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LA STORIA della VALIGIA SCAMBIATA

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Racconto di Severino Mistò

(Prima pubblicazione – 19 gennaio 2021)

 

(Fatto veramente accaduto nel 2017)

Milano Malpensa – Como. Andata, ritorno e riandata.

 

Avete mai visto un toro infuriato con una fascina infuocata fra le corna e una pomata al peperoncino di cajenna spalmata sui coglioni?

Ieri ce n’era uno al terminal 2 dell’aeroporto di Milano Malpensa. Ero io!

Arrivato da Londra, avevo ritirato la valigia dal tappeto rullante ritenendo una fortuna che fosse uscita tra le prime appena avviato il nastro trasportatore.

L’avevo guardata bene. Era grossa e sporca, come la mia.

In più avevo anche controllato che la fascetta di riconoscimento fosse appiccicata con la sovrapposizione storta, visto che l’avevo messa io personalmente.

Infatti a Gatwich il check-in te lo fai on-your-own discutendo con un marchingegno elettronico robotizzato che ti priva di ogni residuo contatto umano Inglese.

Ok. Ma non avevo controllato la sola cosa che avrei dovuto: i nastri colorati messi da mia moglie sul manico della valigia a ciò deputati. Che non c’erano.

Arrivato a casa la triste angosciosa constatazione: da quel vecchio rincoglionito sbadato che non è più il caso di lasciare andare in giro da solo (io).

Per certo non ti saresti potuto aspettare altro.

Avrei dovuto metterlo in conto.

Scatta l’emergenza.

Vai in Google, cerchi Malpensa-bagagli, compare una indicazione di cercare in SEA MILANO.EU dove c’è scritto di fare il numero 02 232323. Provateci!

Risponde una voce registrata che ti dice di premere il tasto 1 se vuoi parlare italiano

(come se … alla fine… premendo il tasto 18 magari ti facessero parlare in Swaili) e, cortesemente, come se ti prendesse (ma ti prende) dalla parte del culo, ti dice di comporre il numero 02 232323.

Penso (perché qualche volta penso): “Avrò sbagliato (sbaglio più, sbaglio meno) a scrivere il numero precedente “. Controllo: “No”. Il numero è corretto.

Allora una successiva più approfondita ricerca mi orienta su un sito SOSVOLO, dedicato ai bagagli smarriti. Compongo 06 87811688 …E … attendo!… Una voce registrata avverte che <Il servizio non è al momento disponibile.

Provare più tardi! Grazie>.

Ma, riprovato per tre volte con spazi temporali interposti (temporali anche nel senso atmosferico) nulla! Provateci!

Decido di rinunciare e di ritornare all’aeroporto affamato, assetato e un po’ intontito dal sonno.

Non avevo toccato né cibo né acqua dopo l’abbondantissima ridondante strafogante solita colazione inglese in famiglia e per di più, oltretutto, la sciabordante turbolenza dalla Manica alle Alpi mi aveva fatto saltare anche la pennichella.

All’aeroporto-arrivi cerco un cartello BAGAGLI. Non c’è. Possibile?

Negli ultimi 20 anni ci sono passato almeno 50 volte.

Effettivamente, ora che ci penso, mi pare di non averlo mai notato.

Vado alle partenze. Mi informo. <E’ alla stazione ARRIVI!> Ritorno.

Ricerco (prima avrò guardato male perché del resto ho sonno). Non c’è.

Introduco regolare istanza presso l’addetto al Malpensa-express e mi viene indicato un angolino in fondo, nascosto, vicino all’uscita, da dove sono rientrato per la seconda volta.

Il posto è assolutamente buio … però … guardando bene, ma proprio bene! …

Dietro un recinto transennato e defilato dietro lo schermo di un computer da scrivania si cela un omino che quasi quasi scambi, potresti persino scambiare, per un fantasma nel buio.

“Scusi! È qui … per i bagagli smarriti? “Lì ho scoperto che l’omino è l’addetto alla security e che, esposto il caso e dopo espletate le solite formalità (non la faccio lunga), mi consente l’accesso al di là della transenna con la valigia impropriamente detenuta.

La valigia viene passata nel detector e l’omino, riscontrate le formalità del protocollo di sicurezza, citofona.

Intanto mi guardo in giro alla ricerca di quel cartellone-cartello-cartellino che doveva esserci nel reparto transennato e che, evidentemente, era sfuggito alla mia non più acuta osservazione. Non c’è.

Sotto il videocitofono, un videocitofono come quello di casa mia e di casa tua, uguale, c’è una targhetta come quella di casa mia e di casa tua (1,5 x 10 cm. Circa) con la scritta LOST AND FOUND, che, al di là della transenna, non la vedresti nemmeno col binocolo.

Mi sono chiesto che cosa accadrebbe ad un Keniota che, nella medesima situazione, parlasse solo Swaili.

Mi è venuto in mente il Duce che aveva reintrodotto l’Italico lessico, anzi, se avesse potuto, avrebbe reintrodotto il romanico latino e avrebbe salutato il suo compare con-duce-nte KAISER con un bel AVE CESARE.

Però, sono sicuro, il cartellone BAGAGLI SMARRITI, ci sarebbe stato.

Oltrepassata la famigerata porta scorrevole della sicurezza (poi ne riparleremo!) e seguendo altre imprecise indicazioni all’interno del reparto arrivi-bagagli, cerco il cartello (io sono quello dei cartelli) BAGAGLI e simili. Non c’è.

Però mi addentro nell’unico antro illuminato e, udite udite!, dietro una porta vedo alcune valigie.

Lì mi rincuoro perché mi rendo conto che è finita la caccia al tesoro. Notate la rima.

Una gentile signora, riespletate le formalità e raccolte le solite firme, mi rende la mia valigia perfettamente sigillata nella quale, dal peso, riconosco la presenza dello Scotch whisky 24 years old nonché una bottiglia di Shake portatami il giorno prima, da Tokio, dal marito di mia figlia.

Sì, non lo chiamo più genero e nemmeno son-in-law da quando, invece che di sesso maschile o femminile si parla solo di genere e di genitore 1 e genitore 2, come dapprima la Kienghe ha desiderato ed infine la Boldrini ha avallato.

Rendo la valigia da me detenuta fino a quel momento e la signora addetta al servizio si rallegra per la tempestività della riconsegna.

La valigia appartiene ad una modella americana che l’indomani avrebbe sfilato su una passerella di Milano-moda appunto, così carina che è stata trattenuta al posto di polizia più tempo del dovuto, nonostante avesse dimostrato che quella valigia smarrita non fosse la sola, ma una delle sue tre.

Le altre due le aveva già nel frattempo recuperate.

Chiedo alla signora addetta l’indirizzo della Americana per discolparmi, mandandole un mazzo di fiori.

Non è possibile. C’è la privacy. Sorry!

Segnalo alla gentile addetta il mio tentativo di reiterate telefonate e mi risponde che il servizio viene svolto da un call-center che funziona solo fino alle 18.

Sì, però la risposta automatica non dice che il servizio è sospeso, dice di riprovare più tardi senza precisare altro.

Cioè (parla il nastro registrato): “io sono qui appositamente incaricato di darti una risposta scema, affinché tu ti possa sentire sufficientemente cretino “.

Ringrazio, saluto ed imbocco l’uscita normale.

Il cartellone EXIT c’è. Quello c’è da sempre.

L’ultimo passaggio avviene attraverso un bussolotto opaco di, credo, policarbonato, che non avevo mai notato arrivando perché, quando si esce, tutti in colonna, è sempre aperto. In quel momento era però chiuso.

Appiccicato alla porta c’ è scritto all’incirca <Per uscire spingere>. Fatto.

Esco, mi fermo e considero: come sono uscito spingendo, posso rientrare tirando … alla faccia della sicurezza.

Non c’era nemmeno uno straccio di poliziotto a presidiare eventuali tentativi di rientro di terroristi con la cintura esplosiva.

Un interrogativo poco benevolo: Per caso i poliziotti della security erano tutti <addosso> alla turista americana?

Ho finito, mi fermo e mi firmo.

Questo documento sarà inserito nelle FAQ dell’aeroporto e della SEAMILANO.EU.

NELLA DISPERATA SPERANZA che qualcuno vi provveda per lenire le pene di quel Keniota che dovesse trovarsi in una simile avventura.

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