Racconto di Annalisa De Carolis

(Prima pubblicazione – 17 gennaio 2019)

 

– Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare

Seneca.

 

– Quale voce viene sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.

Pessoa.

1.

Smarrimento

Chi l’ha inventato questo fallimento che per vivere bene occorra essere utili?

Anche stamattina mi sono svegliato con una gran confusione nella testa. Mi chiedo davvero che cosa ci faccio qui.

Da ragazzino me lo chiedevo e la risposta che mi davo era sempre che tanto prima o poi me ne sarei andato. Andato dove? Adesso mi rispondo esattamente la stessa cosa e ci credo ancora come prima ma penso che arriverà il giorno in cui me lo dirò ancora senza crederci più.

Forse già ora è così.

Mi sento come quel pallone che galleggia nel Tevere. L’ho visto un anno fa. C’è un punto in cui l’acqua cade in un avvallamento, creando un gioco continuo con alcuni rifiuti arrivati lì. Il pallone affonda un po’ con la spinta dell’acqua che cade giù, poi riemerge più avanti e viene risucchiato di nuovo indietro dal vuoto che si crea nell’avvallamento con la caduta dell’acqua. Dopo un anno è intrappolato ancora là, in quell’affondare e riemergere; risucchiato, sospinto in quel vortice che lo trattiene e lo risputa. Pensando a me pure, intrappolato così, provo un vertiginoso malessere.

Desidero il mare. Un lungo viaggio in mare. È venuto fuori con Silvia e anche con Stefano. Lei l’ha presa sul serio questa cosa e voleva lasciarmi. Mi ha detto di non riuscire a stare con me pensando che da un giorno all’altro potrei partire per vivere come voglio io. Stefano invece, quando gli ho accennato la cosa, non mi ha chiesto niente. Ha detto solo che magari prima o poi gli avrei spiegato quello che avevo in mente.

Non so cosa sia peggio: che una persona porti una tua confessione alle sue estreme conseguenze o che la ignori come fosse l’ultima delle tue stravaganze.

È un desiderio un po’ vago il mio, un sogno lontano. Infatti poi non so più se lo voglio davvero.

Questo credo che sia ciò che si dice non essere liberi. Quando tutto sembra lontano e irraggiungibile e smetti di desiderare restando chiuso in un mondo ristretto rispetto allo spazio necessario per lo sviluppo libero della propria persona.

Voglio certe cose come una casalinga frustrata può desiderare un lavoro in fabbrica o come un povero agiato apatico e disilluso può desiderare di vivere da asceta. Il desiderio non è puro, è solo un modo per liberarsi da certe catene ormai insopportabili per sostituirle stupidamente con delle altre.

Marianna ha cercato di dirmi questo quella volta al lago. Marianna l’ho conosciuta due anni fa, al bar dove lavoravo. È impiegata negli uffici di sopra e ci vedevamo per pochi minuti tutti i giorni. Ha sempre avuto l’abitudine spiazzante di fermarsi lungamente davanti a me per fissarmi in silenzio negli occhi. Non credo lo faccia esclusivamente con me. Una donna straordinaria, proprio nel senso letterale della parola. A volte penso che cerchi solo un timido corteggiatore, anche perché mi ha detto chiaramente che non le dispiacerebbe affatto fare l’amore con me. Le persone così esplicite mi lasciano sempre dubbioso… Certo non lasciano nulla al caso: se succede con lei non potrò pensare “è capitato” ma sarà che anch’io l’ho voluto… e adesso mi sembra di volerlo e di volere che non capiti.

Finalmente tra un paio d’ore vado a lavorare. Anche se odio stare in mezzo a tanta confusione, essere indaffarato mi fa scendere un po’ dall’ iperrealtà ingombrante che costruisco io stesso dentro di me. Vivo isolato, non perché sia solo, ma perché non mi fido degli altri. C’è una profonda sfiducia in me che mi dice che tutto quello che faccio in fondo è inutile e che gli altri, anche se ci sono, alla fine dei conti non ci sono, perché non possono fare niente per me. Sono inutili.

Forse è stato qualcuno come me che ha inventato che per vivere bene occorra essere utili.

Ho preso la macchina che erano appena le sei di sera. Basta rimandare.

Non ho sfiducia riguardo alla mia volontà ma rispetto al senso delle cose. Sono partito perché è stato un impulso irresistibile e ora sto bene, ma tutto questo ha senso? Dove vado? A fare cosa?

Se si fanno le cose per stare meglio non è detto che poi si stia bene. Questo viaggio ha una scadenza?

Non ho risposte ma per ora va bene così, sono partito.

Questa è la seconda vita che ricordo.

La prima è quella di quando ero bambino. Poi la mia famiglia ha smesso di essere tutto il mio mondo e sono passato ad una vita nuova in cui vedo gli stessi posti e sono a contatto con le stesse persone ma hanno un impatto molto diverso sulla mia coscienza.

Provo un po’ di nostalgia per quella misteriosa sensazione di una volta quando il giardino in cui giocavo era il mondo intero.

La prima vita che ricordo profumava di infinito ed io avevo un fiuto sopraffino per quell’odore lì. Non avevo bisogno di guardare il mare.

Forse quello che un bambino associa al mare, più che il senso di grandezza e libertà che spesso gli adulti ad esso associano, è un momento intenso di vita famigliare. Il contatto con la pelle calda dei genitori, i loro occhi al sole, la loro voce che risuona in uno spazio aperto… In più lo stare distesi al sole, l’acqua, il sapore del sale…

Baciare Silvia è la cosa più bella che mi sia capitata. Ha un odore pungente di infinito. Cosa penserà quando saprà che sono andato via senza dirle niente?

Domani spiegherò tutto. Adesso dormite tranquilli. Voglio solo provarci. Voglio buttare a mare questo sentimento di smarrimento e di impotenza.

2.

L’intelligenza della casualità

Sono tornato indietro, ho acceso il cellulare e non risultavano chiamate perse.

Ero sparito per cinque ore ma nessuno se ne era accorto. Devo dire che non mi dispiacque affatto, anche se lì per lì mi sono sentito un po’ idiota nell’aver creduto chissà quale preoccupazione avevo già mosso intorno a me.

Così tutto era avvenuto solo nel mio accorato e frammentato mondo interiore e non dover spiegare niente a nessuno altro, oltre me, prolungava la sensazione di leggerezza che era subentrata a quello scoppio d’azione.

Anche perché io potevo aspettare per le spiegazioni, tutto il tempo che volevo.

Non ero andato lontano però avevo brindato insieme alla mia irrequietezza, tenuta fino ad allora alla larga come un inutile randagio che al massimo crea guai.

Chiamai io Silvia, mossa vile solo per accertarmi che fosse tutto tranquillo, che davvero fosse passata inosservata la scappatella dalla mia vita…

Sensualità inaspettata mi sommerse, emozionata mi chiese di raggiungerla alla spiaggia che distava venti chilometri da casa mia perché nel freddo di quella notte aveva bisogno di me.

Era avvolta in uno scialle blu e profumava di calda confusione, quella di chi perde in un solo attimo tutte le abitudini mentali consolidate. Come quando ti accorgi all’improvviso che la tua giacca preferita, tenuta per le occasioni speciali, non ti calza più, è scolorita e parla di cose passate e basta, di qualcuno che non sei più tu.

Bastò un incontro per lei a risvegliarla dal sogno di se stessa.

Aveva visto con i propri occhi la bellezza di cui era capace il genere umano, una bellezza che lei aveva solo vagheggiato e che non era mai riuscita mentalmente ad afferrare fino ad allora, quando finalmente quell’immagine dai contorni sfocati acquisì nitidezza.

Mi parlò dei loro volti ,definiti, puliti, bellissimi perché senza mezzi termini.

Il loro parlare sensato, una sensatezza data non dalla ragionevolezza convenzionale ma dall’essere presenti al presente, nel presente. Forti come fiamme nel buio.

Era una famiglia dell’est che viaggiava in cerca del luogo ideale per fermarsi e lì da noi era solo di passaggio; la loro scelta sarebbe stata attentamente ponderata, non con urgenza perché amavano la vita così com‘era.

Da una semplice richiesta di informazioni era scaturito un dialogo vivace che segnò Silvia.

Avrebbe voluto seguirli ma si accorgeva di come fosse impreparata a quella porzione di possibile libertà.

Silvia quella sera mi disse: Siamo cresciuti in una gabbia, ecco perché viviamo nell’insofferenza. Una gabbia fatta di Paura.

Impreparato! _Lei prova esattamente quello che provi tu_Come continuare a giustificare ora il tuo ricercato senso di solitudine?

3.

Il dono di sé

L’ uomo ha di fondo un’arroganza che gli fa credere di essere unico nelle problematiche e seppure la vita e gli incontri gli dimostrano che non è così, continua per egocentrismo a crederlo.

Eppure quella notte lo stato in cui vidi Silvia mosse nel mio petto uno forte senso di empatia per il quale vidi finalmente anche  come ne ero spesso privo.

Mi vidi veramente e mi feci pena.

Nel dolore mi sentivo esclusivo e il dolore perpetuavo ignaro della stupidità di quel dolore.

Abbracciai Silvia. Così avvolta a me, mi concedeva tutto il suo profumo, di donna che in realtà mi era ancora estremamente sconosciuta.

Mi riempii di vuoto, il vuoto sotto i piedi di chi si accorge per la prima volta di tante cose tutte insieme.

Vidi quanta strada dovevo fare per poter amare.

Nella quotidianità di giorni circolari alla ricerca di normalità e sicurezza si insinua il bisogno di straordinarietà e trasgressione. Così, come pendoli, ci si muove in modo piatto senza capacità di svolta ma in preda a sbalzi inconsci, sterili e solo destabilizzanti.

A volte il pendolo si ferma e troviamo noi stessi, è in questi momenti che scopriamo la nostra vita interiore dove i bisogni si allentano perché quella è una fonte di inquantificabile soddisfazione, fatta di cose così grandi che ne possiamo vedere in modo vertiginoso solo piccolissimi profondissimi frammenti alla volta.

E ora scorgevo un frammento. Questo senza afferrare e fermare niente eppure imbevendomi appieno di tutto.

Il colore dominante era lo scorrere dei miei ricordi, riassaporai attimi di solitudine tersa e di sperimentazione di me stesso. Rividi ogni momento in cui non compresi quello che mi stavano dando, riascoltai parole bellissime che mi erano state dette senza che le ascoltassi veramente, come quella volta che ti dissi:

“E’ la trama della vita ad essere così: ha uno sfondo di inconsistenza che ci fa disperare eppure ci impregna fortemente attimo dopo attimo come l’aria che ci entra nei polmoni. Nuotiamo nel suo flusso immersi fino al collo, la testa non immersa ha la lucidità per una sorta di progettualità sulla navigazione eppure sempre di quel flusso fa parte e ci si abbandona la notte quando nel sonno si immerge anch’essa e si lascia guidare per strade misteriose. Cosa cerchiamo di fare allora? Goderci il viaggio? Non affondare? Arrivare da qualche parte? Trovare qualcosa? So solo che ora come ora sono insofferente, così alle prese con la mia quotidianità da non riuscire a sentire me stesso, e non riuscire a sentire che vivo anche dentro. Anche la tua presenza la colgo in superficie, non so dirti cosa accade nelle profondità della mia mente, so che in me esiste un sentimento intenso che porta il tuo nome ma di esso mi accorgo solo se rischio di perderti.”

E tu mi rispondesti:

“ Spesso mi hai detto che secondo te non serve andare troppo a fondo nelle cose e che può essere anche controproducente perché si perde la visione d’insieme. Quindi il tuo è un bisogno quello di vivere come stai vivendo ma nonostante assecondi il tuo bisogno c’è qualcosa che non ti dà pace. E’ la voce stessa del tuo animo che vuole essere ascoltata. Spesso in momenti tristi e difficili la ascoltiamo più facilmente perché in quei momenti essa trabocca e invade anche la superficie. Eppure quanto è bello ascoltarla durante le attività di tutti i giorni , direi che è uno stato di grazia. Assomiglia alla bellezza di un volto pulito al sole, a quella di tessuto setoso sulla pelle, ti riempie più di quanto possa fare qualunque divertimento e distrazione. E’ qualcosa di più della voce della coscienza, è il silenzio della presenza, è l’attenzione all’impercettibile, è lo spalancarsi del sorriso a una piccolezza inaspettata, è un gesto non automatico, è il desiderio di piangere per l’emozione di accorgersi di un qualcosa a cui non avevamo mai pensato.”

Silvia, tu così nuova e sconosciuta come avrei potuto conoscerti veramente ora che finalmente ti avevo incontrata?

Ironia ti avevo vista forse davvero per la prima volta dopo aver riconosciuto qualcosa di me in te!

Lo smarrimento condiviso ha fatto sì che ti trovassi ma non ti avevo ancora raccontato nulla della mia ultima giornata e dei miei pensieri che l’avevano configurata in quel modo.

Tu mi avevi restituito a me stesso e io avrei voluto fare lo stesso con te, eppure non siamo noi a decidere come accadano certi incanti misteriosi.

Ecco quale era la questione fare dono di sé a sé e così poter essere un dono anche per gli altri.

4.

Il flusso della vita 

Eccoci durante un temporale violento, il nostro letto caldo, noi pieni di silenzio, a respirare la nostra felicità.

Un altro giorno se ne andava affogando nei ricordi di una vita.

Ci addormentammo vicini ognuno nel suo flusso di coscienza ma anche in una dimensione comune più ampia fatta della nostra compresenza, in un flusso più grande che è la realtà in cui si riversa la vita di tutti.

Decisi di partire con lei perché non è vero che non possiamo fare tante cose che pensiamo di non poter fare.

Basta decidere di farle. Si afferra la maniglia e si spinge, così si apre una porta.

Comporta due atti: una presa di coscienza e uno sforzo verso una direzione.

Cosa ci dà il senso di impossibilità? Forse non c’è una volontà effettiva di quella cosa, pertanto si resta nel limbo di confusione tra ciò che pensiamo di volere e invece non vogliamo. Oppure si ha paura della responsabilità di un eventuale insuccesso. Come si fa a perdere una cosa che non si ha? Intendo che se non si tenta per non perdere entusiasmo dopo un eventuale fallimento o delusione, c’è da ricordarsi anche che l’entusiasmo e la serenità nascono dalla possibilità sfruttata di agire, lì dove agire significa trasporre quello che siamo dentro in una realtà tangibile. Pertanto una serenità fatta di azioni mancate non è vera e non porta con sé gioia di vivere. Il desiderio di ciò che non ci sembra alla nostra portata è a volte la richiesta di un salto esistenziale fatto di rinunce di schemi del passato.

Che cos’è un viaggio? Si può pensare che esso sia vedere posti nuovi, conoscere nuove usanze, incontrare persone sconosciute ma è anche e prima di tutto spezzare i propri ritmi quotidiani e in questo, riscoprirsi. E’ come togliere una cornice esistenziale e impostarne una diversa; ci si stacca per un po’ dall’identificazione con la propria vita di tutti i giorni.

Il vero viaggio eravamo noi due. Il vero viaggio erano le nostre esistenze che si mescolavano. Il vero viaggio era il coraggio di aprirsi al cambiamento superando la paura di doversi cercare giorno per giorno per trovarsi.

In finale cos’è lo smarrimento se non lo stato costante del viaggio più grande di tutti chiamato vita? Partiamo senza conoscere la nostra meta finale ma guidati da un richiamo antico che è lo sbocco al mare, all’espansione, alla crescita in cui non c’è più alcun riferimento o identificazione ma solo il luccichio della nuda coscienza alla luce del tempo.