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Racconto di Annarita Campagnolo

(quinta pubblicazione – 6 dicembre 2020)

 

 

Avevo dieci anni quando gli scienziati di tutto il mondo cominciarono a parlare di catastrofe imminente, a causa dell’inquinamento che avrebbe provocato un surriscaldamento globale, seguito da siccità e conseguente desertificazione.
In effetti, i ghiacciai iniziarono a sciogliersi, i mari si sollevarono di molto.

Le spiagge furono ingoiate.
La corrente del golfo, che mitigava il clima, si raffreddò.

I fiumi, ora secchi, inizialmente erano esondati, portando via tutto ciò che trovavano sulla loro strada.

Dicono che l’acqua conservi memoria. Infatti ogni costruzione edificata su letti di fiumi asciutti, fu spazzata via dall’elemento, che si riprendeva ciò che era suo dalle origini.

Tutto accadde come postulato. In brevissimo tempo, l’uomo, divenne vittima dei cambiamenti, dopo essere stato artefice della rovina.

I fenomeni atmosferici estremi si ripetevano con frequenza: si passava dal caldo torrido a temporali devastanti che facevano precipitare le temperature anche di venti gradi. Si sviluppavano tornado violentissimi che in un attimo sradicavano alberi e spazzavano via cose e case come fossero stati giocattoli. Si era in attesa di una nuova piccola era glaciale che, secondo le previsioni, non avrebbe tardato.

C’era stato un breve periodo in cui l’effetto serra, causa principale del disastro, sembrava si stesse riducendo, grazie alle alternative ecologiche adottate da tutti i continenti. Ma in seguito alle scelte scellerate dei governi che si erano susseguiti e che avevano rifiutato la politica ambientalista, la situazione era di nuovo sfuggita di mano.

Le trivelle per l’estrazione di petrolio avevano ripreso a bucare il pianeta senza sosta. Le fabbriche avevano continuato a spargere veleni, inquinando le falde acquifere profonde.

Si era rischiato un altro conflitto mondiale a motivo dell’estrazione del gas naturale. Perché le potenze che ne detenevano il monopolio, pretendevano tasse sempre più esose.

A nessun capo di stato importava che la gente di ogni età moriva di cancro a causa dell’inquinamento. Ciò che contava era produrre e arricchirsi, con permessi e concessioni facili. Con mazzette per oliare l’iter burocratico, qualora qualche cavillo avesse rallentato la produzione.

La ricerca scientifica applicata sulla medicina aveva subito un rallentamento, a causa della mancanza di fondi. Le malattie, dunque, riprendevano la loro virulenza, non essendoci più politiche di controllo, o obblighi vaccinali, che, da tempo ormai, non incidevano più positivamente sull’economia. Le case farmaceutiche, infatti, ora puntavano esclusivamente sulla cura degli effetti, e non sulla prevenzione delle cause.

Ci fu detto che per contenere la diffusione delle malattie era sufficiente non esporsi troppo al contatto con gli altri e, soprattutto, evitare di dare accoglienza a popolazioni che portavano, inevitabilmente, con loro, virus e batteri non meglio identificati.

Dunque, l’indolente società del ventiduesimo secolo si era lasciata di nuovo irretire dal consumismo selvaggio, concesso in cambio di un atteggiamento mite e remissivo nei confronti dei capi.

Nel giro di pochi anni, il mondo divenne un posto invivibile.

La fauna selvatica, tranne pochi esemplari di animali che si erano adattati al nuovo clima, si andava estinguendo con irrefrenabile velocità.
Primi tra tutti, morirono le api e altri insetti impollinatori, di conseguenza le specie vegetali e le produzioni agricole subirono un drastico calo.

L’allevamento intensivo degli animali da macello, la cui carne sfamava la totalità della popolazione, non riusciva a soddisfare il fabbisogno. Si sperimentarono metodi di crescita sempre più invasivi, tanto da trasformare in ogm l’intera produzione.

Per non parlare poi delle notevoli immissioni di gas, prodotto dagli animali, che inquinavano ancora di più l’ambiente.

A un certo punto, per via dell’uso incontrollato dei generi di prima necessità, che cominciavano a scarseggiare, i governi avevano deciso di razionare le scorte, era stato tolto il di più e distribuito equamente il necessario, almeno fino a quando non si ripristinava l’equilibrio climatico e, di conseguenza, le coltivazioni e gli allevamenti non fossero di nuovo adeguatamente reinseriti nel processo alimentare.

A causa dei frequenti tornado, le abitazioni erano state quasi tutte rase al suolo. I governi, quindi, facendo di necessità virtù, costruirono case uguali per tutti ma con criteri più efficaci contro le calamità.  Erano alloggi con spazi ridotti, al limite dello spartano, ma dotate di climatizzatori e connessioni illimitate a internet, a cui si accedeva con facilità attraverso computer avanzatissimi e telefoni cellulari di ultima generazione. Per costruire i quali avevano ulteriormente danneggiato l’ecosistema. Eravamo geolocalizzati, schedati per gusti e inclinazioni, ma anche narcotizzati e resi innocui dalla dipendenza alla rete.

Vivevamo sopraffatti da un senso d’ineluttabilità che spegneva ogni rigurgito di etica morale, di senso civico, di condivisione e solidarietà.

Per via del caldo restavamo chiusi nelle nostre case, in noi stessi. La gente si era costruita un mondo ideale, seppure virtuale, in cui alimentava le proprie aspettative, le attitudini, i bisogni. Era una sorta di società individualista ed egocentrica, non c’era più posto per l’altro, perché ognuno scommetteva sul proprio personale futuro, pronosticando, di attimo in attimo, ogni eventuale variabile e ogni possibile alternativa.

Il lavoro, inteso come metodo di scambio per vivere dignitosamente grazie alle proprie capacità, non esisteva più. La maggior parte dei lavori manuali e pesanti erano svolti dai computer collegati a macchine sempre più sensibili. La tecnologia aveva fatto passi da giganti, dato che le risorse economiche erano state investite in quel settore. I capitani di governo avevano stabilito, quindi, un salario minimo per tutti, cibo a buon mercato (di dubbia provenienza), prestazioni sanitarie di base gratuite, e istruzione, anch’essa di base e non obbligatoria.

Un’élite reggeva le fila dell’economia mondiale. L’oro e altri metalli nobili erano diventati l’unica moneta di scambio tra le varie potenze.

C’era stata una campagna di “arruolamento” volontario, per andare a lavorare nelle miniere d’oro o nelle grandi discariche di strumenti tecnologici obsoleti, a riciclare metalli. Era un lavoro che le macchine non potevano svolgere, dunque veniva data questa possibilità ai giovani, in buona salute e forti, poiché avrebbero dovuto affrontare temperature proibitive per svolgere all’aperto quelle mansioni.

Tra i pochi selezionati c’ero io, avevo venticinque anni. Formavamo, nel nostro distretto, una squadra di cento ragazzi tra i venti e i trent’anni.

 

Ero, come si usa dire, la pecora nera della famiglia, quella che non si era fatta abbindolare dalle politiche di schiavismo intellettuale e sottomissione ai poteri forti decidendo di andare contro a ogni forma di chiusura.

Avevo una madre, un padre e un fratello che vivevano segregati in casa godendosi  il sostegno minimo economico che lo stato gli passava.

Avevano perso tutti i ricordi, dimenticando cos’era la libertà, una stretta di mano, una chiacchierata coi vicini. Mio padre passava le giornate davanti alla SMART tv, lasciandosi fagocitare dallo schermo, che si nutriva della sua piccola area di cervello  ancora capace di scegliere.

Mia madre, anch’ella vittima della tv, continuava a sperimentare ricette nuove messe a disposizione dagli chef  di regime, col poco cibo  commestibile che ancora ci passavano.

Mio fratello, diciotto anni, aveva scelto di usufruire dell’istruzione base, per poi inseguire mostri  nei video giochi.

Lui non aveva avuto, come me, la fortuna di conoscere i nonni.

Mia nonna, in particolare, mi raccontava della vita ai suoi tempi.

Mi narrava delle stagioni, del mare, dei boschi, delle montagne e della neve.

Mi spiegava cos’era la libertà di infrangere le regole, dettate solo dal buon senso e dalla convivenza pacifica con le altre persone.

E ancora delle sere invernali trascorse davanti al fuoco del camino, a parlare di sogni e progetti futuri. Dei lunghi pomeriggi estivi, riparata all’ombra del grande albero di gelso, a leggere un romanzo d’amore o un libro di poesie.

Io ascoltavo avidamente e conservavo dentro di me quelle storie, quasi fossero dei tesori preziosi.

I ricordi, seppure di seconda mano, erano i miei personali parametri per misurare e confrontare la vita, ridotta adesso a un mero esercizio di sopravvivenza, con la vita di un tempo, quando bisognava sfruttare le proprie capacità che erano il risultato dell’ingegno, dell’intelligenza, della cultura e una buona dose di coraggio.

I miei familiari, purtroppo, ormai  erano come ibernati, chiusi nei loro corpi ad attendere la fine dei giorni. Senza guizzi vitali, nulla che potesse scuotere la routine quotidiana, fatta di gesti , parole e pensieri, consueti ma rassicuranti.

C’era stato un tempo, ma io ero piccola, in cui era quasi scoppiata una rivoluzione. Mamma e papà erano giovanissimi e avevano aderito ai movimenti di ribellione verso i governi, che stavano distruggendo il pianeta e il futuro.

Questi erano promossi da leader che, attraverso la rete, nelle piattaforme social, tanto di moda all’epoca, avevano instillato nella gente l’idea che, in nome della libertà di pensiero e d’espressione e in virtù dei diritti di ognuno, tutti avrebbero dovuto esprimere il proprio malcontento.

Nessuno immaginava che, in realtà, quelle piattaforme erano recinti virtuali, in cui venivano monitorati e controllati senza sosta. Così, quando il movimento divenne grande e pronto a scendere in piazza, un massiccio spiegamento di forze dell’ordine sedò ogni rivolta, con le buone o con le cattive.
Le rivoluzioni finiscono presto se ti prendono per fame e per sete, e i governanti avevano usato il pugno di ferro, ricorrendo, addirittura,  alle punizioni corporali, ai ricatti, alle privazioni di ogni tipo.

Così la gente, piano piano, si era arresa. Aveva smesso di pensare.

Eravamo scivolati in un nuovo medioevo. La delazione era lo strumento più efficace per controllare e, nel caso, intervenire laddove ci fossero focolai di insofferenza.

Tutti erano manipolabili in cambio di cibo e beni di lusso.

Assegnata alla discarica, trascorrevo parte della giornata a recuperare l’oro contenuto nei vecchi cellulari.

Non era un bel lavoro perché il sole ci cuoceva il cervello, ma sempre meglio che vegetare.

Eravamo monitorati per tutto l’orario lavorativo. Ci perquisivano prima e dopo il lavoro, caso mai qualcuno di noi decidesse di impossessarsi di qualche grammo di oro, per poi scambiarlo al mercato nero con generi alimentari e alcolici. Era accaduto, qualche volta, e gli autori del gesto erano stati subito allontanati e portati in campi di rieducazione.

In realtà, secondo voci di corridoio, questi campi non esistevano. I ragazzi venivano espulsi dalla giurisdizione e indirizzati verso le linee di confine, nella zona neutrale, dove la legge era amministrata da personaggi poco raccomandabili, a metà strada tra delinquenti di bassa lega e poliziotti corrotti, confinati alle porte dell’inferno per esercitare il loro discutibile e coercitivo potere.

Non ho dimenticato nulla di ciò che mi è stato raccontato e spesso ne parlavo  con i miei amici, giù in discarica, e li spronavo a ribellarsi alla condizione di ignavia in cui ci avevano costretti. Uno in particolare mi ascoltava con attenzione: Franz. Lui, trent’anni, aveva perso la famiglia a causa dell’ultimo tornado che devastò ciò che restava del paese.

Lo avevo conosciuto durante una delle innumerevoli esercitazioni anti catastrofi, a cui venivamo periodicamente sottoposti.

Ancora non ci parlavamo, ma già avvertivo nel suo sguardo, la luce di chi non si rassegna, di chi non vuole adattarsi a una vita regolata dal senso di precarietà.

Spesso ci prendevamo le mani e ci accarezzavamo  con gli occhi. Non potevamo fare altro, dato che eravamo costantemente monitorati dalle telecamere di sorveglianza.

Ma dopo l’orario di lavoro, di ritorno a casa, ci abbracciavamo e ci baciavamo a lungo, ogni volta come se fosse stata l’ultima.

I compagni di lavoro avevano quasi tutti le mie stesse idee e, spesso, ridendo dicevano che ero una sobillatrice, perché li spronavo a ribellarsi al regime. Li sottoponevo alle mie lunghe disquisizioni circa la causa della libertà e dell’emancipazione dal nostro stato sociale. Parlavamo a capo chino, perché le telecamere non leggessero il labiale.

Piano piano i discorsi si erano fatti sempre più seri. Qualcuno era venuto a sapere che oltre il muro di cemento che in passato avevano alzato per respingere le popolazioni straniere, c’erano dei gruppi che iniziavano a ricostruire i centri abitati.

Addirittura c’era chi piantava alberi e provava a coltivare orti.

I governi mondiali avevano categoricamente vietato ogni tipo di iniziativa spontanea riguardo alla ricostruzione e, soprattutto, al rimboscamento.

Dicevano che stava per arrivare, secondo gli scienziati, a seguito di un’altra apocalittica esplosione solare, la madre di tutte le tempeste magnetiche, che avrebbe portato il mondo sull’orlo del baratro, e che difficilmente, questa volta, l’umanità sarebbe sopravvissuta.

In attesa dell’evento ci avevano chiesto la collaborazione per costruire dei grandi bunker sotterranei che avrebbero accolto la popolazione del posto, per almeno tre mesi, fino a quando la situazione non sarebbe tornata alla normalità. Forse solo allora si sarebbe potuto pensare alla ricostruzione.

Molti avevano accolto la richiesta, ma altrettanti, compresa la mia famiglia, si erano rifiutati, soprattutto sapendo che la circostanza catastrofica avrebbe fatto andare in tilt la rete internet, scegliendo, quindi, di trascorrere il tempo che restava, attaccati ai loro schermi, connessi alla rete.

A nulla era valsa la raccomandazione di prepararsi ad affrontare un lungo periodo di isolamento.

Intanto noi, lavoratori volontari, continuavamo a costruire bunker e a cercare oro nelle discariche, ma il dubbio che non ci stessero dicendo la verità sull’imminente futuro si faceva strada.

Un giorno arrivò un ragazzo che era riuscito a scappare dalla zona neutrale, nascondendosi in un camion che trasportava litio, reperibile solo in quella zona. Era riuscito a oltrepassare il muro di contenimento corrompendo l’autista, dopo che per anni aveva messo da parte oro a sufficienza per ottenere il passaggio.

Ci disse che di là alcuni scienziati che ancora conservavano una coscienza etica, avevano cominciato a parlare.

La versione ufficiale era che il progetto intrapreso anni prima di colonizzare Marte era ormai giunto a compimento. In realtà, riferì il ragazzo, quel progetto era stato abbandonato da tempo. Da quando, cioè, i governi avevano finalmente reso noto a tutti che una civiltà extraterrestre ci aveva visitato rivelandoci l’esistenza di altri eso pianeti nel nostro sistema solare, già pronti per ospitare la vita.

Con l’aiuto della loro avanzata tecnologia, gli scienziati della terra erano riusciti a costruire velivoli capaci di viaggiare da una parte all’altra dell’universo, grazie alla curvatura spazio temporale.

Questo aveva permesso di iniziare a colonizzare il più grande degli eso pianeti, già da tempo. Avevano costruito strutture e coltivato piante e  introdotto animali di ogni specie pianificando con cura l’immediato futuro.

Ogni sforzo tecnologico, ogni risorsa economica erano indirizzari alla realizzazione del progetto.

Le motivazioni erano che ci sarebbero voluti secoli per riportare l’equilibrio sulla terra, dal punto di vista climatico. Inoltre non c’erano più combustibili fossili da usare come energia, e sviluppare fonti alternative sarebbe costato troppo. Tanto valeva trasferirsi avendo a disposizione un pianeta vergine, pronto per l’uso.

Ma a vivere sul nuovo pianeta non sarebbero stati solo pochi uomini scelti, bensì la totalità dei potenti del mondo, con tutte le loro famiglie.

Medici e scienziati di ogni disciplina, venduti al regime.

Secondo quanto riferito, era stato firmato un accordo con gli extraterrestri che, in cambio di nozioni,  avevano  ricevuto in dono la terra per poterla colonizzare con la loro razza.

E poi, questi extraterrestri, non ambivano all’esistenza così come la intendevamo noi. Il loro obbiettivo era quello di sfruttare il pianeta per i grandi giacimenti auriferi che conteneva, dato che l’oro era l’elemento essenziale per riportare l’atmosfera nel pianeta dal quale provenivano.

In realtà, disse il ragazzo, i bunker sarebbero serviti a tenerci prigionieri, per poi essere usati come schiavi dai colonizzatori. Una specie di regalo di benvenuto, insomma.

Queste notizie, pur se ancora senza riscontro, agitarono gli animi. Dovevamo fare qualcosa per salvare il pianeta e impedire ai governanti di usarci come merce di scambio.

Ci riunimmo, nottetempo, a casa di Franz, che per primo si era offerto di verificare se le voci fossero o no fondate.

Preparammo un piano per arrivare nella zona neutrale e metterci in contatto con gli scienziati ribelli.

Ci sarebbe voluto dell’oro per trovare qualcuno che ci accompagnasse. Come fare senza essere scoperti?

Ma, come spesso accade in ogni contesto, c’è sempre qualcuno che è dalla tua parte.

Così, per i due mesi successivi, grazie a una guardia che, scoprimmo essere nostro alleato perché stanco dei soprusi perpetrati ai danni del suo popolo, ne riuscimmo a mettere da parte un po’.
Contattammo l’autista del camion che ci avrebbe portato al di là del muro che, a sua volta, ci mise in contatto con i ribelli.

Arrivò il giorno della fuga.

La sera prima, io e Franz avevamo trascorso del tempo insieme. Io lo supplicai di desistere, poiché le possibilità che le cose andassero tutte per il verso giusto, erano davvero scarse. Lui mi giurò che sarebbe tornato a prendermi e che, finalmente, la nostra vita avrebbe avuto un senso.

I ragazzi si appostarono, come d’accordo, lungo il margine estremo del muro, proprio dove c’era il varco per il passaggio degli automezzi.

Al segnale convenuto saltarono sul camion e si nascosero nei sacchi di iuta, lasciati volutamente sul cassone.

Da lì in poi potevo solo sperare in un contatto, da parte di Franz.

Passarono due giorni. Le sentinelle della discarica erano venute a chiederci notizie riguardo ai lavoratori assenti, ma noi facemmo finta di non sapere niente.

C’era un via vai continuo di auto nere, quelle che trasportavano i dirigenti. Era evidente che sospettassero qualcosa.

Il quarto giorno ricevetti un messaggio su un cellulare che avevo recuperato nella discarica. Era di quelli vecchio tipo che non conteneva geolocalizzatore, ma volendo, in poco tempo i computer avrebbero potuto comunque scoprirci.

Franz mi scrisse che avevano raggiunto senza problemi il posto dove avrebbero incontrato i ribelli. Erano in attesa. Mi disse che presto mi avrebbe ricontattato. Ero sollevata. Se non altro, la prima parte del piano aveva funzionato.

Intanto, per non dare nell’occhio, io continuavo a lavorare nella discarica, e alla costruzione dei bunker.

Il settimo giorno, Franz mi ricontattò. Mi scrisse che stavano tornando e che presto mi avrebbero messo a parte di tutto.

La notte dell’ottavo giorno, i ragazzi, sani e salvi, mi raggiunsero a casa.

Franz mi abbracciò a lungo, confermando quanto il nostro amore fosse ormai cosa certa e indiscutibile.

Ci radunammo in cantina per non essere localizzati.

I ragazzi avevano difficoltà a iniziare il racconto, poi Franz ruppe il ghiaccio. Mi prese le mani e guardandomi negli occhi mi disse che era profondamente deluso e amareggiato per quello che avevano scoperto.

Gli scienziati ribelli, senza troppi convenevoli, li avevano invitati a unirsi alla loro causa.

Spiegarono che, sotto ricatto, avevano dovuto lavorare per il regime. Avevano mentito e fatto ogni sorta di nefandezza nei confronti della popolazione, come lasciar credere che il pianeta fosse ormai al collasso, che non sarebbe più stato possibile riequilibrare il clima. In realtà, la tecnologia acquisita dagli extraterrestri era stata adoperata per trarne vantaggi economici.

L’élite aveva stabilito che la popolazione, ormai in sovrannumero, doveva essere decimata. Erano riusciti a modificare in laboratorio un virus, la cui contagiosità avrebbe permesso, in poco tempo, il diffondersi di una pandemia capace di uccidere un gran numero di persone.
In effetti il tasso di mortalità dovuto a malattie stagionali (quali credevamo che fossero) che prima, grazie ai vaccini era contenuto, adesso era cresciuto in modo esponenziale.

Fummo venduti, dunque, a questa razza aliena, che ci avrebbe usati per scopi puramente materiali. Eravamo i loro schiavi, e come tali ci avrebbero trattati.

Ero sconvolta. Non riuscivo a capacitarmi. Come eravamo arrivati a questo?

Bisognava fare qualcosa, tentare il tutto per tutto. In fondo non avevamo più nulla da perdere.

Da quel momento in poi, la mia unica ragione di vita sarebbe stata salvare la terra e mandare all’aria i piani del regime.

Non dovevamo dare nell’occhio, quindi riprendemmo a lavorare regolarmente.

Di tanto in tanto ci arrivavano notizie dei ribelli: gli autisti che venivano a caricare e scaricare materiale, trovavano sempre il modo di aggiornarci.

Dapprima ci furono guerre lampo, vinte da questo o l’altro stato grazie all’uso di piccoli ordigni nucleari, che colpirono centri dove risiedevano perlopiù anziani. Poi vere e proprie guerre batteriologiche, pilotate, ancora una volta, dagli esperti signori della morte.

Arrivò il giorno in cui quelli che si erano rifiutati di collaborare alla costruzione dei bunker, furono portati fuori città, in un centro d’accoglienza, dove sarebbero stati assistiti e curati dalla dipendenza alla rete, per poi essere riportati in città, quando i tempi lo avrebbero permesso. Qualcuno dice che vennero abbandonati nella zona rossa, che era il limite oltre il quale si moriva a causa delle radiazioni prodotte dalle’esplosione di un ordigno atomico durante la guerra espansionistica di cent’anni prima.

Gli altri, tra cui io e il mio amato Franz, fummo stipati nei bunker, con la raccomandazione di attenerci alle poche semplici regole che man mano ci avrebbero dettato. Fino a quando la situazione non sarebbe tornata alla normalità e saremmo usciti incolumi per fare ritorno alla nostra vecchia vita.

Naturalmente nessuno di noi credeva più a quanto ci veniva detto, e cominciavamo a prepararci alla rivoluzione.

Alcuni infiltrati ci dissero che c’erano molti scienziati dalla nostra parte. Questi erano riusciti a far trapelare la notizia che il giorno della partenza sarebbe coinciso con l’immissione nell’aria di sostanze chimiche che avrebbero simulato la tempesta magnetica, accompagnata da un vento fortissimo. Ma loro, gli scienziati, la cui disponibilità verso il progetto diabolico dei governi, era stata estorta col ricatto, avrebbero fatto in modo che niente di nocivo venisse propagato nel cielo, salvaguardando la nostra incolumità e mandando all’aria i piani dei governanti.

Alcuni di noi avrebbero dovuto fuggire dai bunker, a un dato momento, per unirsi ai rivoluzionari che dovevano impedire la partenza delle astronavi verso Marte, costringendo i governanti alla resa.

Non sarebbe stato facile ma, poiché non avevamo più niente da perdere, dovevamo provarci.

Io, insieme ad altri, saremmo dovuti restare nei bunker per proteggere e guidare la popolazione superstite verso la ricostruzione, quando le cose si sarebbero sistemate.

Arrivò il gran giorno! Qualcuno parlottava con i compagni d’insurrezione. Io e Franz ci abbracciavamo, consapevoli di non avere altra scelta. Lui mi accarezzava il viso e mi ripeteva di amarmi e che presto ci saremmo rivisti per vivere, finalmente, una vita degna d’essere chiamata tale. Mi parlava della nostra futura casa, del giardino e del grande albero di gelso.

Io lo guardavo negli occhi, gli baciavo la fronte e le mani. Prima di lasciarlo gli sussurrai: «ricordati chi siamo, amore mio, da dove veniamo, dove possiamo andare insieme».

Ho ventotto anni!

Abbiamo combattuto a lungo, figlio mio. Dio sa quanto. Lo abbiamo fatto per noi e per le generazioni future.

Lo vedi questo gelso? Lo piantammo il giorno in cui, finalmente, ci riappropriammo della nostra terra, della libertà, del presente e del futuro.

Intorno al gelso ogni progetto ha preso forma.

Durante i nove mesi di gestazione, in attesa della tua nascita, ogni giorno mi sono seduta sotto il gelso e ho letto storie, ti ho sussurrato poesie, ho disquisito con tuo padre circa la ricerca della felicità.

Ricordati sempre che niente ci viene regalato senza un minimo di sacrificio.

Ricorda che ciò che oggi ti pare scontato, in realtà, è il frutto della privazione di qualcun altro.

E, soprattutto, ricorda che solo conoscendo, studiando, cercando, imparando, confrontando, possiamo liberare il grande potenziale che è in ognuno di noi e metterlo a disposizione del prossimo, per il bene comune.

Lo senti? Lo vedi come respira la terra, ora? Senti il vento leggero che muove appena le foglie del gelso? Ecco, così è l’amore, questo è l’amore, il mio, il tuo, il nostro.

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