Racconto di Tiziana Iemmolo

(Prima pubblicazione)

 

 

Le venne in mente di sfogliare l’album dei ricordi. Aveva appena scuoiato un panino. Tutte le volte che mangiava, si ricordava il Conte Ugolino di Dante, che rosicchiava la testa dell’arcivescovo Ruggeri e poi si puliva con i capelli. Lei azzannava il cibo con odio, le procurava dolore la fame, quel vuoto nello stomaco che riempiva con ogni ben di Dio, e a volte la nausea le saliva su per la gola, rimettendo tutto. Quel pomeriggio per sconfiggere la noia, decise di fare un tuffo nel passato. La prima foto, coi quattro fratelli maschi e una bici arancione, sgangherata dalle tante sgommate. Indossava una gonna a quadri, calzettoni bianchi scesi alla caviglia, e una maglia a righe fatta con gli avanzi di lana. La sua povertà e la sua vergogna erano compagni di viaggio di quella solitaria innocenza, di quell’infelicità inattesa.

Ora era una donna, sola, nel suo appartamento di un palazzo del 400, insegnava senza tanto onore, né entusiasmo, carica di compunta depressione, che toccava la sua anima. Quella bicicletta, Agnese non la toccò mai, non imparò ad usarla, né si sbucciò le ginocchia per le cadute, ma stava lì in un angolo, a guardare i suoi fratelli, che a turno la saltavano e si arrampicavano per gli scoscesi saliscendi di cemento della fabbrica vicina.

In quell’angolo ci rimase tutta la vita, nemmeno ora che aveva attraversato la povertà, essa le si ripresentava davanti, coi suoi odori di muffa e smalto scheggiato, come le mani della sua mamma.

Non ci si offende della povertà semmai la si saluta con gioia quando la superiamo. Agnese, invero la assaporava ogni giorno, con l’abbondanza di cibo e delle sue carni.

Andava a scuola per giorni con gli stessi vestiti, lisi e maleodoranti, si lavavano poco in campagna, bisognava mungere le mucche la mattina all’alba e poi correre a scuola.

La vergogna le si leggeva nel viso paonazzo dalla fatica, e dall’odore di latte che emanava, e si sa i bambini sono cattivi. Puzzi, allontanati.

Non sapeva giocare, non poteva giocare. La scuola era un privilegio, da gestire come un guadagno non facile.

I libri di terza mano, con le pagine strappate e consunte, dovevano bastare alla sua cultura e correre tutto d’un fiato gli anni che la separavano dal fuggire via. Arrivata in città, faceva la cameriera e si pagava gli studi. Sua madre le disse, prima di andarsene, dove andrai a finire, piccola stupida arrogante, il tuo posto è qui. Qui tra le vacche. E le mollò un sonoro ceffone.

Lei tra le vacche non ci rimase, nemmeno le tradì, perché quei ricordi rimasero indelebili.

Le lacrime le fuggivano sul viso, come le sue fughe immaginarie.

La laurea l’aveva guadagnata, tra palpeggiamenti e umiliazioni, stringendo i pugni e mordendo le labbra.

La sua caparbietà l’aveva ereditata e anche la paura, quella sana che ti fa continuare malgrado tutto.

Ma si accasciava ogni tanto sui suoi umori, accarezzando l’idea che tutto scorre, anche il dolore.

Notorietà non ne cercava, stava in un angolo anche a scuola, nemmeno lì aveva imparato a giocare, quella vita impietosa, con richiami ribelli, senza infamia né lode.

Non c’era molto da ardire in quella cittadina di provincia, non lontana dalla sua campagna, dove la Fortezza Spagnola, issava lo stemma “Immota Manet “.

Ma quella sera, vide un mandorlo fiorito, sul ciglio della sua finestra, sentì l’odore della primavera, e un balzo al cuore.

Si mise in doccia, indossò il suo abito migliore, e uscì nel centro della sua città.

D’un tratto si accorse, che la gente era colorata come il suo mandorlo, che faceva rumore, che viveva.

Si inaspri con sé stessa, la vita le stava scivolando addosso, senza battito d’ali, come la neve che non fa rumore

Prese consapevolezza e si gratificò con delle fragole, che assaporava con gioia, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva senza freni.

Si avvicinò ad un tipo col Borsalino di paglia, alla Hemingway, gli chiese da accendere e iniziò un’amabile conversazione.

Sai, ero una bambina che non sapeva giocare.

Incuriosito, continua…

Non c’è molto da dire, ho vissuto come una stella alpina, solitaria e bella tuttavia.

Con l’ardore nel cuore e il veleno nel sangue. Ma oggi mi sento diversa, ho avvicinato il suono della stagione, come un dipinto di Van Gogh.

La sua notte era stellata, suo malgrado, doveva ricordarsi il suo tempo e il suo splendore, e non morire.

Io oggi ho ricordato che non sapevo giocare, che stavo in un angolo mio malgrado, che vivevo di sfuggita, e che non voglio dimenticare.

Quello che sono lo devo ai miei anni, e ventiquattro sono pochi per morire d’inedia.

Qualcuno si accorgerà dello splendore del mio talento, della mia specificità. Di non aver mai mollato.

Il suo rossetto ciliegia si era un po’ sbafato per le parole in fuga, non si era fermata di fronte a niente, nemmeno alla vita.

Aveva cambiato tono dell’umore, come il suo Vincent, oscillava tra alti e bassi, ma stabile in una cosa, sapeva fare tante cose, anche l’insegnante.

Affrontava la sua classe con empatia ed entusiasmo, solo la realtà che vedeva, era distorta, essere bipolari significa anche questo. Non riconoscersi meriti quando si hanno e libertà oltre misura.

Spero di non averti spaventato, sono uscita per vivere stasera, una sera di primavera, col Gran Sasso dipinto di rosa. La vita in rosa, non ci tocca mai, ma se la cerchiamo qualche colore simile possiamo intravederlo, come una grande bellezza che sfiorisce, ma che abbiamo amato.

Sono carica stasera, e mi voglio divertire, con un buffet e un aperitivo, e poi correre col fiato in gola e abbracciare le persone, e magari andare a trovare la mia mamma.

Dimenticavo è il 2021, è passato un anno di pandemia, siamo in lock down e io sono Bipolare.

Agnese, ti chiamano, si è la mia mamma, ed io devo fare i compiti. Dopo torno a giocare.

Serendipità.