Racconto di Maria Letizia Pecoraro

(Quarta pubblicazione – 6 marzo 2020)

 

Era un tipo dai modi morbidi e garbati, avvolgenti verrebbe da dire, di un’eleganza discreta e vagamente retrò, come certi vestiti di fattura casalinga ma fine, che cavalcano gli anni resistendo alle mode.  Chiunque lo conoscesse lo definiva d’impulso molto dolce.

“Nascono così le leggende” si diceva bofonchiando tra sé e sé in un tardo pomeriggio di metà settimana, mentre si stiracchiava nel suo angolo d’esistenza.

Erano giorni di grande ozio. Da oltre due mesi, ormai, nessuno richiedeva la sua presenza: non un party di compleanno, non una cena tra amici, neppure un pranzo della domenica. Nulla! Non che questo lo disturbasse, per carità! In fondo si era ampiamente guadagnato quella quiete. Da quegli ormai lontani anni ottanta in cui, reduce da un lungo viaggio nel nord Europa, aveva incominciato a allargare il suo giro di amicizie in tutto lo stivale, non aveva conosciuto pace. Non c’era tavola imbandita a cui non fosse convocato, spesso si ritrovava a dover presenziare a più eventi nella stessa giornata e questo, alla lunga, lo aveva stancato, tanta sovraesposizione sociale aveva messo a dura prova la sua tempra: negli ultimi anni preferiva il calore di un pomeriggio in casa, fra tè e caffè, qualche biscotto al burro e le chiacchiere fitte di un nugolo di donne; saltuariamente qualche cena, di quelle dove presenziare è obbligo e piacere al tempo stesso.

Si era innamorato della solitudine, di quella condizione di altero ritiro tra pagine ingiallite e stazzonate, macchiate dai tocchi di dita frettolose.

Fino a quella mattina di fine novembre, quando il silenzio fu rotto da un concitato scambio di messaggi sul cellulare della padrona di casa – sapete una chat tra amiche, di quelle che riempiono le memorie senza neuroni dei cellulari, stregoneria contemporanea, che succhia tempo alla vita regalando al contempo calore a connessione intermittente.

“Buongiorno, che fate?”

“Solito… lavoro e poi sola a casa, senza voglia di concludere molto… un po’ triste”

“Anch’io… e se ci vedessimo giovedì sera? Solo una cenetta senza pretese”

“Sììì, io porto un dolcetto, ci vuole proprio”

“Il dolce è fondamentale, certo. Organizziamoci!”

Il tintinnio ripetuto della suoneria rappresentava in vignette immaginarie che galleggiavano nell’aria, la convulsa conversazione tra amiche, che via via si andava colorando di un entusiasmo infantile e del tutto immotivato – si trattava di una cena senza pretese in fondo, cosa c’era mai di speciale?

Tese l’orecchio, ad ogni modo, con sospetto e mentre un disagio sottile si affacciava a turbare la sua quiete.

“Cosa si prepara, ragazze? Stiamo sul leggero: una bruschetta calda e croccante, pomodorini e qualche foglia di rucola a profumare. Lo preparo io.”

“Io, invece, farò una bella insalata mista come entrée e magari qualche mozzarella fresca fresca”

“Ed io? Cosa porto io? Ho un’idea! Il mio salumiere ha una mortadella profumatissima e golosa. Ne prendo un paio d’etti. Non sia mai che la cena sia troppo austera!”

Eccolo il temuto epilogo, giunti fino in fondo al menù, s’avvicinava la scelta del dolce.

“Allora, che dolce preferite? Datemi un’idea. Una crostata alla frutta? No, eh?! Troppo sana… alla crema, forse? Una tortina al cioccolato?”

L’agitazione ormai era tangibile: le pagine malconce gemevano sotto la pressione delle dita nervose alla ricerca della ricetta vincente.

“Cosaaa?! Ma cosa dici? Tu devi portare il tuo dolce, il tuo fiore all’occhiello.”

Arrivava: l’onda anomala della convocazione forzata stava per abbattersi su di lui, che, invece, invocava la pace, l’invisibilità della quiete, l’anonimato del fuori moda seppur buono.

“Tu farai il tuo tiramisù! Sono secoli che non lo assaggio, non vedo l’ora”

Sbam! Ecco la botta. Doveva defilarsi, sparire da quelle pagine unte, non farsi trovare. Senza la sua carta d’identità non poteva fare un bel niente, non poteva uscire da lì.

“Lo fai senza ricetta, ormai, fanne una dose abbondante, mi raccomando, ne voglio tanto tanto” fu l’ultimo zufolo prima del commiato, un arrivederci a quel giovedì malefico, partorito in chat.

L’ultima frase risuonò nella sua testa, rimbalzò come una palla sul muro: “lo fai senza ricetta”. Dunque inutile nascondersi, camuffare il nome su in cima alla pagina in cui abitava. Aveva davvero creduto che sottraendosi dalle pagine del malconcio ricettario di famiglia, avrebbe ottenuto la sostituzione. Eppure la manipolatrice di uova, zucchero e mascarpone fresco era una tipa fantasiosa, aveva realizzato altri dolci più buoni, più chic, più alla moda. Perché di nuovo lui? Sapeva acconciarlo bene, per carità! Calibrava con perizia ed a memoria la giusta alchimia per farne una crema morbida e gonfia, leggera e ricca di sapore; e poi quel trucchetto da due soldi del goccio di latte nel caffè in cui intingere i savoiardi, quella misura sempre azzeccata di temperatura e tempo di immersione, perché si sa, il piemontese – il biscotto – è delicato ed esigente, con un nonnulla finisce in plebea poltiglia.

Però, però… non poteva insistere per dimostrare la sua perizia con una Paris Brest, per esempio? Sarebbe stato anche più figo, con quel vezzo francese a far da cappello. Invece niente.

Toccava ancora a lui, il tiramisù!

L’avrebbero ammirato, in quella pirofila d’acciaio fatta apposta per lui – rettangolare e giusta giusta per farci stare comodamente adagiati i savoiardi, in file ordinate, le pareti alte per accoglier due strati generosi e perfino la variante nel mezzo, sempre in agguato, sotto forma di strato di cacao o granelle di frutta secca o croccanti scaglie di cioccolato fondente. L’avrebbero adulato: lì nella sua austera coperta di un caldo color marrone che a tratti lasciava occhieggiare il giallo paglierino della crema. Ma il peggio sarebbe arrivato al momento del taglio: lui, cosi fiero delle sue linee asciutte, senza i fronzoli di riccioli vezzosi a contornare; lui, bello con poco, avrebbe subito l’onta di essere devastato in quadrotti irregolari da trasportare con gridolini eccitati verso il piattino deputato su cui sarebbe atterrato senza compostezza. Senza dignità alcuna – avendola ceduta nel taglio trepidante – sarebbe finito dentro boccucce in visibilio, mugolanti del piacere proibito di uno strappo imponente alla dieta perenne.

Ecco, lui proprio non sopportava d’essere sempre accusato di sedurre fanciulle in carne.

“Dammene ancora, ti prego! Stasera è uno spettacolo, il più buono che abbia mai fatto!”

Le voci del piacere si alzavano stridule.

“Basta, basta! Portalo via da qui, sennò non mi controllo, lo mangio tutto!”

Avide! Avide e senza cuore. Dopo averlo tanto implorato d’essere l’ospite d’onore, ora veniva spinto fuori le mura, con sdegno e raccapriccio per il peccato consumato.

Il triste destino dei buoni: amati, presi a morsi traboccanti di passione e poi respinti dal refolo crudele del rimorso.