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Racconto di Maurizio Boschiero

(seconda pubblicazione – 13 dicembre 2020)

 

 

“Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco- celeste, il suo nome è Fausto Coppi”, la voce quasi rotta di Mario Ferretti usciva dalla vecchia radio ormai bolsa, posta su una mensola della piccola stanza che fungeva da cucina, da salotto e da molto altro.

Mio padre tendeva l’orecchio, seduto accanto all’apparecchio, e si tormentava sulla sedia. Nella stanza doveva regnare il silenzio, per non distrarlo dalla radiocronaca   di una tappa del giro d’Italia del 1949.

Anche le pentole a bollire gli davano fastidio e faceva segno a mia madre ché abbassasse il fuoco per evitare il borbottio dell’acqua.

Per quell’ora, in quel maggio caldo e assolato, tutti dovevamo adeguarci. Era una specie di recita teatrale casalinga, surreale e divertente.

E lui ne era il gran protagonista, viveva e soffriva quei momenti come fosse la sua gara, come se la sedia che tormentava fosse davvero una bicicletta: ma una BIANCHI, s’intende!

Lo sforzo di Fausto sui pedali diventava il suo sforzo, il suo sudore, la sua sofferenza -distillati della passione che metteva il mio genitore per la gara promossa dalla GAZZETTA DELLO SPORT-

Sembrava proprio un esaltato, che quando il suo idolo vinceva la tappa alzava le braccia al cielo, in questo caso il soffitto annerito e basso di quella stanza che diventava il suo paradiso.

Io mi mettevo in un angolo e mi divertivo ad osservare gli scatti e il sudore di mio padre, così partecipe alla corsa. Mi sembrava di essere anch’io là, sul mitico Izoard, sulle cime aspre e innevate delle Alpi o sullo Stelvio accanto a Fausto, a Gino e al gruppo colorato e gioioso del giro.

Quel momento era l’unico svago di mio padre, appassionato di ciclismo ma soprattutto ammiratore sfrenato di FAUSTO.

Ne seguiva le gesta e le cronache, rubando qualche momento alle sue dure occupazioni nei campi e al lavoro in fabbrica alla LANEROSSI di Schio.

“Cosa darei per vedere FAUSTO da vicino” esclamava alla fine di ogni radiocronaca!

“E’ UN MITO, IL PIU’ GRANDE: E’ IL CAMPIONISSIMO!” aggiungeva allargando le mani e portandole in alto, quasi a librare nell’aria quel nome, che ormai era entrato nella leggenda.

Era un sogno, forse troppo grande, che probabilmente mai si sarebbe realizzato.

Ma venne il 1950 e il destino volle che il Giro- o altra corsa non ricordo bene-passassero dalle mie parti.

Mio padre, appena ne ebbe notizia, cominciò ad agitarsi.

Acquistò i giornali sportivi del tempo, ne ritagliò notizie e fotografie, s’informò sulle strade e ne studiò il percorso.

Fece anche dei sopraluoghi per verificare quali potessero essere i punti strategici da cui ben osservare il suo MITO.

Alla fine, tra un pensa e un ripensa, decise che il posto giusto era quello vicino ad una fontana, non lontano da casa mia. Era collocata lungo la strada provinciale, ancora bianca e malmessa, accanto ad una locanda e alla vicina piccola stazione dei treni. Appena dopo una salita erta e faticosa.

Io lo aiutai a preparare un grosso cartello in legno, alto il doppio di me, con scritto “W FAUSTO”.

Tra mille ansie e attese, venne finalmente il gran giorno. Già dal mattino si vedeva il brulichio della gente che si assiepava ai bordi della strada con l’armamentario dello sportivo. Chi arrivava munito di cartello, chi di fischietti, chi di cappellini e di borracce, chi invece vestito di tutto punto sembrava dovesse partecipare ad un avvenimento solenne.

Tifosi, bambini, donne, vecchi, ma anche persone che magari non si erano mai occupate di corse.

Tutti avevano capito che quel giorno, per quei paesi, sarebbe passata la STORIA. Quando mai sarebbe capitato ancora?

Partimmo con un bell’anticipo, una camminata di pochi minuti e fummo alla vecchia fontana.

Per strada c’era già tanta gente, la più strana ai miei occhi di bambino: un mio vicino di casa si trascinò una damigiana di vino e un altro aveva con sé una buona scorta di acqua per rinfrescare i corridori. Nell’aria, il dolce sapore della festa e dell’attesa si confondevano con il profumo dei tigli che sfilavano maestosi tra la fontana e la stazione.

Dunque, ci sistemammo sul posto, facendoci largo a fatica, e cominciammo ad aspettare. Passavano in fretta le ore di quella gioiosa mattina ed io ero attratto da tutto quel trambusto colorato e rumoroso. Poi, cominciarono a passare le prime moto della polizia e al seguito la carovana pubblicitaria allegra e chiassosa.

Binaca, Motta, Bianchi, Carpano, Legnano, le scritte sulle macchine della carovana…

Ormai i corridori c’erano quasi, da lontano si intravedeva il serpentone colorato che avanzava lento e faticosamente per la salita. Passarono i primi atleti affaticati e sudati: chiedevano acqua e qualcuno dei tifosi allungava una borraccia o gettava con foga una secchiata.

Mio padre era agitato, mi aveva messo il cartello tra le mani e nervosamente si era portato proprio sul ciglio, sporgendosi pericolosamente.

Improvvisamente gridò: “ECCOLO!”  Senza dir altro.

“FAUSTO”, gridò un altro e… “SERSE”, un altro ancora.

SERSE era il fratello minore di FAUSTO, il suo fido compagno di squadra, il suo consigliere, amico, confidente.

Forse il grido fu così forte che i due, appaiati, si fermarono. Io non distinguevo nella ressa chi fosse FAUSTO e chi SERSE, ma uno dei due si fece largo a fatica e raggiunse la fontana, per riempire le borracce, mentre l’altro mi si avvicinò, forse intenerito da quella scritta.

Cominciai a tremare, reggevo a malapena quell’enorme cartello, più grande di me. Barcollavo!

” Ti piace FAUSTO?” mi chiese un po’ affannato reggendo nelle mani una piccola pesca gialla.

“Sì”, gli risposi timidamente e intanto, intorno a me, era sceso uno strano silenzio.

“Io sono FAUSTO”, aggiunse, anche lui timidamente, arrossendo un po’ e portandosi la mano al viso, con la scusa del sudore.

C’era poco tempo, riempite le borracce ripartirono in fretta.

“Ciao”, mi disse FAUSTO, lasciandomi tra le mani quella pesca gialla. Un regalo prezioso, non mi pareva vero!

Mio padre restò allibito, lo guardai un attimo: le lacrime gli rigavano il viso paonazzo per l’emozione e il caldo.

Lasciammo in fretta la fontana non appena la carovana fu passata, emozionati e ansiosi di condividere l’accaduto con mia madre.

Restò ammutolita ed incredula, non sapeva che dire!

Furono giorni febbrili, mio padre mostrava con orgoglio quel trofeo prezioso e dorato. Mi sa che in quel periodo passò da casa mia quasi tutto il paese.

Un giorno, mio padre prese la pesca avuta in dono da Fausto, ne fece tanti pezzetti e li condivise quasi fosse una comunione, con parenti ed amici.

Poi, ebbe un colpo di genio: prese il nocciolo e lo sotterrò, come un tesoro, in un angolo dell’orto. Negli anni, lo curò con amore e passione, e ne crebbe un albero rigoglioso e forte che diede e dà ancora frutti squisiti e dorati.

Quel pesco, per tutti in paese, è il PESCO di COPPI; ha attraversato i decenni ed è là, testimone vivente del passaggio del CAMPIONISSIMO per il mio paese.

Questa è una storia lontana e vera.

FAUSTO, SERSE, MIO PADRE: ormai sono oltre le vette innevate, fra le nuvole.

Ma quando, sul far dell’estate, quei frutti maturano, raccolgo una pesca e chiudo gli occhi. Il suo sapore mi fa tornare bambino, con quel cartello in mano, vicino alla vecchia fontana.

 

Premio concorso letterario Il Bicicletterario di Minturno 2018 sezione Eroica. Consegnato ai figli di Fausto Coppi.

http://www.museociclismo.it/content/articoli/11359-Il-pesco-di-Coppi/index.html

 

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