arrivava ancora. Trascorsero altri dieci e la prof non si vedeva, questa circostanza allarmò i ragazzi, che motivo ci poteva essere per questo ritardo inconsueto. Lei era una puntualissima, dall’inizio della scuola non aveva tardato più di un minuto. Per esserci c’era. Molti l’avevano vista arrivare e parcheggiare la sua utilitaria nei pressi del complesso scolastico. Perché questo ritardo?  Era trascorso almeno un quarto d’ora, quando finalmente la porta s’aprì e lei entrò lentamente con il telefonino acceso, stava guardando qualcosa e non fece caso alle facce stranite dei ragazzi che la stavano osservando con stupore. Arrivata al suo tavolo spense il cellulare e si sedette guardando la classe che stranamente silenziosa, aspettava una sua spiegazione sul ritardo.

La professoressa attese ancora qualche istante per riprendersi poi dopo un lungo sospiro prese a comportarsi come sempre.  Voleva continuare a recitare la parte della donna forte e impassibile, ma c’era qualcosa che stonava nei suoi gesti.

  • Buongiorno ragazzi, vi vedo silenziosi e attenti e questo mi fa piacere proprio in questa giornata. Adesso dovremmo fare l’appello, ma credo sia inutile, vedo tutti presenti nei vostri posti meno quello del vostro compagno Alberti che sappiamo manca da diverso tempo. Come sapete è stato coinvolto in un incidente e da allora è in ospedale. Questa mattina quando sono arrivata, purtroppo, ho ricevuto una brutta notizia che mi ha scosso notevolmente e voi sapete bene che non sono il tipo che s’impressiona facilmente.
  • Oh no! Professoressa, non ci dica che Gigi è……
  • No, tranquilli, è ancora con noi, sta bene, se così possiamo dire. La cattiva notizia riguarda altro, adesso è tornato a casa, ma dubito che potrà tornare a scuola almeno per quest’anno. Alberti, o meglio Gigi come lo chiamate voi ha dei problemi seri e non sarà facile risolverli. Sono dispiaciuta, ma purtroppo dobbiamo andare avanti, questa è la vita ragazzi.  Presto imparerete che ci sono cose peggiori che venire a scuola e trovarvi una come me, com’è che mi chiamate “la tedesca”, pensavate che non lo sapessi, magari fossero questi i veri problemi. Ora per favore lasciamo da parte questo discorso e dedichiamoci a quello che dobbiamo fare.

Dette queste parole, non senza un evidente imbarazzo, si mise a sfogliare il registro per annotare le presenze, lasciando così ai ragazzi il tempo di riprendersi e togliere dalla mente il discorsetto che aveva fatto. Tutti pur se stupiti dai modi più gentili della loro professoressa, si misero in attesa di altre direttive, solo tre di loro, quelli che erano chiamati i tre moschettieri, si misero a confabulare. Le notizie della prof erano state allarmanti, ma non esaurienti. Adesso avevano un’ansia addosso che li teneva in uno stato costante di agitazione. Loro erano gli amici più intimi del ragazzo in questione. Loro quattro erano inseparabili e ascoltare quel preambolo era stato come una pugnalata nel cuore. Furono distratti per tutto il tempo delle lezioni, non aspettavano altro che uscire per discutere e decidere cosa fare in concreto. Il suono della campanella li trovò già pronti, zaini in spalla a correre fuori e radunarsi nel loro consueto punto di ritrovo. Proprio di fronte alla scuola c’era un bar e loro solevano rifugiarsi in una delle sale esterne, per le riunioni che facevano settimanalmente.

  • Ragazzi, oggi la tedesca è stata, come posso dire, più umana del solito. Io non l’ho mai vista così imbarazzata, sembrava che stesse per piangere. Una cosa davvero forte, voi che ne pensate? Gigi deve avere davvero un grosso guaio, lei non ha voluto dirlo o forse non ha potuto, noi dobbiamo darci da fare, io voglio andare a casa sua.
  • Hai ragione Paolo, rispose un altro dei ragazzi,

Era il piccolo Samuel, era il piccolo della combriccola, ma anche il più sveglio. Lui era quello che si dice il cervello che funzionava di più nel gruppo.

  • Appena sono a casa voglio chiedere mamma se ci accompagna tutti a casa di Gigi. Se non può dovrete voi trovare qualcuno che ci porti lassù. Purtroppo, è lontano e a piedi non ce la facciamo, altrimenti saremmo andati anche subito.

Luca, l’ultimo rimasto annuì vistosamente in cenno di assenso. Tornati a casa i tre fecero opera di convincimento verso i rispettivi genitori per farsi accompagnare a casa del loro amico. Non era la prima volta che accadeva, ma questa volta il motivo era importante. La madre di Paolo rispose evasivamente adducendo degli impegni che le impedivano libertà di azione. Stessa sorte toccò a Luca. Samuel invece ebbe una discussione serrata con il padre che, stranamente si trovava a casa.

  • Papà allora ci porti o no? Non credo che non possa farlo, se sei a casa vuol dire che sei libero dal lavoro, che ci vuole, da casa nostra a Pianacce dove sta Gigi, sono cinque minuti di macchina. Ci lasci al volo, poi quando siamo pronti stasera ti faccio uno squillo e tu o la mamma ci venite a prendere.
  • Ho capito Samuel, certo si può fare, ma sei sicuro che i genitori di Gigi vogliano vedervi. Vi presentate in tre a casa, quando il loro figlio magari è a letto e non sta bene, non mi sembra una cosa fatta bene, dovreste informarvi prima se potete fare questa visita. Scusa ma perché tutta questa urgenza, se il vostro amico è malato può non aver piacere di chiacchierare e vuole solo riposare. Io non so che guai ha avuto, ma se dovesse capitare a te una cosa del genere sei sicuro di voler avere vicino i tuoi amici petulanti e rumorosi come siete? Ti sei chiesto questo almeno?
  • Papà forse non capisci, noi dobbiamo andare, la prof stamattina ci ha messo in apprensione. Tu la conosci quella d’italiano, ci hai parlato, hai visto che tipo è; rigida come una scopa. Sembrava che niente e nessuno potesse scuoterla da quella sua aria severa, invece, oggi è venuta in classe con notevole ritardo e ci ha dato la notizia che Gigi ha avuto dei problemi dopo l’incidente e, mentre ci diceva questo sembrava stesse per scoppiare a piangere. Capisci che significa questo? Il nostro amico non sta davvero bene, deve essere una cosa grave e noi non possiamo non andare. Siamo i suoi migliori amici.

A questa accorate parole il padre cominciò a credere che doveva trattarsi di una cosa grave. Lui sapeva che quel ragazzo era stato investito da un’auto ed era in ospedale. Nessuno ne aveva più parlato, ma dal racconto del figlio le cose dovevano essere peggiorate. A quel punto non poteva evitare ai suoi amici di preoccuparsi, né di privarli della soddisfazione di dimostrare il loro affetto per il compagno. Decise di assecondare la loro richiesta. Dopo che ebbe dato il suo assenso, Samuel si precipitò al cellulare per avvisare gli altri e fissare l’appuntamento per la salita a casa di Gigi.

Arrivarono in meno di cinque minuti. La giornata era sempre uggiosa e umida, da sopra Pianacce si vedeva l’intero panorama del mare.  Nel primo pomeriggio si era alzato il vento e ora era diventato una massa scura e grigia che si muoveva velocemente, con delle creste spumose bianche che diventavano sempre più grosse.

I ragazzi bussarono alla porta mentre il padre di Samuel attendeva in macchina per assicurarsi che fossero ben accetti e fossero entrati. Quando entrarono, Samuel     segnalò al padre un ok e fece segno che avrebbe telefonato in serata.

I tre furono accolti con simpatia dalla madre del loro compagno. Espresse anche un caldo ringraziamento per la loro visita. Disse che era sicura che avrebbe fatto piacere al figlio vedere i suoi amici.  Negli ultimi tempi non aveva avuto davvero motivo di essere allegro. Nel silenzio della casa in penombra, mentre fuori soffiava un vento molto fastidioso, la signora li accompagnò nella stanza del figlio. I tre ragazzi per poco non urlarono dalla sorpresa. Il loro amico giaceva semi addormentato su una sedia a rotelle. Aveva le gambe coperte da un plaid e sembrava non potesse muoversi. Lo stupore e il dolore che si vide in quei occhi innocenti furono un qualcosa di indescrivibile. Rimasero senza parole, incapaci di connettere.  Rimasero fermi sulla soglia a guardare l’amico in quelle condizioni. Capirono solo allora lo sforzo che doveva aver fatto l’insegnate per non svelare quella tragedia. Erano ancora fermi quando il ragazzo sentì la presenza di qualcuno nella stanza e guardando verso di loro si mise a urlare:

  • Cosa ci fate voi qua, andate via, non voglio che mi vediate così, andatevene, non voglio la vostra pietà. Mamma cacciali via non li voglio vedere!

Colti di sorpresa dalle parole del loro amico rimasero per un attimo disorientati, non sapevano come reagire, per fortuna Samuel capì la situazione al volo e si precipitò al fianco dell’amico sulla sedia.

  • Allora Gigi, che cosa sono questi strilli, siamo venuti a trovarti e non ci vuoi vedere, poveri noi, che abbiamo fatto per meritarci questo. Allora, che problemi ci sono. Sei stato assente tanto tempo e volevamo vedere come stavi. Oggi è una giornata schifosa come tempo e abbiamo pensato di venire a trovarti.
  • Sam ti prego va via, non voglio che mi vediate così…
  • Oh, falla finita, ti abbiamo già visto e allora? Perché che hai?  Io non vedo niente di strano, sei seduto su una sedia e noi siamo in piedi, rimediamo subito.” ragazzi “- urlò verso i due compagni, – prendete delle sedie e sedetevi anche voi, così possiamo parlare stando tutti seduti. Gli altri si precipitarono a eseguire e poco dopo erano tutti seduti intorno.
  • Gigi, disse Sam con fare scherzoso per cercare di distrarre il suo amico, – ci sei mancato da tanto tempo che ho un milione di cosa da raccontarti, non ti preoccupare, abbiamo tempo fino a stasera.

Cominciò a raccontare tutti gli episodi successi a scuola, fra una risata e un’altra il tempo passò veloce. La mamma portò una merenda, biscottini con gocce di cioccolata, quelli preferiti dai ragazzi. Mentre serviva le bibite i suoi occhi erano lucidi, velati da un senso di gioia nel vedere il figlio distrarsi con i suoi amici. I tre visitatori parlarono tanto, evitando accuratamente di accennare a quanto vedevano. Le cattive notizie era meglio lasciarle ai grandi, fra loro si potevano capire meglio. Prima di lasciarsi promisero che sarebbero tornati di nuovo specialmente fra qualche giorno quando sarebbe scattato il ponte per la festa dell’Immacolata. Sarebbero venuti per preparare l’albero o il presepe, quello che lui preferiva. Dopo una serie infinita di abbracci, i tre lasciarono a malincuore il loro amico e stanchi si avviarono verso l’uscita. Prima che andassero via la mamma li abbracciò teneramente uno alla volta ringraziandoli per il loro aiuto. Spiegò che da quando erano arrivati dall’ospedale Luigi si era chiuso in un mutismo disperato e non voleva vedere nessuno. Si disse disposta a tutto pur di vedere il figlio sorridere. Samuel a nome degli altri assicurò che non sarebbero venuti meno all’impegno che si erano accollati. Gigi era un amico e in piedi o seduto sulla sedia questo non cambiava nulla. Chiese soltanto cosa preferivano fare, un presepe o l’albero di Natale. Ottenuta la risposta scapparono per rifugiarsi, nel vento che infuriava, nella macchina del padre che aspettava davanti la porta.

Durante il ponte dell’Immacolata ci fu una vera staffetta dei tre amici. Quasi sempre insieme, altre anche uno alla volta. Non lasciarono mai solo il loro amico. Costruirono un piccolo presepe, coinvolgendo nei lavori anche l’amico infermo. Segavano, inchiodavano, incollavano i pezzi di sughero per fare le montagne, dipingevano le casette, mettevano i fili delle lampadine nei vari punti. Il papà di Gigi   costruì i ponticelli dove dovevano passare le pecorelle, mise anche un piccolo motorino per far scorrere l’acqua in un fiumicello che finiva in un laghetto. In quei pochi giorni festivi, riuscirono a terminare un presepe come mai erano stati capaci di allestire. Durante tutto il tempo dei lavori Gigi dimenticò la rabbia e lo sconforto che lo aveva preso alla notizia che sarebbe rimasto su quella sedia per sempre. Sembrava essere tornato quello di sempre allegro e vivace, ma sia gli amici, sia i genitori sapevano bene che era solo un momento passeggero, dopo le feste sarebbero arrivati i momenti difficili, le notti insonni e tutto poteva precipitare in una depressione difficile da combattere. Al momento tutto andava bene e questo lasciava sperare che, almeno fino alla Befana, le cose potessero andar bene. I ragazzi dovettero tornare a scuola, ma non mancarono di farsi vedere.  Durante le brevi visite serali misero a punto insieme un piano per addobbare anche un albero di Natale. Per trovare l’albero giusto si offrì Luca che aveva dei parenti nel ramo e promise di prendere uno dei più belli del vivaio. Per gli addobbi intervenne Paolo. Era sicuro che nella sua soffitta ci dovevano essere ancora delle scatole con addobbi non più usati da tempo, perché avevano deciso di fare il presepe.   Avrebbe fatto una capatina per verificare e prendere quello che poteva servire. Per tutto quello che mancava, Samuel disse di non preoccuparsi, sapeva lui come fare a procurarsi ciò che serviva senza spendere un solo euro.

Il giorno successivo alla fine della scuola, i tre amici si precipitarono a casa del loro amico carichi di scatole. Dovettero fare più viaggi dalla macchina a casa per trasportare il materiale che avevano portato. Su come si erano procurato tutto quel materiale non fecero parola, era una cosa riservata tra di loro, se quello che avevano in mente si realizzava, forse le risposte sarebbero venute fuori al momento giusto.

L’albero che aveva procurato Luca era davvero bello. Pieno e fronzuto, grande da arrivare a sfiorare il soffitto, gli occhi stupiti di Gigi esprimevano una gioia contenuta ma reale e sentita.

  • Gigi che te ne pare di questo alberello che ha portato Luca, bello eh!
  • Vero, è bellissimo! non ho mai avuto un albero così, abbiamo sempre fatto quello di plastica, non mi piaceva molto, tanto che ho preferito fare il presepe almeno si costruiva qualcosa. Questo abete, invece, è bello a vedersi anche senza addobbi e poi, emana un profumo di bosco…. Bellissimo! ragazzi, grazie per quello che state facendo per me, grazie! Mi dispiace di non poter correre con voi lungo la spiaggia.
  • Lascia stare Gigi, per questo ci sarà tempo, siamo in inverno dove vuoi che andiamo con il freddo che fa. Per l’estate starai meglio e si vedrà. Ora preoccupiamoci di riempire sto pezzo di albero. Voi due che avete portato come addobbi, qui serve parecchia roba.
  • Tranquillo Sam, qui c’è roba per fare due alberi, vedrai sarà il più bello di tutto il paese verranno in comitiva a vederlo.
  • Ragazzi, non scherzate, sapete che non voglio che mi vedano così.
  • Perché cha hai che non va, sei sempre il solito musone, una sedia non cambia il carattere, fai il bravo e lavora. Cerca di districare quella matassa di lucine, saranno le prime a essere istallate. Poi passeremo alle palle, sapessi quante ce ne sono che ti verrà voglia di romperne qualcuna.

Scoppiarono a ridere, sotto gli occhi della madre che da lontano li osservava. Che amore di ragazzi diceva fra sé, se non ci fossero stati loro, Luigi sarebbe sprofondato in una crisi nera. Si allontanò per lasciarli soli e liberi di parlare a modo loro.

  • Sai Luca – esclamò Gigi dandogli la serie di lampadine bella sciolta e libera da nodi, – stavo pensando alla professoressa d’italiano. Da quello che mi avete raccontato credo che tutto sommato sia una brava persona, assume quel suo atteggiamento da sergente terribile, immagino per difesa, sa che se non fa così, noi le saltiamo addosso, ce la mangiamo. Ti devo anche dire che, malgrado tutto la scuola un po’ mi manca. Sai è dura stare tutto il giorno senza far niente, mi sento un po’ triste, tutti i nostri compagni e…. le ragazze? Che dicono le ragazze che non mi vedono. Avete detto la mia condizione a tutti, vi prego non lo fate, lo so che lo fate senza ombra di compassione occulta, siete voi e mi sta bene, ma gli altri, non se sarei capace di sopportare i loro sguardi di compassione, non lo sopporterei.
  • Ma cosa vai dicendo stupido, chi dovrebbe avere sguardi come dici tu, oggi una carrozzella non fa più specie e, poi non hai nessuna malattia, stai bene, sei stato solo sfortunato, è solo un fatto meccanico, per il momento non puoi muoverti, allora? Verrà il momento che lo farai di nuovo, vedrai che se c’impegniamo tutti ce la puoi fare.
  • Adesso basta parlare di queste cose, dobbiamo finire quest’albero, domani è la vigilia e domani sera si dovrà mettere il bambino nella culla e lasciare il tempo e lo spazio per far venire Babbo Natale a portare i regali.
  • Diamoci da fare, forza servono altre lampadine, Gigi prepara un’altra serie.

A fine serata l’albero era pronto.  I ragazzi erano stanchi ma felici di aver portato a termine il lavoro. Il padre di Samuel come al solito era venuto a prenderli e, visto che tardavano, era entrato anche lui per salutare. Aveva fatto i complimenti per l’ottimo lavoro chiacchierato amabilmente con Gigi e sua madre. Prima di andarsene nel salutare il loro amico gli promisero che la mattina di Natale dopo la messa sarebbero venuti a salutarlo e vedere se e che cosa aveva portato Babbo Natale. Il vero motivo di quella promessa però, era che volevano portare loro un dono, ci avevano pensato a lungo prima di decidere che tipo di regalo potevano fargli.

Il giorno di Natale il tempo aveva concesso una tregua. Il mare si era calmato. Il   vento durante la notte aveva spazzato via le nubi scure e quel senso di umidità che gravava sul paese da troppi giorni. Un tiepido e timido sole faceva capolino dalla parte del mare e era quasi piacevole camminare sulla sabbia resa dura dall’umidità Dopo la messa, infatti furono molte le persone che si erano dirette sulla spiaggia per una salutare camminata. L’aria era fredda, ma sopportabile. I ragazzi memori della promessa fatta chiesero di essere accompagnati a casa dell’amico, ma mentre si preparavano aspettando il padre di Sam, arrivò una telefonata sul suo cellulare. Samuel rispose, dopo aver confabulato per un po’ chiuse e corse verso gli amici che erano in strada.

  • Ragazzi non ci crederete, non possiamo andare da Gigi…
  • Che è successo qualcosa? – domandarono gli altri due, avevamo appuntamento.
  • Non c’è bisogno di salire perché viene lui giù da noi. Vuole andare a messa e venire a ringraziarci per quello che abbiamo fatto.
  • Evviva, – gridarono luca e paolo, si è deciso a farsi vedere, bene! Siamo contenti, vuol dire che la nostra insistenza ha avuto effetto, se comincia ad uscire vuol dire che il nostro obiettivo è stato raggiunto. C’è un problema però, come facciamo per il regalo volevamo metterlo sotto l’albero così dovremo darglielo a mano. Pensate che sia lo stesso?
  • Certo, che domande! Cosa vuoi che sia, anzi, credo che sia più gradito, lo doniamo insieme e sono sicuro che resterà contento. Gli farà comodo averlo. Andiamo ad aspettarlo vicino alla chiesa, anche se la messa è alle undici, la mamma ha detto che venivano un po’ prima proprio per farlo stare più tempo insieme con noi.

Quando videro arrivare la macchina, si precipitarono ad accoglierlo e fecero a gara per spingere la carrozzella. Si divertirono un po’ prima di diventare seri per un momento giusto il tempo per dargli il loro regalo. Si rifugiarono sotto i portici a destra della chiesa. I tre con le facce compunte misero la scatola sulle gambe di Gigi. Emozionato e preso alla sprovvista, il ragazzo ci mise un po’ prima di riuscire a togliere la carta regalo e scoprire al suo interno l’ultima versione della Play Station. C’era anche un altro pacchetto che conteneva diversi giochi.

  • Vedi Gigi abbiamo pensato di regalarti questa cosa così ti puoi allenare e quando verremo a trovarti possiamo giocare insieme. l’idea come al solito l’avuta Sam, che dici ti piace?

Gigi dal canto suo era emozionato, quella PS, lui l’aveva sognata da sempre, abitare così lontano dal centro dove erano tutti gli amici, di fatto lo costringeva spesso a isolarsi. Era complicato far combaciare la voglia di stare con gli amici e gli orari dei genitori per farsi accompagnare. Dopo averli abbracciati stretti tutti il quartetto si recò a messa insieme, poi spingendo a turno la carrozzella   passando per il passaggio a livello andarono in piazza e da lì dietro la fontana per essere il più vicino possibile al mare. I quattro amici trascorsero quasi interamente la mattinata fino all’ora di pranzo insieme come erano sempre stati. I tre moschettieri si erano riuniti ancora una volta, quello fu in assoluto il più bel Natale trascorso insieme. in quei giorni i quattro ragazzini erano maturati, stavano crescendo velocemente. Là dove c’è vera amicizia, solidarietà e la consapevolezza che aiutare il prossimo non solo eleva l’animo, ma rende forti e fa diventare gli uomini migliori, non può che esserci amore.

Leave a Comment

Your email address will not be published.

TI POTREBBE
INTERESSARE: