Racconto di Cristina Biolcati

(Quinta pubblicazione)

 

 

Era tutto pronto per la vendemmia. Ma la notte in cui morì mia nonna divenne l’emblema della nostra sventura. La speranza si era arresa; perduta quell’aura di magia che per tanti anni aveva vegliato sulla nostra famiglia, nel ferrarese. Perché il vigneto era curato dal nonno, tramandato da padre in figlio per generazioni. Vi ci lavoravano una ventina di braccianti, che sfamavano famiglie numerose. Però l’anima di tutto era nonna Savina: lei dava gli ordini.

Non l’aveva colta la demenza né il male oscuro, semplicemente sin dal mattino aveva messo il caffellatte in tavola per i nipoti e poi era andata nel bagno di servizio, a cambiarsi. A indossare il grembiule della fatica, le calze di lana e gli stivali di gomma, per resistere alle punture delle api. In seguito si era messa in un angolo dell’aia, al riparo dal sole, sotto la chioma ombrosa di un pino.

«Siv dré star un passagg, mama?», le aveva chiesto allegramente la nuora.

Nonna Savina stava aspettando un passaggio, sì. Stava arrivando mio padre, col trattore.

Il nonno, lo zio Primo e gli altri erano invece già andati alla vigna.
«Aspett Ghitan!» aveva risposto lei, mentre scrutava con impazienza l’orizzonte.

Quando arrivò Gaetano, mio padre, parcheggiò il trattore e volle entrare in casa un istante.

Mamma gli diede una scodella di latte, che lui trangugiò d’un fiato. Nessuno faceva aspettare la nonna, si doveva sbrigare. Papà alzò la coppa al cielo e fece un brindisi di buon auspicio. Nelle sue mani pareva esserci il nettare divino di Gilgamesh, un gesto teatrale che aveva un significato profondo, nell’immaginario contadino. Un rito che tornava a ogni vendemmia, veniva ripetuto quasi se nella ciotola eletta a calice vi fosse un fluido dorato, una ricchezza.

Invece, quando papà tornò dalla nonna, la trovò accasciata. Non proprio incosciente, ma incapace di proferire parola e vigile solo con gli occhi. La misero a letto, nella stanza grande. Papà corse a dare la notizia al vigneto, che si fermò. Non soltanto per la nuova ferale, ma perché fu come se nessuno sapesse più che cosa fare. Savina non sarebbe comparsa, mai più, a dare le direttive alla sua gente. Mai più, avrebbe sentito il sole sulla pelle, il profumo di quell’uva nera così serica, pastosa. Dopo cinquant’anni di onorato servizio, quel giorno Savina avrebbe disertato.

Il nonno e lo zio erano subito rientrati, con mio padre sul trattore. Mi pare ancora di sentire quei passi sulla ghiaia, i loro singhiozzi avvicinandosi alla casa. Fu chiamato il dottore, che nell’uscire da quella camera non fece altro che scuotere la testa. La situazione era grave, non valeva nemmeno la pena portare la nonna in ospedale. Anche perché lei, per una vita, aveva detto a tutti che desiderava morire nel suo letto.

Ricordo le mani piccole, laboriose, che aveva incrociato sul petto. Parevano stringere ancora quel trincetto che tanto le era stato utile in vita. Mani che avevano curato e tagliato e pigiato tanta di quell’uva che nessuno ne poteva avere l’idea. La stanza divenne un sepolcro, col nonno che le teneva la mano, e i figli e le nuore che si stringevano ai lati. Ma nonna Savina era in agonia e non pronunciò più una sola parola.

La domenica seguente non ci sarebbe stata nessuna festa, nessun assaggio del mosto, per complimentarsi fra sé. Solo una quiete immensa, che chiudeva un’epoca. Era la cenere di un mestiere che aveva portato molta gloria e aveva inorgoglito generazioni intere.

La sera fu acceso il fuoco del camino, che noi bambini guardavamo attraverso il vetro. Mentre i braccianti, coi cappelli in mano, attendevano fuori, sconsolati. Avevano fatto quel che potevano, o la vite sarebbe andata a male. C’erano tempi ben precisi, ne erano consapevoli, eppure quella combriccola era cieca; privata della loro guida.

Era la memoria che s’allontanava; i canti nella testa; il sangue che faceva festa. Quasi fosse fuggita l’anima di coloro che erano stati fratelli nella vigna rossa. La terra si apriva e accoglieva le povere vertebre di nonna Savina, piegate dal lavoro. Un cuore forte, che quel giorno però l’aveva tradita.

Giunse l’oscurità e Savina ci lasciò.
Si ubriacarono gli uomini, con le bottiglie dell’anno precedente.

Nella bara con la nonna, il suo cappellino da uva, come lo chiamava lei, in pannolenci.

Fu l’apoteosi di una notte infausta, che non ha più attenuato la paura. Sebbene il vino ci abbia insegnato a leggere la storia, a tramandarne la memoria.

A lei e a lei soltanto, Savina, donna forte e di promesse, rimarrà per sempre l’onore di avere iniziato e concluso un’epoca. Di una famiglia che si è trovata orfana e, da lì, ha dovuto ricominciare.

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