Racconto di Liliana Vastano

(Terza pubblicazione – 4 ottobre 2019)

 

Di tanto in tanto, specialmente quando vado al Teatro Comunale, parcheggio in Corso Giannone, all’altezza della piscina, nel tratto in cui, fino al 1985, c’è stata la mia casa. Lo faccio volutamente, per tornare un po’ indietro nel tempo e ripescare dalla memoria qualche ricordo.

La mia casa era solo una parte di una proprietà più vasta che il mio bisnonno Giovanni, notaio in Alvignano, dovette acquistare ed intestare alla moglie casertana Giovanna, nel 1885, per contratto di matrimonio. La proprietà fu affittata perché il bisnonno continuò a risiedere in Alvignano a causa della sua professione. La bisnonna, nei primi anni del ‘900, essendo rimasta nubile Eleonora, la sua prima figlia femmina (zia Nora), le intestò la proprietà di Caserta. Zia Nora rimase con la famiglia ad Alvignano fino agli anni ’30 quando si trasferì a Caserta per consentire al nipote Pasquale (mio padre) di frequentare il Liceo Scientifico. Zia Nora era molto legata a mio padre e, non avendo figli suoi, alla sua morte gli lasciò in eredità la proprietà di Corso Giannone. Dopo i lutti e le distruzioni dell’ultima guerra, trovarono ospitalità nella proprietà di zia Nora anche i miei nonni paterni ed una sorella quasi centenaria della bisnonna, zia Vittoria. Quando sono nata io, in casa convivevano quattro generazioni.

La nostra proprietà comprendeva tutti appartamenti del primo piano del palazzo, un negozio con deposito, tre “bassi” abitati. D’estate il cortile si trasformava in una sorta di teatro all’aperto per la numerosa e varia umanità che ospitava e per le situazioni non sempre piacevoli che si creavano. Io mi ricordo di Carmela che aveva sempre i figli in galera perché rubavano al mercato; Marta che sfornava un figlio all’anno; Genoveffa dai tratti di befana; Francesco che aveva in cortile un laboratorio artigianale di statue sacre di gesso. A me bambina faceva molta impressione il “cuore rosso fuoco” della statua della Madonna Addolorata, poggiato sul petto e trafitto dalle spade, così come le piaghe di Gesù crocifisso, tutte di colore rosso vermiglio. C’era anche un artigiano del cuoio, Eduardo, che cucì a mano la mia prima cartella. Il negozio che avevamo era fittato ad un salumiere che vendeva la pasta sfusa, conservata nei sacchi di iuta. Io ci andavo spesso a comprare 100 grammi di una crema spalmabile bianca che serviva per la merenda delle grandi occasioni. Fra gli altri residenti del palazzo, ricordo Pasqualino il cocchiere, che stazionava con la sua carrozzella in piazza Vanvitelli, di fronte alla Banca d’Italia e Ciccillo il barbiere, un nostro affittuario sempre in cerca di quattrini.

I palazzi di Corso Giannone sono tutti sul lato destro, partendo da piazza Vanvitelli, perché sul lato sinistro c’è la grande cancellata che delimita il parco reale. E’ una strada “a una faccia” come si usa dire. Dopo la chiesa di Sant’ Antonio, negli anni cinquanta, quando io ero piccola, un grande aranceto si estendeva fino ai palazzi di Aldifreda.

Corso Giannone non era molto frequentato se non dagli scolari della “De Amicis” e dagli studenti del Liceo omonimo, tutti appiedati o in bicicletta. Al mattino presto passavano Mario il lattaio che vendeva il latte della centrale, “Martummeo” il fruttivendolo e qualche altro ambulante. Di pomeriggio, invece, all’ora della libera uscita dei militari, la strada era letteralmente invasa da questi giovani ancora in divisa che provenivano dalle caserme di via Eleuterio Ruggiero. Molto spesso i militari passavano anche verso le sei di mattina: erano bersaglieri. Il rumore sordo e cadenzato degli scarponi si sentiva già quando svoltavano ad Aldifreda e poi aumentava sempre più. A me piaceva tanto vederli passare: mi alzavo dal letto e mi posizionavo dietro i vetri del balcone in attesa che arrivassero. Indossavano la tuta mimetica, il fez rosso scuro con il fiocco azzurro e imbracciavano il fucile. Erano bellissimi!

Con la fine degli anni ’50 il volto del palazzo cominciò a cambiare perché con la costruzione del Rione Tescione, i bassi si “svuotarono” e, nel giro di qualche anno, divennero tutti garage pronti ad accogliere le automobili del “miracolo economico”. Nello stesso periodo, alcuni proprietari si trasferirono in case di nuova costruzione e fittarono le loro. Cambiò così anche il volto della strada in sintonia con il cambiamento della città e l’evoluzione dei tempi.

Negli anni ’60 e ’70, quelli della cementificazione della città, mio padre e gli altri proprietari furono contattati più di una volta da costruttori o pseudo tali per abbattere il palazzo e fare una permuta ma non si trovò mai un accordo. Nel frattempo, il palazzo andava sempre più in decadenza. Tranne mio padre, che aveva ristrutturato la nostra proprietà, gli altri avevano lasciato tutto all’incuria del tempo e di inquilini squattrinati, in attesa di “un’occasione”. All’inizio degli anni ’80 l’occasione arrivò. Quando iniziò la costruzione del King House, ad uno ad uno, tutti i proprietari vendettero “all’ingegnere”. Solo noi resistemmo, per circa un anno, poi fummo praticamente costretti a vendere. Era il 1985.

Da allora, ho cambiato casa cinque volte ed anche residenza. In tutti questi anni però mi è capitato spesso, e mi capita ancora, di sentire al mattino presto, tra veglia e sonno, il passo cadenzato dei bersaglieri o fischietto di Mario il lattaio e faccio fatica a capire dove mi trovi. Mi sono chiesta più volte il perché di questa sensazione e sono arrivata alla conclusione che la “mia vera casa” è rimasta al Corso Giannone n. 36.