Racconto di Maurizio Catallo

(Prima pubblicazione)

 

 

C’è tempo

È il giorno che tutta la gente
Si tende la mano
Ed è il medesimo istante per tutti che sarà benedetto,
Io credo da molto lontano
È il tempo che è finalmente
O quando ci si capisce
Un tempo in cui mi vedrai accanto a te nuovamente
Mano alla mano
E che buffi saremo
Se non ci avranno nemmeno
Avvisato
Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare
Io dico che c’era un tempo sognato
Che bisognava sognare
Compositori: Laura Pausini / Ivano Fossati

Iniziò per caso, in uno di quei condomini di periferia densi di scale, appartamenti e di umanità, ormai intesa sempre più nel senso di quantità di persone, che di comunità, con un senso di vicinato, di solidarietà di condivisione, di fiducia. Un microcosmo nel quale, come in un acquario, trascorrere gran parte della propria vita, spesso distratti o ignari o incuranti delle altre vite che si svolgono intorno, ognuna chiusa nella propria dimensione.
Dalle finestre giungevano rumori ovattati di faccende domestiche, ronzio di trapani, battiti di martelli, urla di rimprovero, voci di bambini, musica. Ogni tanto una figura attraversava svelta il cortile interno, quasi furtiva, con il cane o con le buste della spesa o dei rifiuti. Si camminava tenendo conto delle traiettorie altrui; se possibile impostando per tempo una distanza di sicurezza, con esiti a volte imbarazzanti: scarti improvvisi, cambi di marciapiede, alzate repentine della mascherina, giravolte. Lo sguardo elusivo, come temendo contagi visivi. Uno scambio incerto di saluti, da lontano, a potenziali conoscenti, spesso irriconoscibili dietro le protezioni.
Dopo le prime settimane d’isolamento per la quarantena, si erano spenti gli entusiasmi canori dai balconi e di sera regnava un silenzio irreale. Quasi si avvertiva nostalgia della cacofonia di voci, suoni e rumori abituali. Davanti a negozi e supermercati file ordinate di persone, con la mascherina d’ordinanza, in attesa del loro turno.
Non si vedevano quasi più i comportamenti insofferenti al rispetto del proprio turno. Anzi, si triplicava la distanza minima consigliata e le file svoltavano pazienti gli angoli dei palazzi.
In uno degli appartamenti, un bambino era occupato a disegnare sotto l’occhio distratto della madre, affaccendata.
– Mamma, ma quando viene a prendermi il nonno per andare ai giardinetti? È tanto, tanto tempo che non viene più, perché? –
– Te l’ho già spiegato. Non possiamo incontrare i nonni finché non sarà andata via questa brutta malattia. –
– Ma io li voglio vedere. –
– Devi avere ancora un po’ di pazienza e poi andremo a passeggio e alle giostre tutti insieme.
Dopo qualche minuto il bambino chiamò la mamma.
Aveva disegnato la sua famiglia, con i nonni in mezzo ad un prato, il sole alto e il cielo azzurro.
– Mamma, io non posso darlo ai nonni, potresti portarlo fuori tu il mio desiderio?
Forse così si avvererà prima.-
– Ma certo, lo faccio quando scendo per fare la spesa. –
Rispose la madre, con la voce un po’ rotta da un filo di commozione.
Quando si trovò nel cortile, si guardò intorno con il disegno in mano, fu allora che vide la bacheca degli avvisi condominiali ed ebbe l’intuizione di attaccarlo là.
Da quel momento fu come si fosse aperta una breccia nella diga dei timori. Per magia o per emulazione o perché i desideri, rimasti chiusi per tutto il tempo, reclamavano con forza di uscire, come le persone ormai provate dalla lunga clausura.
La bacheca cominciò a riempirsi di disegni, biglietti, fotografie. Ogni elemento che si andava ad aggiungere era un desiderio che si liberava e un briciolo di speranza che arricchiva i cuori.
Il solito pignolo, quello che eccepiva anche le virgole, il profeta delle mozioni d’ordine, guardiano inflessibile dei regolamenti condominiali, tentò in un primo momento di opporsi all’utilizzo improprio della bacheca. Ma nel leggere i biglietti appesi, il suo desiderio nascosto lo colpì improvviso.
Una lacrimuccia, prontamente ritirata, mentre pensava da quanto tempo non tornava dai suoi genitori, ormai anziani. Al paese dove era cresciuto e da dove era partito per l’università e poi per il lavoro, senza più tornare ad abitarvi. Così strappò idealmente il regolamento e appese anche il suo desiderio.
I bambini speravano di rivedere i nonni, di tornare a giocare all’aria aperta con gli amici, di andare in gelateria, di partire per una vacanza e tanti, a sorpresa, rivelavano un’aspirazione insospettabile fino a qualche tempo prima: tornare a scuola.
I giovani desideravano tornare alla loro vita di sempre, uscire con la persona del cuore, gli amici, lo sport e la scuola. Sì, anche loro. Perché, per quanto gli fosse sembrata sempre noiosa, come la rimpiangevano ora.
I desideri delle coppie variavano a seconda di come stavano vivendo la convivenza forzata: se trascorreva serena o felice, aveva rinsaldato legami e complicità, allora speravano che il loro rapporto continuasse così; se gravida di tensioni, aveva incrinato ancora di più rapporti già faticosi. Allora sognavano di quando erano giovani e innamorati e la vita si presentava piena di ottimismo e di progetti per il futuro.
Le coppie lontane desideravano che la distanza non avesse spento i loro legami e trepidavano in attesa di un cenno di conferma dall’altro.
I single, se in cerca di un nuovo affetto che tardava ad arrivare, che quello finalmente si rivelasse.
Gli altri di poter riprendere le consuete abitudini e colmare il tempo, per non lasciare spiragli alla malinconia di certe sere.
I nonni volevano riabbracciare i nipoti, tornare a passeggiare con loro e portarli ai giochi.
Le bacheche diventarono ben presto strapiene e allora qualcuno ebbe l’idea di attaccare al muro accanto del filo per il bucato, formando un grande cuore e appendendo i messaggi con le mollette. L’iniziativa diventò virale, cominciarono a diffondersi le notizie di bacheche analoghe in tanti condomini e le immagini, di quelle più belle, iniziarono a circolare anche nel web.
I desideri liberati alimentarono la speranza, rendendo meno dura l’attesa del momento in cui si sarebbero potuti finalmente realizzare.

«E quindi uscimmo a riveder le stelle»
Dante Alighieri
Divina Commedia (Inferno XXXIV, 139)