Racconto di Angela Maria Diano

(Liberamente ispirato alla storia di Cecilia Faragò, l’ultima magàra)

(Seconda pubblicazione)

 

 

Beniamino partì da casa in testa ad un piccolo corteo, con indosso il suo più bel vestito e in mano un mazzo di margherite per la sua sposa. Percorse il sentiero che portava alla Chiesa di San Rocco tra i saluti dei vicini e le musiche orchestrate dagli amici.

Verza lo aspettava col suo visetto aguzzo e i riccioli scuri, sfoderando il sorriso più bello.

A Beniamino s’illuminarono gli occhi guardandola, nel suo abito di broccato color oro, con il corpino di velluto bianco, regalo di donna Matilde, a cui aveva ricamato il corredo. Prese la sua mano e la mise sotto il braccio stringendola forte come a proclamare il suo possesso.  Era un buon uomo e Verza non si pentì mai di averlo sposato.

Anche se poveri, anzi poverissimi, trovarono sempre il modo di sfamare i loro figli.

Dopo il matrimonio si sistemarono in una stanza dove c’era tutto quello che serviva al loro vivere: un giaciglio di paglia che dividevano con le bestie e, in un angolo, quattro pietre annerite dove Beniamino accendeva il fuoco per cuocere le patate e la verdura che trovava nei campi. Al confronto con il tugurio sovraffollato dei genitori, sembrava una reggia.

I figli vennero uno dietro l’altro. Beniamino, dopo l’agitazione per il primo, accolse tutti gli altri con tranquillità, dopo aver visto come le donne si erano mobilitate per l’evento.

Lui, Beniamino, non sapeva niente di queste cose da femmina e quando Verza iniziò ad avvertire le prime doglie, cominciò ad agitarsi e pensò bene di correre ad avvisare quelle che avrebbero dovuto occuparsi di lei. Fu un attimo. Rimase sorpreso dalla velocità con cui si adunarono attorno alla partoriente e da come, con autorevolezza, lo misero alla porta. Seduto sul gradino di casa, cercava di sbirciare movimenti e scrutare i volti. Organizzate, puntigliose, andavano avanti indietro, in fila come formichine, con acqua calda, panni e intrugli misteriosi. Ognuna aveva un compito, questo lo comprese. C’era anche donna Carmela, seduta in un angolo della stanza, che recitava preghiere a Sant’Anna e sgranava rosari. Poteva sembrare una figura di poco conto e invece era considerata fondamentale in quel frangente perché «senza l’aiuto di Dio, il bambino può soffrire»

Le guardava andare avanti e indietro fino a quando, all’ultimo urlo e al primo vagito, si affacciarono sorridendo a dargli la notizia: «È maschio!»

Beniamino sembrava impazzito dalla gioia e forse era un po’ alticcio per il vino che aveva tracannato nell’attesa.

Non sapendo quale nome scegliere, decisero che avrebbero scelto il mese di nascita. Il primo a venire al mondo fu Marzo, il secondo fu Febbraio, la terza Aprile. Ci fu anche un Agosto e un’Agostina e anche Settembre vide la luce in quella piccola stanza. Il problema fu quando nacque una bella bambina a Gennaio. Quella bimba era troppo bella per portare un nome maschile e decisero che sarebbe stato Genna, il suo nome. Beniamino non fu tanto contento di avere una bocca in più da sfamare e pensava, grattandosi la testa, che sarebbe stato meglio dare la bimba a chi poteva crescerla bene. Ma Verza si oppose e gli disse:

«Questa bambina crescerà libera come l’aria, non ti dare pensiero per lei». E in effetti la neonata era così bella che passava di braccia in braccia e trovava chi si prendesse cura di lei. Quando fu grande abbastanza cominciò a girare per le vie del paese, affacciandosi ad ogni uscio.

«Commare Carmela avete bisogno di me? Volete andare in chiesa?»

Zoppa e malferma sulle gambe, Carmela aspettava Genna che, per un sacchetto di noccioline, l’afferrava e la portava piano piano alla meta.

Don Ciccio, il parroco, sorrideva quando arrivava quello scricciolo di bambina e la vecchietta traballante e, a messa finita, la chiamava in sacrestia:

«Vieni che ti ho lasciato un pezzo di pane buono». Genna metteva tutto nello scosso, un grembiule che ripiegava a mo’ di marsupio.

Commare Mariuzza era una vecchia quasi cieca e un po’ scorbutica che sapeva leggere e scrivere e si guadagnava la mesata dando lezioni di scrittura e lettura ai figli di quella povera gente. Genna era tra quelli che studiavano di buona lena e, a sconto delle lezioni, le dava una mano nelle faccende. Commare Mariuzza raccoglieva le monetine, modesto guadagno per il suo lavoro, in un sacchetto che teneva in una pentola di coccio e mandava Genna a farle le commissioni.

Spesso qualche centesimo restava anche a lei e, a sera, tornava a casa con lo scosso pieno di cibo e qualche monetina nella tasca. Verza la guardava soddisfatta.

«Questa figlia è in gamba. Me l’ha mandata la Madonna per conforto della vita mia».

Crescendo, il suo posto preferito divenne il convento dove, con suor Agata, ricamava corredi preziosi, destinati alle nobildonne del luogo: «Brava, Genna, questo uccellino sembra vederlo cantare!»

Le suore se la contendevano, tanto era animata di voglia di fare. Con suor Camilla andava per campi a raccogliere erbe e fiori che essiccavano. Ne facevano sciroppi e amari, medicamenti miracolosi, pomate, decotti e tisane.

Suor Camilla le insegnò a riconoscere le erbe officinali, tramandandole un sapere antico. Genna non dimenticava nulla e si registrava ricette e tisane su un taccuino: arnica per le contusioni, melissa per calmare i nervi, propoli per le infezioni, calendula per le infiammazioni della pelle. Genna divenne una vera esperta e la sua crema all’elicriso era richiestissima. Tanta gente veniva a chiedere un medicamento per alleviare una malattia e avere un conforto. Finì per rimanere sempre in convento e per le suore divenne una figlioccia da custodire gelosamente.

Un giorno, fu notata in chiesa da don Armando Guidonia. Il suo incarnato luminoso, le guance rosse, il portamento diritto e i capelli raccolti in una grossa treccia che contornava il viso, non passavano inosservati. Don Armando, donnaiolo di fama e d’azione, non perse tempo.

«Don Ciccio, chi è quella ragazza?»

«È la figlia di Beniamino e Verza, i pastori, ma a lei l’hanno cresciuta le suore. È bella, vero?»

«Sì, è bellissima». Più la osservava e più le veniva voglia di averla.

A Don Ciccio non sfuggì lo sguardo voglioso del conte e si affrettò a scoraggiarlo:

«È una ragazza umile, non è adatta a Vossia»

«Portala a palazzo, voglio conoscerla meglio»

La notizia fu accolta con stupore da Genna: «Io a palazzo? Vuole conoscere me?»

«Sì, Genna, ti vuole conoscere».

Genna tornò al convento allegra e pimpante e comunicò la notizia a suor Agata e a suor Camilla che non furono per niente contente.

«Tu non sai chi è don Armando Guidonia. È crudele e usa le donne per i suoi piaceri»

«Allora non vado, chi se ne importa di don Armando Guidonia»

Le due suore si guardavano a vicenda. Sapevano bene che Genna non poteva rifiutarsi di andare perché il conte era capace di vendette crudeli. No, Genna doveva andare.

«Ti accompagniamo noi»

Arrivarono, con le facce serie e due ceste di frutta dell’orto, al palazzo del conte Guidonia. Li accolse un servo che guardò le suore malamente.

«E voi, che ci fate qui? La ragazza ha bisogno del baliaggio?».

«Nossignore, noi siamo le sue tutrici e madrine. Solo chi è timorato di Dio può avvicinarsi a Genna».

Una sonora risata risuonò nel salone quando il servo riferì le parole delle suore.

Genna aveva le guance di fuoco: «Che cosa devo fare per Vossia?»

«Sai cucinare?»

«Non molto»

«Sai ballare?»

«Gesuemmarìa!» esclamò suor Camilla, portandosi le mani sugli occhi

«Vossia non ha bisogno di Genna, ci sono altre ragazze da cercare per ballare» replicò suor Agata

Un’altra risata fece un’eco assordante.

Suor Agata sfoderò le sue doti di diplomazia per sottrarre Genna dalle manacce avide di don Armando:

«Vossia mi permette di trovarle una ragazza che fa al caso suo? Ne rimarrà contento».

«No! Voglio Genna».

Rimase a guardare il volto impassibile della ragazza ma quando suor Camilla cominciò a piangere, urlò:

«Che cosa temi, vecchiaccia? Che cosa credi? Genna sarà mia sposa»

Sposa? Sembrava incredibile quello che avevano ascoltato. Possibile che un nobile volesse sposare una ragazza del popolino? Le due suore cominciarono a guardare con occhi diversi quel signorotto che stava davanti a loro e già pregustavano il momento in cui avrebbero detto a Verza e Beniamino che sua figlia era stata richiesta in moglie da don Armando. Chissà che salti di gioia avrebbero fatto! Potevano sperare in un cambiamento economico notevole che avrebbe reso appetibili le altre due figlie in attesa di essere maritate.

L’unica che non era entusiasta della proposta fu proprio Genna. Non voleva sposare quell’uomo rude, né le piaceva la vita in quella casa deprimente. Avrebbe dovuto rinunciare ai suoi affetti, alle sue abitudini, ai malati che curava con i suoi preparati, ma sapeva che era impossibile dire di no a don Armando.

Lasciò fare alle suore e alla madre che si misero d’impegno per cucirle un abito che doveva essere ammirato dai nobili del luogo e anche da quelli venuti da lontano.

Lei, invece, continuò a occuparsi delle sue erbe e dei suoi malati che la implorarono di non abbandonarli.

Questo le diede coraggio e, quando il conte la chiamò a palazzo per sapere a che punto erano i preparativi per il matrimonio, si presentò con un sacchetto di melissa e biancospino.

«È tutto pronto ma Vossia mi deve fare una promessa, che potrò ancora andare al convento e curare con le erbe i miei malati».

Gli preparò una tisana che lo rese docile come un agnello e dolce come il miele e gli strappò la promessa.

Un giorno di primavera, con i capelli intrecciati di fiori, nel suo abito finemente ricamato, Genna sposò don Armando Guidonia. Anche se l’abito e l’acconciatura esaltavano la sua bellezza eterea, il suo volto non riusciva a nascondere la preoccupazione di una vita senza amore.

Proprio lei, che aveva dedicato tutta sé stessa a fare star bene gli altri e che era felice solo quando il suo animo si congiungeva con l’armonia della natura, aveva accettato un compromesso con un uomo bello e ricco che mai avrebbe potuto renderla felice.

Sapeva che, per quanto don Armando si sforzasse di essere gentile con lei, non l’avrebbe mai amata. Mai si sarebbe allontanato dai suoi vizi, dalle sue donne.

Lei, Genna, era solo un ornamento gentile in una vita squallida.

Così fu che, pur stando sotto lo stesso tetto, erano lontani migliaia di miglia.

Festini, risse di cavalieri ubriachi, risate di donnine erano diventate la quotidianità.

Qualche volta don Armando si compiaceva di metterla a disagio sotto gli occhi di giovani smaniosi:

«Genna, portaci un amaro, bello forte, mi raccomando, che dobbiamo digerire».

E ancora risate rimbombavano tra i saloni strapieni di dame e cavalieri.

Genna si rifugiava tra le sue suore, a sperimentare nuove preparazioni, sommersa dagli aromi che si sprigionavano dalle erbe aromatiche e dai fiori raccolti nei campi.

Un giorno capitò che, mentre attraversava una radura, s’imbatté in un’erba che non aveva mai visto. Ne raccolse un sacchetto da portare a suor Camilla per capire come utilizzarla.

Si accorse che non fu una buona idea quando vide, sul volto della suora, prima la sorpresa e poi il terrore:

«Gesuemmarìa, Genna, che cosa hai fatto? quando fai di testa tua, combini guai! Non sai che questa è un’erba pericolosa? Si chiama mandragora e, per averla utilizzata, molte donne furono mandate al rogo».

«Spiegami bene, suor Camilla, voglio sapere tutto».

«Questa erba non si può estirpare, perché le radici strappate emettono un grido così acuto che può fare impazzire chi lo ascolta».

«Si può mangiare?»

«Chi ne mangia poco fa cose strane, chi ne mangia tanto sembra morto, ma chi ne mangia assai muore. Capisci, Genna! Non devi più raccoglierla, se non vuoi finire come una strega sul rogo».

«Va bene, suor Camilla, non lo farò».

La dolce Genna, però, sapeva essere anche terribilmente testarda.

«A costo di finire sul rogo, io devo dare una lezione a mio marito e a tutti i suoi amici»

Decise così che, non solo avrebbe raccolto la mandragora, ma che avrebbe fatto in modo di servirla a cena, per vedere che effetto avrebbe fatto ai commensali.

Si tappò bene le orecchie e, assieme al suo cane Drago, tornò nel posto delle mandragore. Tagliò le foglie cercando di non estirpare le radici e ne raccolse tre ceste che fece bollire. Conservò l’acqua della bollitura con cui allungò parte del vino.

La cena fu servita e, tra carne di maiale arrostita e tacchino farcito, i commensali assaggiarono un buon contorno di erbe raccolte nei campi.

Genna si accertò che a don Armando non venisse servito né il contorno, né il vino allungato con il decotto di mandragora.

Gli ospiti furono presi da un sonno che li colse improvvisamente lasciandoli imbambolati nella posizione del momento. Solo don Armando guardava esterrefatto quello che stava accadendo sotto i suoi occhi, senza rendersi conto della cosa. Quando don Alfio e donna Clara cominciarono a spogliarsi e a correre verso l’esterno, don Armando pensò che una follia collettiva avesse colpito i suoi ospiti. Chiamò il medico di corte che si rese conto che erano stati tutti intossicati dalla mandragora. Genna fu scoperta e fu chiesta per lei una severa punizione. Anche don Armando fu d’accordo e Genna fu reclusa con l’accusa di stregoneria.

Con la testa tra le mani Genna piangeva:

«Non mi riconosco più. Ho sempre utilizzato le erbe per curare e non per far del male».

La sera prima che Genna fosse giudicata, un menestrello cantava un triste stornello sotto le finestre di don Armando:

Figlia mia, che t’è successo?

Mamma son prigioniera nel castello

Il conte è furioso, vuole mandarti al rogo

Sarà perché non sto al suo gioco

Ti libererò dalla catena

Madre mia, non darti pena

 

Don Armando ascoltava e pensava: «Ma che cosa sto facendo? La mia Genna è una donna di grande valore. La sua vita mi è più cara di ogni cosa». Capì che era innamorato della sua sposa e si gettò ai suoi piedi: «Perdonami, sono un uomo da niente. Ho capito che tu sei l’unica persona che non voglio perdere».

Si presentò davanti al giudice e prese la parola. Riuscì a provare che curare con le erbe è un’arte antica e che Genna aveva utilizzato erbe e fiori sotto la guida di suor Agata, che testimoniò in suo favore, assieme a tutti i guariti che si presentarono spontaneamente a deporre.

Genna ascoltò l’appassionata difesa del suo sposo e comprese che era cambiato. Tra loro era scoppiato un sentimento forte che li aveva spinti a fare cose che non avrebbero mai fatto. Giurarono che sarebbero vissuti l’uno per l’altra per tutta la vita.

Genna fu assolta e quello fu l’ultimo processo per stregoneria.