Racconto di Franco Germino

(Prima pubblicazione)

 

“La verità è che, malgrado le difficoltà insormontabili, tutti noi aspettiamo sempre che ci succeda qualcosa di straordinario.” – Khaled Hosseini

Il molo era una lingua di legno marcio che si allungava sul mare grigio. E su quella lingua, ogni giorno, sempre alla stessa ora, lui aspettava. Si sedeva sulle assi scrostate, con le gambe che gli fischiavano per l’artrite, e il cuore che gli ricordava un dolore antico ma mai cancellato, quello di un figlio partito per il mare e mai più tornato. Il medico gli aveva proibito il freddo, il vento, la solitudine. Ma ogni giorno, era lì, puntuale come il tramonto che non si vedeva mai a causa della nebbia perenne che avvolgeva il piccolo paese di pescatori in cui abitava. Tutti lo credevano pazzo. “Aspetta il fantasma di suo figlio”, sussurravano dietro le tende. “Si è lasciato consumare dal dolore.”

La verità era più semplice e, forse, più tragica: non era in attesa di nulla. O, forse, di tutto. Malgrado le difficoltà insormontabili – il corpo che cadeva a pezzi, il portafoglio vuoto, la vita che ormai era solo un respiro dopo l’altro –, lui aspettava. Perché era l’unico atto di fede che gli era rimasto. Quel pomeriggio, il vento era più tagliente del solito e il molo deserto. Aveva deciso di andare via, il gelo gli era già arrivato fin dentro le ossa. Stava per alzarsi quando la vide. Una luce. Non era il riverbero di un fanale, né la fioca lanterna di una barca. Era una scia appena sotto il pelo dell’acqua, una linea d’argento vivo che si muoveva veloce, dirigendosi verso la riva. Non era un riflesso, aveva una sua consistenza, una sua volontà. Trattenne il respiro. Il dolore alle gambe scomparve. Il ricordo di suo figlio si fece acuto e vivido, ma non doloroso. Per la prima volta, non fu un’immagine legata alla perdita, ma alla bellezza di quel ragazzo che amava il mare prima che se lo portasse via.

La scia di luce raggiunse la riva, proprio sotto di lui, e per un istante, brevissimo, l’acqua si illuminò. Non fu un bagliore accecante ma una luce calda, che sembrò palpitare come un cuore. Dal profondo emerse una forma: era una medusa, ma come non ne aveva mai viste. Il suo ombrello era una cupola di cristallo e al suo interno pulsavano vene d’oro e d’argento. Non nuotava, danzava. Girava su se stessa, avvolta in quella misteriosa luminescenza, e per un momento sentì, o gli parve di sentire, un suono. Una nota pura, un accordo di pianoforte lontano che risuonava nella densità del mare. Poi, la creatura si immerse e la luce si spense.

Il buio lo avvolse più fitto di prima. Il freddo tornò a penetrargli la carne, più intenso. Ma lui non si mosse. Rimase lì, con gli occhi fissi sul punto dove la luce era scomparsa. Non era suo figlio. Non era un messaggio. Non era nulla che potesse spiegare o comprendere. Era solo qualcosa di straordinario. Qualcosa che non serviva a nulla, che non cambiava nulla. Non gli avrebbe restituito il figlio, non avrebbe guarito la sua artrite, non avrebbe riscaldato la sua casa vuota. Eppure, in quel nulla di utile, in quell’assoluta gratuita meraviglia, risiedeva tutto. Si alzò lentamente e si incamminò verso casa. Il vento non era più così tagliente. La strada non era più così buia. La verità era che, malgrado tutto, lui aveva avuto ragione ad aspettare. Non perché quella visione avesse uno scopo, ma perché era accaduta.

E il solo fatto che una tale bellezza, misteriosa e incontestabile, potesse esistere nel suo stesso mondo, in un giorno qualunque, rendeva ogni difficoltà un po’ più leggera. Quella notte, non sognò il figlio perduto. Sognò una danza di luce in un mare buio. E per la prima volta da anni, si svegliò con la strana sensazione di avere ancora qualcosa da aspettare.