Racconto di Renata Pieroni

(Prima pubblicazione – 20 aprile 2020)

 

Mi svegliava un silenzio insolito e una luminosità livida che filtrava dalle persiane chiuse.

Io capivo subito: la neve, finalmente!

Mi alzavo e correvo dietro ai vetri a guardare il mio giardino nella sua nuova veste: le forme erano cambiate, quasi irriconoscibili, ricoperte dal manto bianco e spesso.

Veloce mi vestivo e facevo colazione, poi di corsa fuori. L’aria del mattino era pungente, ma io volevo assolutamente toccare la neve. Mi piacevano quei contrasti tra la morbidezza che appariva alla vista e la fragilità quasi di vetro soffiato, che si spezzava subito quando affondavo la mano nella neve appena caduta, per raccoglierne una manciata. Mentre si scioglieva fra le dita, queste diventavano sempre più ghiacciate nonostante i guanti di lana.

Potevo attardarmi poco, perché dovevo correre a scuola e avrei passato quella mattina meno attenta del solito alle lezioni, pensando a ciò che mi aspettava nel pomeriggio.

Subito dopo pranzo la mamma mi ricopriva bene: pantaloni di panno pesante, calzettoni di lana grossa, scarponcini, cappotto, guanti a manopola, passamontagna e sciarpa. Io di solito non amavo il pizzicore di tutta quella lana, soprattutto il passamontagna in cui mi sentivo soffocare e la sciarpa che, tesa davanti alla bocca, mi faceva solletico al naso, ma in quell’occasione sopportavo stoicamente, perché poi…via con le due amiche del cuore verso il “castellaccio”!

Il quartiere si stava spandendo su per le colline, dove finivano le strade asfaltate proseguivano delle carrarecce che si inoltravano tra prati, campi e boschi. Una di queste saliva in una specie di vallata fino ad arrivare ad una antica villa recintata, chiamata appunto “il castellaccio”.

Uno dei versanti era boscoso, ma l’altro era tutto un prato d’estate e d’inverno diventava una magnifica pista per le slitte: ripida in alto abbastanza da prendere velocità, più dolce il pendio in basso, così da agevolare la frenata e l’arrivo senza incidenti.

In quei pomeriggi pareva che tutti i bambini del quartiere si fossero dati appuntamento lì, sul versante bianco erano piccole sagome colorate e vocianti sempre in movimento: veloci a scendere sulle slitte, più lenti nel risalire a zigzag affondando nella neve ai lati della pista, che diventava sempre più larga e più levigata. Le slitte allora erano di legno, io non ne possedevo una, ma le mie amiche sì, erano di famiglie più benestanti, mi facevano salire dietro a loro e a volte mi lasciavano anche guidare.

Ah, che bello! Quell’improvviso leggero senso di vuoto che si sente alla partenza, come un decollo, poi la velocità che aumenta, l’aria fredda che punge il viso con mille piccoli spini (perché la sciarpa la toglievo subito per sentirmi più libera), la durezza del legno un po’ dolorosa ad ogni sobbalzo, il puntare strisciante dei talloni sulla neve ghiacciata, quasi a graffiarla al momento di rallentare…

L’ebbrezza della velocità, poi lo sforzo della risalita trascinando la slitta, per non scivolare affondavo nella neve più soffice, senza far caso se entrava negli scarponcini, così che i piedi presto si bagnavano, ma non me ne accorgevo nemmeno. Lo stesso per le mani, le manopole diventavano fradicie in fretta.

Chi non trovava posto in slitta e doveva aspettare il suo turno rischiava il congelamento: allora ecco i saltelli, il battere le mani l’una contro l’altra, il buttarsi o rotolarsi nella neve fino a sentirsene avvolti come da una coperta, era sempre meglio che stare in piedi immobili.

Restavamo lì fino al tramonto, talvolta riprendeva a nevicare, ma noi continuavamo imperterriti nel nostro ritmo di salita, discesa, risalita e ci sentivamo campioni olimpionici.

Più tardi, a casa, dovevo spogliarmi quasi completamente e la mamma stendeva gli indumenti bagnati appesi sulla stufa a legna, brontolando e minacciando che senz’altro mi sarei ammalata. Io solo allora avvertivo tutto il freddo accumulato e mi accostavo il più possibile alla stufa rovente, a volte infilavo mani e piedi dentro al forno per qualche minuto, il viso mi diventava rosso e lo sentivo di fiamma.

Dopo alcuni anni il “castellaccio” non ci bastava più: scoprimmo e ci impossessammo del “campino”, che in realtà era un pendio molto più ampio e ripido del precedente in un’altra zona del quartiere. Eravamo adolescenti, pronti a sfide temerarie: il campino era più pericoloso, disseminato di cespugli da evitare, o da finirci in mezzo, in basso c’erano un fosso e lo scavo profondo per le fondamenta della nuova chiesa.

Io ora portavo gli stivali alti di gomma, i pantaloni grossi della tuta che usavo a scuola per educazione fisica, due maglioni sotto una vecchia e stretta giacca a vento ereditata da chissà quale parente. Finita l’era del passamontagna soffocante, usavo cuffie di lana morbida che lasciavano uscire i capelli lunghi. Avevo amici nuovi, gli approcci e i corteggiamenti tra ragazzi e ragazze spesso consistevano nelle palle di neve infilate di sorpresa dentro al collo della giacca, da dietro e il gelo scendeva velocemente lungo la schiena, bisognava togliere la giacca, scrollarla bene…intanto si rabbrividiva dal freddo.

Neppure allora possedevo la slitta, ma riuscivo sempre a trovare chi me la prestava, ero diventata abile nella guida, direi spericolata.

Tra gli amici ce n’era uno esuberante e simpatico, che mi offriva volentieri la sua slitta ed era ancora più spericolato di me: su quelle piste ci divertivamo molto insieme, ci sentivamo campioni, evitando ogni cespuglio, fermandoci a pochi passi dal fosso. La velocità ci faceva sobbalzare e quasi volare su certi dossi; prendevamo forti colpi contro il legno duro della slitta che ci procuravano lividi al fondo schiena e all’interno delle ginocchia e nei giorni seguenti dolevano al solo sfiorarli, ma di cui andavamo fieri come ferite sul campo di battaglia.

Lui in realtà era innamorato di me, nel suo impegnarsi in quelle acrobazie c’era un ingenuo tentativo di seduzione, ma non raggiungeva il risultato sperato, perché io in quel periodo avevo nel cuore un altro ragazzo, un compagno di scuola timido e intellettuale, che, ahimè, abitava dall’altra parte della città e non poteva raggiungermi per accompagnarmi in quelle imprese.

I pomeriggi passati così continuavano per diversi giorni, finché la neve diventava una poltiglia sporca che ci infangava ad ogni caduta e il viscido del fango affiorante rendeva ardue le risalite.

A malincuore ci dovevamo rassegnare: la stagione era finita. Facevamo progetti per l’anno successivo, forse finalmente anche a me avrebbero comperato la slitta, dopo tanto tempo che insistevo…

Ma quell’anno fu l’ultimo che vide le mie prodezze: diventai grande e così anche i miei amici, cambiammo interessi e impegni, la spensieratezza di quei pomeriggi non ritornò più.