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Racconto di Sara Spataro

(Prima pubblicazione – 22 marzo 2021)

 

 

 

All’inizio era un semplice fastidio, un prurito appena percettibile sotto l’ombelico. Nemmeno si accorse che l’indice e il medio della sua mano destra lo stavano sfiorando. Non se ne accorse perché era impegnata in una discussione.

“Sono stanca di come stanno andando le cose tra noi. Non ne posso più“. Gli disse scostando nervosamente una ciocca di capelli che le era caduta sugli occhi. “Non sei più l’uomo che ho sposato“.

Lui sorrise sarcastico “Neanche tu sei la donna che ho sposato. Guardati“. E senza aggiungere altro, le voltò le spalle, attraversò il corridoio, infilò il cappotto e uscì di casa.

Lei aveva in bocca un bolo di parole che non sarebbero mai uscite, le masticò e le deglutì a fatica. Ma non andavano giù, ritornavano alla gola dandole la nausea.

Guardati. Guardati, guardati, guardati, guardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguar

la sua voce le rimbombava nel cervello, martellava nelle tempie come un sottofondo da cui non riusciva a liberarsi. Ma lei non voleva guardarsi, non voleva riconoscersi in quella figura sgraziata e pesante che affiorava fuggevole dallo specchio del bagno. Quella non era lei.

Si infilò nel letto, anche se erano appena le tre di pomeriggio e cercò di addormentarsi per convincersi che quella non era la sua vita, era solo un brutto incubo, un incubo da cui sarebbe uscita facilmente, bastava chiudere gli occhi.

Il letto la accolse nel suo abbraccio piumato. La stanza era buia e chiusa, lei era quasi inesistente, nascosta e protetta dalle coperte. Poteva rilassarsi, adesso. Era buio e nessuno la guardava, tanto meno lei stessa. Chiuse gli occhi, sperando di poter diventare invisibile. Si ricordò all’improvviso che quando era molto piccola era convinta di poter scomparire soltanto chiudendo gli occhi. Era convinta di avere un super potere e si sentiva invincibile. Dov’era finita quella bambina magica?

Chiuse gli occhi cercando di poterla raggiungere, ma inciampò nelle sue lacrime. Il buio, non era poi così buio.

Ad un tratto sentì di nuovo quel fastidio. Era un leggero prurito, simile alla puntura di una zanzara. Strano, perché non c’erano zanzare in quella stagione. Si accorse che l’indice e il medio della mano destra stavano grattando appena sotto l’ombelico.  Disse alle sue dita di smettere: sapeva che fare così non faceva che peggiorare la situazione. Difatti il prurito aumentò.

Non aveva voglia di accendere la luce e controllare se davvero fosse una puntura o chissà cos’altro. Che le sue dita facessero pure, non aveva voglia nemmeno più di dargli degli ordini. Voleva solo dormire e diventare invisibile.

Il prurito però aumentava e ora le dita erano diventate tre: si era aggiunto anche l’anulare. Facesse pure.

Le dita non si fermavano. Lei non aveva il coraggio di guardare, ma si accorse, con un’ indefinibile assoluta sicurezza, che avevano scavato un buco.

Un piccolo buco che le trapassava la pancia, dal diametro piccolissimo, come la punta di uno spillo. Eppure non sentiva dolore. Anche gli organi interni si erano spostati in modo da fare spazio a quel piccolo buco. Non usciva nemmeno il sangue.

Meglio così: se si fosse messa a sanguinare avrebbe sporcato le lenzuola e il materasso nuovo.

Lei si girò su un fianco cercando di non pensarci. Le dita però, continuavano a scavare. Adesso si era aggiunto anche il mignolo muovendosi insieme agli altri tre, senza sosta.

Il buco stava crescendo. Ne era sicura. Guardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguarle ripeteva la voce del marito sgusciato di casa.

Lei si girò sul fianco sinistro e chiuse ostentatamente gli occhi. Il pollice era entrato nel buco. Adesso il buco era grosso come il pugno della sua mano. Il prurito in quella zona era cessato, perché c’era il vuoto, ma continuava ai bordi.

Eppure non c’era sangue, i suoi organi interni, chissà come, gli avevano fatto spazio in modo molto naturale. Si rese conto che se avesse acceso la luce, avrebbe potuto vedere attraverso la sua pancia. La mano continuava a scavare. Facesse pure. Chiuse gli occhi. Quella faccenda non la riguardava.

Quella non era la sua vita, era un incubo da cui si sarebbe addormentata.

Si mise supina. In quella posizione si rese subito conto che il buco si stava trasformando. Il prurito non era cessato, ma si era aggiunto anche uno strano risucchio. Ebbe l’assoluta certezza che se avesse messo qualcosa dentro il buco, esso l’avrebbe risucchiata in un vortice e fatto sparire.  Come un buco nero di quelli che si trovano nello spazio, invece a lei era spuntato nella pancia.

Quella pancia grassa e flaccida che odiava, quella pancia che non era stata buona a darle un figlio, quella pancia che era diventata un buco nero, o forse solo un buco.

Guardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguardatiguarle sussurrava beffardo il marito sgusciato di casa.

Così lei prese qualcosa dal comodino. Era la sveglia, che ticchettava in sillabe scattose:  guar da ti guar da ti

guar da ti guar da ti guar da ti ti guar da ti guar da ti guar da da ti guar da ti.

La prese con la mano sinistra, perché la destra era impegnata a scavare, e la avvicinò.

Sentì un risucchio e un leggero vortice provenire dal buco. Lasciò cadere la sveglia e la sveglia smise di sillabare secondi, svanì inghiottita nel nulla. Fu piacevole. Così provò con qualcos’altro. Aprì il cassetto del comodino e prese una confezione di fazzoletti di carta. La avvicinò al buco e… sguish! Scomparsa.

Le venne da ridere.  La risata allargò il buco e aumentò il prurito. Adesso anche la mano sinistra voleva collaborare agli scavi. Facesse pure.

A questo punto decise di alzarsi, era curiosa di vedere il buco. Davanti allo specchio del bagno si spogliò nuda. Il buco era enorme, aveva cancellato l’ombelico ed era arrivato fino allo sterno. Le mani non obbedivano più alla sua volontà, intente a scavare. Provò a buttare dentro al buco il dentifricio e lo spazzolino. Essi rotearono velocemente procurandole un leggero solletico, prima di scomparire nel nulla. Presa da una frenesia, o meglio da un’eccitazione che non provava più da tanto tempo, iniziò a buttare nel buco tutto quello che vedeva: gli asciugamani e il tappetino del bagno, lo shampoo, il bagno schiuma, poi si spostò in cucina. Via i piatti sudici, le posate, le pentole, il detersivo, la tovaglia, il centro tavola, i bicchieri, la bottiglia del vino di lui, le tendine ricamate, il secchio per i pavimenti, la spazzatura, via, via

tutto! Il buco risucchiava ogni cosa e la casa diventava sempre più spoglia e vuota.

Improvvisamente lei sentì il solito rumore di passi sulle scale e il solito tintinnare delle chiavi: suo marito stava tornando. Ecco il click della serratura e la porta che cigolava appena, aprendosi.

Uscì dalla cucina e si mise proprio in mezzo al corridoio. Nuda, col suo buco.

Guardamiguardamiguardamiguardamiguardamiguardamiguardamiguardamigua

gli sibilò senza paura. Le parole non soffocavano più la sua bocca dandole la nausea. Adesso era fredda e lucida.

Lui la fissò sconvolto. Il buco dentro la sua pancia.

“Guardamiguardamiguardamiguardamiguardamiguardamiguardamiguardami” lo sfidò lei senza pietà.

Il marito avanzò verso di lei con le gambe che tremavano. Lei lo afferrò con entrambe le mani e lui non riuscì ad opporre resistenza. Scomparve.

Era solo un incubo.

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