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Racconto di Goffredo Giuliani

(Prima pubblicazione – 7 aprile 2021)

 

 

 

Mi siedo sulla panchina a godermi gli ultimi raggi del sole. Mi abbandono ai miei sogni ad occhi aperti e ai miei ricordi che si intrecciano, si accavallano e si rincorrono nella quiete e nella solitudine di quella piccola piazza che è il mio rifugio.
Rivivo i mesi di un’estate e di un autunno, ormai lontani.

Avevo appena terminato le scuole superiori e avevo concluso positivamente gli esami finali. Prima di trasferirmi per motivi legati ai miei studi, ero andato a stare dai miei nonni. Con loro avevo trascorso molta della mia estate e i primi mesi dell’autunno. Con loro avevo condiviso la vita di campagna, fatta di coltivazione e vendita dei loro prodotti ortofrutticoli.

I nonni, Pasquale e Onorina, vivevano in una piccola fattoria circondata da campi coltivati a ortaggi e ad alberi da frutta. Allevavano anche animali da cortile come galline e conigli. Erano sempre indaffarati e impegnati in qualche attività. Bisognava legare i tralci delle viti che erano diventati troppo lunghi, c’erano le albicocche da cogliere, era necessario raccogliere i pomodori e trapiantare la verdura, occorreva irrigare l’insalata, c’era la serra da controllare, era tempo di irrorare le piante e le viti con la poltiglia bordolese. Il lavoro non mancava mai nè finiva mai. Era un’attività senza soluzione di continuità. Mio nonno mi ripeteva: “Quando ti alzi al mattino, non devi mai chiedermi o chiederti cosa c’è da fare e da dove devi cominciare, dopo aver fatto colazione, esci, guardati intorno e inizia a fare”.

Il nonno aveva un piccolo furgoncino. Si alzava nel cuore della notte a preparare le cassette con ortaggi e frutta e poi, prima dello spuntar del sole, caricava i prodotti sul cassone del suo furgoncino e faceva il giro di consegna. Io lo accompagnavo, aiutandolo a scaricare e portare le cassette colme di insalata, di verdura, di pomodori, di patate e di frutta. Il giro era abbastanza lungo. La prima sosta era al mercato all’aperto, dove il nonno riforniva di prodotti freschi, appena raccolti, alcune bancarelle. Poi c’erano i negozi e poi i clienti privati. Ogni giorno tornavo dal giro di consegne con del denaro in tasca. Via via lo mettevo da parte. Il gruzzolo dei miei risparmi diventava sempre più ampio. Sapevo che mi sarebbe stato utile per i miei studi universitari. Il denaro era importante, ma non così decisivo. Ciò che davvero mi è rimasto di quella estate è aver passato del tempo con i miei nonni. È stata un’esperienza che mi ha arricchito e mi ha aiutato a crescere e diventare uomo.

I miei nonni mi hanno fatto conoscere un mondo che ignoravo. Mi raccontarono della decisione di emigrare, dell’infinito viaggio per mare, dell’Australia, del loro primo impatto con una nuova nazione e con una nuova vita e delle difficoltà dell’ambientamento. Mia nonna mi raccontò di come avesse insegnato ad alcune donne del luogo le tradizioni italiane: fare la pasta a mano, preparare la lasagna, fare il pane e i biscotti al forno. Mi raccontò anche altre cose: il suo primo lavoro, le difficoltà della lingua, i corsi serali di inglese. Mi disse che lei aveva imparato a parlare inglese, ma non aveva mai imparato a scriverlo nonostante tutte le lezioni serali. L’inglese parlato le era necessario, quello scritto no. Non voleva che il legame con quella terra straniera diventasse troppo forte e difficile da tagliare, dopo. Il suo era stato come un rifiuto perché sapeva, ben prima di partire dall’Italia, che non sarebbe rimasta in quella terra lontana. I nonni mi raccontarono della loro decisione di tornare in Italia e dell’acquisto di quella piccola fattoria in cui adesso vivevano. In essa avevano investito i loro risparmi australiani.

Terminato il giro di consegna dei prodotti, tornavamo a casa. Spesso e volentieri andavo da mia nonna e le davo una mano in cucina per preparare il pranzo. Lei era la regina di quel luogo. Lei dava gli ordini e io eseguivo: “Prendimi la bottiglia dell’olio, portami il sale, mi servono i pomodori, ora mi occorre la farina.” Lei non aveva bisogno di misurini o di bilance per le sue ricette. L’esperienza che aveva accumulato nella sua vita da cuoca le permetteva di preparare tutto a occhio e i risultati erano deliziosi.

Ricordo che tra la fine di quell’agosto e gli inizi di quel settembre quasi tutti i miei amici erano partiti, chi per motivi di studio, chi per ragioni di lavoro. All’improvviso, da un giorno all’altro, mi ritrovai quasi solo. Io mi ero iscritto all’università, facoltà di lingue straniere. Non fu un bel periodo. Vivevo una situazione strana. Mi sentivo quasi tradito dai miei amici che erano andati via e che mi avevano abbandonato. Razionalmente sapevo che non era così, perché anch’io sarei andato via e non mi sarei assolutamente sentito in colpa per aver tradito o abbandonato qualcuno. Era una sensazione dolorosa, difficile da spiegare. Le lezioni universitarie sarebbero iniziate solo due mesi dopo, ai primi giorni di novembre. Ero perennemente scontento e annoiato. Gironzolavo nervosamente tutto il santo giorno per casa o per gli spazi deserti del paese. Sembravo uno zombie. Me la prendevo per qualsiasi cosa e per un nonnulla frignavo come un bambino. Volevo avere tutto e subito.

In uno di quei giorni neri mia nonna fu protagonista di un episodio che non dimenticherò mai, che porterò sempre con me e che riaffiora ogni volta che penso a lei,il che avviene molto spesso. Lei mi vide e mi sentì parlare con un mio amico che si era arruolato nei carabinieri e che era tornato in paese per una breve licenza. Mi disse che era contento della sua scelta e che si trovava bene. Io confessai tutto il mio malessere, tutta la mia insoddisfazione e tutta la mia amarezza per la situazione di disoccupazione fisica e intellettuale, di sospensione e di attesa che stavo vivendo. Al termine della conversazione nonna Onorina si avvicinò, mi tirò per un braccio e mi avvolse in un caldo e tenero abbraccio consolatorio. Non disse nulla, non ci fu bisogno di alcuna parola. Ad oggi sento ancora il sapore di quell’abbraccio. In quell’abbraccio conservo nonna Onorina.

La voce non l’ho dimenticata. Fortunatamente conservo ancora un messaggio vocale che mi lasciò in segreteria una sera. In quella nota audio c’è lei che dice: “Sono nonna! Volevo sapere se domattina potrai venire a darci una mano o no. Richiamami eh, ciao!” “Mi piacerebbe, nonna. Come vorrei poterlo fare ancora, nonna.” Invoco mentalmente. Nonna Onorina è stata come un dolce ciclone che ha investito la mia vita con i suoi 150 centimetri di altezza che erano un concentrato di forza, di allegria, di energia, di stimoli, di coinvolgimento, di simpatia e di affetto.

Sul comodino conservo i suoi occhiali. Sono anni che si trovano lì. Nessuno li tocca, nessuno li sposta. Tutti sanno che nessuno deve toccarli né spostarli. Io li accarezzo e li abbraccio con lo sguardo ogni mattina al mio risveglio e ogni sera prima di dormire. Ed è come se nonna Onorina fosse ancora lì con me a darmi il buongiorno e la buonanotte.

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