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Racconto di Stefano Mauri

(Prima pubblicazione – 13 gennaio 2020)

 

Il signor prevosto si fermò sulla porta della casa parrocchiale per l’ultimo saluto ai fedeli ritardatari, dopo la messa.

Il profumo intenso dell’olea fragrans rendeva piacevolissimo il tramonto di quella sera di una tarda primavera particolarmente tiepida.

La fresca montiva dell’Orrido ancora non trovava spazio, sospinta dagli ultimi soffi della Breva. Avrebbe atteso i rintocchi della “dilrindana”, ancora un paio d’ore, per rinfrescare definitivamente le contrade e la piazza della chiesa.

Gli ultimi saluti alle sciure che cercavano l’attenzione del sacerdote, gongolante del suo protagonismo pastorale e fra le beghine, c’era chi intravvedeva o immaginava nel movimento della mano destra del prevosto una sorta di personale benedizione, quasi a suggellare con orgoglio la fine della giornata.

Un saluto a destra e uno a sinistra, senza però girarsi troppo e impegnarsi in faticose rotazioni, ma attento a non lasciare nessuna senza uno sguardo.

Era in verità la conta, che il signor prevosto eseguiva, come una brava chioccia, per tenere salda quella parte di anime fedeli, certamente le più che riconoscenti.

Sulla porta della casa parrocchiale, si voltò un’ultima volta e vide il biondo che sbucava dal san Rocco con in mano il semplice armamentario per un po’ di frodo di agoni.

Il quadrato con la rete e le aste raccolte e ripiegate, pronto per essere legato al robusto manico, sicuramente nascosto da qualche parte, giù al lago.

Ogni pescatore ha il suo, secondo una tradizione che si ripete stagionalmente.

I posti nascosti e impervi, probabilmente i più pescosi, sono anche quelli da cui è più difficile essere visti dal guardiapesca, almeno dalla strada, quelli ove è più facile stare nascosti.

Ma per raggiungere il lago provenendo dalle frazioni, prima di disperdersi lungo i segreti del lungolago, la via del San Rocco è obbligata e porta proprio di fronte alla chiesa.

Camminava spedito, neppure troppo diritto, forse già un po’ avvolto nel torpore di qualche calice, molto più laico e trasgressivo di quello della vicina sacrestia.

Sera sciur prevost” e provò a svicolare, ma la melliflua voce del sacerdote lo costrinse a un doveroso e cortese colloquio.

Una parlata lenta quella del prevosto, manco avesse altro da fare lui se non tirar tardi le prediche, almeno questo fu il pensiero irriverente del biondo che si fermò per rispetto.

I piedi però rivolti al lago e solo il capo girato verso il sacerdote.

La voce continuò a essere quella bassa e suadente, quella che il biondo aveva sentito per la prima volta nel confessionale, ma erano passati molti anni…

ti volevo fare i miei complimenti per il tuo salvataggio dei naufraghi del centro vela, bravo, mi hanno detto che li hai recuperati davanti ai sassi del Moch quasi assiderati” disse il prevosto.

Lui, il biondo, un po’ in imbarazzo, “ero a metter giù reti per i lavarelli e li ho visti li travacati sulla vela e li ho portati al molo, niente di che…”

Reti, di frodo vero…” Riprese il prevosto, “si ma andà de sfroos l’è mia peca” rispose immediatamente il biondo, cercando conferma.

Certo che non è peccato”, ma poi Il prevosto lasciò correre e riprese “e poi ho saputo che la tua bambina a suola è proprio brava, fa anche la chierichetta e mi aiuta all’oratorio”.

Poi so che stai aiutando tuo suocero che sta così male, sei anche un bravo marito, e vai a fare i mestieri di giardinaggio a gratis all’ospizio, bravo, bravo cristiano”.

Il prevosto sembrava sincero e il biondo pensò che un buon silenzio e la testa bassa fossero le migliori scappatoie per quel lago di complimenti.

Però …”  il biondo sbarrò gli occhi senza alzare la testa.

Il tono, quel tono di voce lasciava presagire la domanda più insidiosa della confessione, quanti ricordi affioravano in quel momento.

Quella domanda che avrebbe messo in imbarazzo chiunque, tanto la risposta era già ben nota all’inquisitore che, mascherato dietro modi cortesi, alla lentezza dell’espressione, all’incedere fluente delle parole, era in realtà pronto al giudizio e la colpa però doveva essere espressa dal malcapitato.

Il giudizio scontato, una certezza che sarebbe stato bello tenere li nell’ombra che non avrebbe dato fastidio a nessuno, tanto venale e innocua era la colpa, invece diventava un macigno mosso da mani morbide e che non avevano mai toccato nulla con fatica.

Mani che si nascondevano una sopra l’altra in un continuo movimento di sfregamento lento, una sull’altra, che sembrava dire “io me ne lavo le mani ma te lo voglio sentir dire…”

Come un coltello lento e affilatissimo, la voce formulava le parole in modo inesorabilmente prevedibile“ …però il luogo dove non ti fai mai vedere e proprio qui dietro”, una lunga pausa di silenzio e il prevosto riprese, per dare l’affondo finale che nel confessionale avrebbe fatto cangiare dal rosso al viola i malcapitati costretti al supplizio verbale, inginocchiati dietro la reticella, come i carcerati“…qui in chiesa….”.

A questo punto il biondo, con uno slancio di orgoglio e una reazione inaspettata, allargò le braccia, forte dei precedenti complimenti, alzò fiero il capo e si rivolse al sacerdote, “non posso mica rivare indepertutto sciur prevost”… e via per l’appuntamento ‘de sfroos’…

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