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Racconto di Umberto Chiri

(Prima pubblicazione – 18 maggio 2021)

 

                                                     

Comincia sempre così, per lei, con la paura. La paura che Saverio questa volta non appaia alla sua porta, che abbia rinunciato, che si sia rassegnato alla vita, per come normalmente è intesa fuori da loro. Che abbia deciso che è troppo complicato, troppo difficile. Troppo doloroso. Comincia sempre così, e finisce nella stessa maniera, quando Saverio se ne va.

In mezzo, in quelle poche ore in cui sono insieme, si incarna e trionfa tutto ciò che merita davvero di essere vissuto.

Lei vorrebbe aprire una botola, trovarci un piccolo scantinato in cui cominciare a mettere a dimora quelle poche ore, le uniche della sua vita dotate di senso, e poi cominciare a scavare, in modo che cominciassero a sentirsi più comode, senza lo strangolamento continuo delle urgenze familiari, e poi scavare ancora, e a ogni palata di terra guadagnare un minuto di vita vera, scavare scavare, fino a far traslocare ogni secondo della sua esistenza sotto quella botola, e poi richiuderla, per sempre, alle sue spalle. Ed entrare finalmente nel suo mondo, quello che sapeva esserle sempre appartenuto, e che qualcuno le aveva nascosto, poco alla volta, e defraudato; con il suo assenso, questa era la consapevolezza più sconvolgente.

Perché lei sapeva di commettere un errore, di farsi trascinare in un mondo che non era suo, che non era fatto a sua misura, e che allora avrebbe finito per confondersi, per perdersi. Continuando sempre a dirsi “Non è quello che davvero desideri, lo sai”, a dirselo, e a scriverlo, con una lucidità che qualche anno dopo, rileggendo i suoi diari di ventenne, l’aveva fatta infuriare. Perché sapeva di non dover sposare quell’uomo, che non c’era nulla che davvero potesse condividere con lui; se non un’intenzione generica, ideali generici. Tutti vissuti insieme, e in un modo intimamente diverso.

Questo, soprattutto: non c’era mai stata una reale intimità tra loro.

Lo sapeva, e per qualche strana ragione il suo comportamento lo negava. Matrimonio. Figli.

Si era sposata così giovane, non sapeva nulla del mondo.

Con Saverio c’era invece, un’intimità profonda, c’era sempre stata. Attraverso forme che cambiavano, col tempo, da quando erano stati bimbi, e poi adolescenti, e poi, e poi…

E adesso la prendeva di nuovo la solita paura, che stava quasi diventando panico, al pensiero che Saverio avrebbe dovuto essere arrivato già da un tempo insopportabilmente lungo.

“Perché non è qui?”, si interroga. “Ora arriva, ora arriva”.

Il campanello d’ingresso suona tre volte. Dalle scale arrivano delle voci. Non importa. E’ tempo di aprire quella botola. Di sentirsi finalmente liberi.

Appoggiano i bicchieri ai lati del letto, e si abbracciano. Poi si separano un attimo.

Lei ora finalmente ha un nome, perché è insieme a lui. E lui la chiama, “Luce”, aggiungendo, “Tesoro”, pensando a come si sia preparata con devozione al loro incontro; guarda il suo corpo, mentre si spoglia, pensa a come è bello: perché non lo dirà neppure questa volta? Lo affascina pensare al momento in cui Luce avrà scelto quella camicia, quel paio di calze; Saverio vorrebbe poter essere lì, quando avviene, e accarezzarle la nuca, le spalle ancora nude, la schiena ancora nuda. Vorrebbe sentirla parlare, come se discorresse tra sé e sé, con allegria, mentre si veste, essere lì quando Luce mette dentro la borsetta il pettine con cui si spazzolerà i capelli. Intanto la stanza si dilegua nel buio, e tutti e due dicono, “E’ quasi notte”, e Saverio sa che lei non vuole accendere la luce, e pensa che è giusto così, non può che essere così, anche se poi dirà, “Stiamo

sparendo”, sollevandosi appena nel letto, sui talloni, accarezzandole l’avambraccio che sembra annerire, diventare fantasma, e anche lui comincerà a sentirsi così, e non potrà impedirsi di dire, “Mi sento strano, quando avviene, quando siamo qui, e la luce sparisce, e noi insieme a lei. Forse non dovrei. Non dovrei. Pensarlo, sentirlo, dirtelo soprattutto. Non dovrei, forse ti spaventa”.

“No, non mi spaventa”, dice con un cenno della testa Luce, e Saverio vede la massa dei suoi capelli aprirsi in un’ombra densa sul cuscino, e intanto cerca di convincersi che sia un volo di rondini, lo zigzagare dei pipistrelli tra i ballatoi. “Non stiamo sparendo”, e lui intuisce il suo sorriso, ancora un po’ di luce viene catturata dai suoi denti, e forse quella luce rimarrà dentro di lei per tutta quella notte, e basterà anche per lui; sì, è così, sente che lei può farlo, anche per lui, e che lui può dirle ogni cosa.

“Come se un altro mondo poco alla volta si manifestasse”, le dice infatti, e il sorriso di Luce gli suggerisce, “Sei tu, anche questo sei tu: non può spaventarmi”.

“Come se mi reclamasse, a te succede?”.

“Non ora, non con te”. Lui ascolta, guarda ancora il suo avambraccio d’ombra nell’ombra della stanza, dice qualcosa di fatuo: “Dobbiamo stare attenti, ricordarci dei bicchieri, non pestarli”, si rimprovera per la banalità, riprende, “Sono felice che a te non capiti, non è piacevole”.

“Non con te, non può capitarmi con te”; e Saverio pensa ancora una volta che è pericoloso, pericoloso il suo pensiero che insegue lo zigzagare nervoso dei pipistrelli, pericoloso lo sprofondare delle cose nel buio, e dirselo, il buio, dentro di sé, e allora si chiama fuori, riemerge per un attimo, ed è solo grazie a lei che può farlo, lo sa.

Lo sa.

Luce si sta spazzolando i capelli, adesso.

E allora concede un po’ di spazio al passato, perché sa che anche il passato ha un regno. Prima, poco prima, quand’erano abbracciati, c’erano solo il presente e il futuro, il presente intrecciato, intessuto nel futuro. Lui, prima, la chiamava con un filo di voce, come a supplicarla di allontanarlo dai suoi pensieri come ali di pipistrello, che precipitano piccole lune di smarrimento; così facili da curare, però, si dice, quando si trabocca di felicità. Luce non ha paura nell’immaginarla, e a viverla, la felicità, e l’ha sentita anche in lui. Sgorgava da loro due, impregnava il loro mondo, ma vorrebbe soltanto che non ci fossero più distinzioni tra il loro mondo segreto e quello alla luce di tutti. Per un po’ ammutolisce, mentre si spazzola i capelli e Saverio la guarda, ammirato. Forse vorrebbe impedirsi di parlare, ma non può farlo; è il passato, che per un attimo pretende il suo tributo. E subito i suoni dalla sua bocca sembrano uscire sminuzzati, così insignificanti rispetto alla pienezza che li aspetta, certamente, e che lei ha riconosciuto, ancora prima di lui. Suoni frantumati che chiedono:

“Ti ricordi quando hai pensato, per la prima volta, che mi trovavi bella, al di sopra di ogni dubbio? Voglio saperlo, voglio sapere tutto”.

Forse teme che la loro armonia possa incrinarsi, ma non può non domandare. Conta gli istanti, mentre Saverio sembra riflettere e le paiono troppi: ‘Perché deve pensare?’, si chiede, e lui intanto le dice:

“Quando ti ho vista camminare, la prima volta, con una valigia pesante e i capelli raccolti, e ho capito che non avrei mai più potuto fare a meno di te”.

‘E poi’, vorrebbe domandare ancora lei, ‘quante altre volte lo hai pensato?’.

Ma questa volta le parole sono troppo sminuzzate, non si articolano in suoni, e lei pensa che è meglio così, sono piccole paure che lui può soffiare via.

Saverio le bacia la bocca, e le soffia via.

Forse durante il giorno potrebbe bastargli anche solo una carezza, sentire quel suo modo dolce di sfiorargli la conca dell’orecchio.

“Mi sono sempre piaciute le tue orecchie, sin da bambini”, le diceva durante i primi incontri come per scusarsi di una debolezza. Non ce n’era bisogno; ogni contatto era la vita che si rinnovava. C’erano delle onde che si mettevano in moto, forze del pensiero e dell’anima, materie residue del passato che si trasformavano arrivando a una nuova esplosiva bellezza, sentori di immortalità, mani che si schiudevano, liquidi del corpo che scorrevano liberi, stomaco reni, neuroni che si rinnovavano, probabili metastasi che sfiorivano, forme diverse di verità che trionfavano, l’esistenza si sollevava a un’altezza diversa, più vera: c’erano parole, come tesoro, voglio essere sempre con te, sempre, mai soli, negazioni che si intrecciavano, la carne che apparteneva a entrambi, senza passaggio di pelle, un rumore poi arrivava dal mondo, una pausa negli sguardi che si fondevano, solo questo può avere un senso,dicevano, solo questo è il senso, non stacchiamoci da noi, rimani qui, non hai più peso, non abbiamo peso. Il mondo fuori schiaccia ogni cosa.

“Drin, drin, drin”, il solito trillo concordato, ripetuto tre volte; come sarebbe difficile passare attraverso le pastoie delle piccole insincerità diurne, se tutto questo non avesse senso dentro una cornice diversa: dio, dio, basta, ho voglia solo di stare con lei, passare le giornate con lei, senza inutili sotterfugi, dio, dio, ho bisogno di stare subito con lui, detesto queste schifose menzogne, e al terzo squillo lei si toglie i jeans e le mutandine, lasciandole sul pavimento, vuole sentire il suo calore rassicurarla, portarla via, ed è così che lo accoglie, come lui aveva sognato la notte precedente, in piccoli sogni calmi e frammentati, uniti solo dalla presenza di lei, e in uno di questi, l’ultimo brandello di notte sopravvissuto al giorno, Luce lo conduceva in una piccola stanza oscurata uscita fuori da chissà quale ricordo tiepido di adolescenza, salvandolo da un giorno di freddo e pioggia e malinconia per nutrirlo di sé, e lì, in quella stanza tiepida di sogno e oscurità, come ora nel loro rifugio, tutto si unificava e si unifica, sogno, attese, verità; anche il tempo è uno solo, questo è il loro regno, il loro mondo, di più molto di più, è qui che la vita comincia e va oltre, sorpassa i normali confini, si identifica in gioie e lacrime, e abbandoni, e riconoscimenti, e misteriose generosità della carne, in una sospensione della morte e della vita. Qui loro hanno dominio, ed è qui che Saverio capisce, con un’arrendevolezza piena di riconoscenza, che non ci sarà misura in quest’amore, che tutto sarà superato, sovvertito; sì, avverrà così, avverrà così, anche la notte troverà una sua luce. Limpido dominio di sé, attraverso l’altro. Una sveglia suona da qualche parte, il loro tempo di fuori è già scaduto, ma questa volta no, questa volta non si lasceranno, il mondo li troverà così, e anche i figli dovranno capire, e anche le mogli e i mariti dovranno accettare. E nessuno più potrà susssssurrrare.

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