Racconto di Lucia Marcone

(Terza pubblicazione – 12 maggio 2021)

 

 

 

Per quanto fossi affamata, la tavola non mi ispirava. Era disordinata, la tovaglia bucherellata, le posate disuguali, i piatti scugnati.

Poiché al centro troneggiava una specie di cupola coperta da un panno bianco mi arrivò la speranza che sotto ci fosse qualcosa di buono. Pensai al cibo coperto per difenderlo dalle mosche ronzanti dentro la capanna. Vi era qualcosa da mangiare, mi arrivò l’odore del pomodoro quando la donna di colore scoprì la montagnola bianca che si ergeva al centro di quella che aveva la parvenza di una tavola. Vidi la pasta asciutta, spaghetti arrotolati, ammassati, ma è più giusto dire incollati al bordo della scodella di terracotta, invasi da uno strato rosso vivo come una marmellata di frutta rappresa. Era evidente, Nadia la donna nera aveva bollito gli spaghetti troppo a lungo e vi aveva versato il barattolo di pelati che ora erano rimasti sparpagliati fra la pastasciutta.

Il risultato era desolante.

Don Enzo, seduto accanto a me, compreso il mio sgomento, mi sussurrò all’orecchio.

-Accontentiamoci di ciò che ci offre la provvidenza ogni giorno!-

I posti intorno al tavolo erano occupati ancora da tre volontari della Croce Rossa Italiana, una suora di colore e due sacerdoti giovanissimi e nerissimi come le more di agosto. Nadia si dava da fare intorno: portava l’acqua con una brocca di coccio e scacciava le mosche con un enorme ventaglio di penne di un uccello sconosciuto.

Versava gli spaghetti nei piatti con un forchettone di legno chiaro. Una bambina, anch’essa di colore era in piedi nel piccolo spazio all’ingresso della capanna e guardava con espressione accorata, affabile nello sguardo come chi spera succeda qualcosa. Come un cucciolo che aspetta la poppata.

La mia pastasciutta era nel piatto, avevo fame, ma quei pomodori crudi fra gli spaghetti rotolati e sbavati mi davano la voglia di piangere. Tuttavia infilai la posata fra il cibo massacrato e con grande imbarazzo sollevai uno spaghetto strano, grasso come una salciccetta. Guardando bene mi resi conto che era bianco con delle striature trasversali, ondulato, tremante con la testina nera come una capocchia di spillo.

Un vermetto.

Una sensazione vertiginosa di repulsione disperata e disperante mi saliva verso il cuore e la ragione: irritazione, paura. E se quella bestiola tremante, ospite del mio piatto fosse stata velenosa?

Pur volendo portare il cibo alla bocca non vi riuscivo. Don Enzo che aveva assistito alla manovra che mi aveva fatto incontrare l’ospite strano, mi sussurrò all’orecchio.

-E’caduto dal soffitto di paglia, buttalo per terra.

Nulla, non ascoltai il suo consiglio.

Demenziale! Di scatto mi alzai, allontanandomi dalla tavola andando a sedere su di uno sgabello, verso l’uscita del pagliaio, quasi accanto alla creatura nera. Con passi lunghi, scattando come una saetta, nell’ombra calda del capanno, la bambina guadagnò il mio posto e si mise a sedere; velocemente, servendosi delle sue manine nere, portò in bocca una manciata di spaghetti. Don Enzo tentò di liberarle il cibo dall’ospite sgradito, ma mentre rovistava con la sua posata fra la pasta, la bimba, pensando gliela volesse mangiare, emise un urlo, come a dire – Lascia stare, è mio questo cibo!-. La mia testa girava come fossi su di una giostra. Era la fame, il caldo, ma soprattutto la preoccupazione che la bimba mangiasse il vermetto. Ero vigile anche se temevo che sarei potuta scivolare a terra per lo scompiglio che mi aveva apportato l’incontro con la bestiola nel mio piatto. La bimba mangiava e io le guardavo le spalle, ma ero sicura che era contenta di quel cibo che la vita e la provvidenza in quel giorno le avevano regalato, anche se condito con ingredienti strani.

Intanto Don Enzo, che aveva gustato tutta la sua pasta, si era alzato e avendo compreso il mio sgomento e la mia preoccupazione, mi venne vicino, sussurrandomi all’orecchio.

-Questa è l’Africa, è nera come la fame. Quella creatura starà sazia fino a dopodomani.