Racconto di Liliana Vastano

(Quinta pubblicazione – 24 dicembre 2020)

 

 

 

Per noi gente del Sud Italia le celebrazioni del Santo Natale iniziano con la Vigilia e proseguono fino a Santo Stefano, dilatandosi, poi, fino all’Epifania. A voler essere pignoli, già l’otto dicembre si comincia a respirare aria di festa perché si fa il presepe e si prepara l’albero. La celebrazione della Vigilia è l’evento più impegnativo e costoso di tutti perché consiste essenzialmente in un cenone a base di pesce che precede la Messa di mezzanotte. Con gli anni, a causa dei sempre più gravi problemi economici degli italiani, le abitudini natalizie sono molto cambiate tuttavia, per la Vigilia, è impossibile pensare a un cenone senza frutti di mare, spaghetti a vongole, frittura di triglie, gamberi, calamari e capitoni da acquistare freschi o surgelati a seconda del proprio portafoglio. Il capitone, un’enorme anguilla viscida e sfuggente, celebrata da Luciano De Crescenzo nel film Così parlò Bellavista, mi fa venire in mente una storia di tanti anni fa quando non esisteva ancora il pesce surgelato perché gli italiani non avevano né frigorifero né abbattitori. Erano gli anni cinquanta e, nella mia famiglia, c’erano ancora i nonni e gli zii di papà. Il capitone della Vigilia non piaceva quasi a nessuno, tuttavia bisognava acquistarlo perché per il nonno Vincenzo senza capitone non era Natale. Il nonno, nonostante fosse abituato ad essere servito e riverito come usava allora, all’alba della Vigilia si recava con mia nonna in pescheria per acquistare il pesce fresco proveniente da Pozzuoli e scegliersi il capitone. Tutto il pesce veniva pulito e preparato dalla nonna e dalle altre donne di casa, fatta eccezione per il capitone che nessuno voleva toccare né tantomeno ammazzare. Questa incombenza toccava alla zia Gaetana, sorella del nonno che abitava a Napoli e che arrivava a casa nostra nella tarda mattinata della Vigilia, per trattenersi fino all’Epifania. Quell’anno la zia Gaetana, per i postumi di un’influenza, sarebbe arrivata nella tarda mattinata del 25 giusto per il pranzo quindi, per ammazzare il capitone bisognava trovare un volontario. Sarebbe stato opportuno rinunciarvi ma il nonno non volle sentire ragioni. Poiché nessun volontario fu trovato, si decise di lasciare il capitone in una piccola vasca di alluminio, utilizzata abitualmente per mettere a mollo i panni bianchi, e di aspettare l’arrivo della zia per l’esecuzione, rimandandone l’assaggio al giorno di Santo Stefano. Questa vaschetta di alluminio fu sistemata nel bagno di servizio avendo cura di chiudere la porta. Il capitone nella vaschetta attirò come una calamita noi bambini che, nonostante il divieto, entrammo e uscimmo più volte dal bagno per controllare le mosse del poco gradito ospite. Verso le otto di sera ci sedemmo a tavola. Iniziammo con un soutè di cozze, poi spaghetti con le vongole e la frittura. Mentre stavamo per assaggiare l’insalata di rinforzo e gli altri contorni, un urlo fece sobbalzare tutti: era scappato il capitone. La sorella di papà, tornata in cucina per prendere alcuni piatti che mancavano, lo aveva intravisto nel corridoio. Ci fu un fuggi fuggi generale dalla tavola, ovviamente del tutto immotivato perché il capitone è un animale pacifico che non ha mai fatto del male a nessuno. Iniziò la caccia per recuperarlo che durò una buona mezz’ora perché l’animale, impressionato da tanta confusione, si era nascosto sotto un mobile. Una volta stanato, fu avvolto in una vecchia tovaglia da tavola e riposto in un bustone in modo che fosse impossibile fuggire di nuovo. A questo punto, cosa farne? Mio padre e mio zio Nicola si guardarono negli occhi, indossarono il cappotto e, senza proferir parola, uscirono con il prigioniero. Tornarono dopo una mezz’ora e a noi che chiedevamo insistentemente che fine avesse fatto il capitone risposero sibillinamente che, essendo la notte di Natale, avevano compiuto un’opera buona. Dopo quella vigilia così movimentata, negli anni ne seguirono altre decisamente più tranquille fin quando il nonno Vincenzo restò con noi. Quando se ne andò, nessun capitone arrivò più sulla nostra tavola e nessuno ne avvertì la mancanza.