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Racconto di Rossella Focaccio

(Prima pubblicazione -15 dicembre 2018)

 

Erano anni difficili, quelli della Napoli degli anni ‘80. Il valore della vita era sicuramente molto basso, e le cronache erano purtroppo sature di episodi di futile cruenza. In quegli anni avevo un’attività in pieno centro storico, nel settore degli accessori per pelletteria avviata da mio padre nel lontano 1950, e che avrei proseguito con amore, ma ahimè, le attività commerciali erano diventate un obiettivo della camorra. Infatti eravamo finiti nel mirino di una banda di estorsori con i quali dovetti per forza di cose raggiungere un accordo dal momento che lo Stato era di fatto assente. Questo accordo generò una sorta di simpatia e fiducia nei miei confronti da parte di alcuni esponenti del clan. Mio padre mi aveva già lasciato un anno prima, probabilmente indebolito non solo dalla malattia di cuore ma dal dispiacere delle vicissitudini accadute. Strenuamente cercavo di sopravvivere in quella giungla che era Forcella.

In quel periodo avevo una bella moto, una Honda 750 CB bianca e blu, che attirò l’ammirazione di un pezzo da novanta che viveva a due passi da casa mia. Gugliemo era un uomo piacevole, con i suoi occhi azzurri, fluente capigliatura bionda e barba incolta. Peccato fosse colpito da un mandato di cattura per associazione camorristica di stampo mafioso, tentato omicidio e lesioni. Aveva modi gentili e una buona cultura, e quando mi incrociava mi chiedeva delle caratteristiche della mia moto con fare affabile. Nonostante l’imbarazzo, mio malgrado mi trovavo a chiacchierare brevemente con lui come se niente fosse. Così mi trovai a vivere quel giorno che cambiò il corso della mia vita per sempre.

Era una bella mattina di settembre, l’estate non se ne voleva andare, l’aria dolce e le solite voci dei venditori ambulanti animavano quietamente la via. Non c’era molto da fare per cui stavo fuori dall’uscio del negozio in compagnia di Giannino, un ragazzo che lavorava con noi da anni. All’improvviso vidi scendere nel vicolo Guglielmo, il passo tranquillo di chi si fa una passeggiata, suscitando le proteste dei clienti di un piccolo bar proprio a fianco, frequentato da membri del suo stesso clan. Temendo che la sua presenza potesse attirare la polizia in quella stradina dove loro stessi si nascondevano, cominciarono a protestare. Il proprietario, don Nicola detto “Pagnuttiello” per le sue dimensioni rotonde, infastidito sbottò: «Gugliè, vattenne accà, nce avissa fa’ passà nu guaio?».

Al che lui soave rispose: «Nun ve preoccupate, guagliù, me ne vac’ subito, ‘o tiempo ‘e salutà st’amico».

Mi sentii gelare. Si girò sorridendo verso di me, mi chiese come stavo e quando sarei andato a fare un giro in moto; poi guardando al di là delle mie spalle notò una fibbia in esposizione dietro al bancone, una bella fibbia argentata, e senza indugio entrò nel negozio e girò dietro al bancone per guardare l’oggetto. Lo seguii preoccupato, mentre lui toccandola mi chiese se fosse adatta per farne una cintura, io gli risposi che era fatta per adornare una borsa, non era abbastanza solida… In quel momento nella strada si scatenò il panico: una donna si lanciò al riparo dell’auto che sostava davanti al negozio urlando: «Nun sparàte, nun sparàte nce stanno ‘e ccriatùre!».

Mille pensieri si affollarono nella mia mente: cosa stava accadendo davvero nella strada? Il primo pensiero fu che un clan rivale avesse individuato Guglielmo e fosse venuto ad ammazzarlo. In quel caso la mia vita avrebbe avuto valore zero. Impietrito dal terrore continuai a guardare all’esterno, e vidi un furgone al centro della strada, un Fiat 238 bianco con la scritta ENEL sulla fiancata. I portelloni posteriori si spalancarono e sulla strada si riversarono uomini in borghese armati di mitragliette M12. Potrà sembrare strano, ma in quel momento mi rilassai realizzando che non si trattava di sicari, ma di un’azione a sorpresa della polizia. Immediatamente dopo mi avvolse di nuovo il panico: se avessero trovato Guglielmo all’interno del mio negozio, sarei stato considerato un complice! In tutto questo trambusto lo avevo perso completamente di vista, non avevo più la percezione di dove fosse esattamente. Pensai nitidamente: “Se è nel mio negozio, non devo farmi trovare insieme a lui”.

Sul marciapiede opposto c’era una fabbrica di borse, il padrone era don Salvatore, mio affezionato cliente. Schizzai attraverso la via invasa da poliziotti ora anche in uniforme, gente che correva dappertutto, ed entrai all’interno. Lo trovai seduto alla scrivania. La mia faccia doveva essere talmente stravolta che Salvatore quando mi vide esclamò: «‘O Brù, che cazz’ è stato?».

E io con un filo di voce: «Totò, teng’ a Gugliemo dint’ ’o negozio».

«Azz!!!» rispose laconico. Poi riprese immediatamente il controllo e serenamente aggiunse: «Nun c’è problema, tu stive già ccà primma c’arrivassero ‘e gguardie. Stevem’ facenn’ ‘e cunte».

Il mio cuore ricominciò a battere, ma ero terrorizzato dall’idea di non sapere cosa stesse realmente accadendo all’interno del mio negozio. In men che non si dica la strada fu bloccata dalle forze dell’ordine. Incominciarono a scendere controllando ogni porta, ogni varco. Non sapevo neppure dove fosse Giannino, ma mi sforzai di rimanere calmo in attesa.

Dopo pochi minuti entrò all’interno della fabbrica di borse un funzionario quarantenne, elegante, indossava occhiali da vista e un completo spezzato pied de poule bianco e nero. Lo affiancavano due energumeni in borghese dall’aria poco raccomandabile. Uno dei due colossi andò a controllare il locale interno. Si rivolse direttamente al mio amico, sembrava lo conoscesse già: «Don Salvatore, avete anche un’uscita dall’altra parte, vero?».

Lui annuì. «Sì, è vero, su vico Scassacocchi.»

«Dicite a verità» chiese uno dei due omaccioni, «se n’è fujuto allà?».

E Salvatore replicò: «Scusate, ma di chi state parlando, chi se ne doveva scappare di là?».

«Vabbuò, ja, Amm’ capito…»

Durante tutto il dialogo ero rimasto impietrito, seduto alla scrivania e completamente ignorato dal terzetto. Il funzionario in giacca e cravatta di colpo si girò e si rivolse a me: «Chiedo scusa, lei chi è, che cosa ci fa qua?».

Con l’italiano più forbito che mi fosse possibile cominciai a rispondere tutto d’un fiato: «Sono il titolare del negozio di fronte alla strada, sono un fornitore del signor Salvatore, stavamo facendo dei conteggi quando c’è stato il parapiglia ho preferito rimanene qui e non attraversare nella confusione generale che si era venuta a creare sono qui da prima del trambusto avvenuto poco fa….».

Continuavo a parlare a raffica.

«Sì, sì, capisco» mi interruppe il tizio, per tranquillizzarmi. «Non si preoccupi, e andiamo insieme al suo negozio.»

Uscimmo, tutti e quattro affiancati. Feci quei pochi passi con uno sforzo enorme, le gambe mi pesavano per la tensione, non sapevo chi avrei trovato, continuavo a parlare freneticamente cercando di far capire che mi ero allontanato da parecchio tempo dal mio magazzino.

Il sangue si fece denso nelle vene. Quando entrai, vidi Guglielmo di fronte, dietro al mio bancone, con il mio camice addosso, che svolgeva un rotolo di fodera misurandola con il metro, come per un controllo della merce, mentre Giannino lo aiutava mantenendo la balla dall’altro lato, con le spalle alla porta. Guardando la mia faccia stupita, appena ebbi varcato la soglia, con freddezza e nonchalance Guglielmo si rivolse ai poliziotti.

«Il titolare è lui» disse, indicandomi.

Uno dei due giganti si diresse spedito nel retrobottega. Tornò dopo qualche secondo.

«No, dottò, da ccà nun è asciuto.»

Senza fiato, con il cuore a mille, mi resi conto che non lo avevano riconosciuto.

I tre uscirono salutando, per proseguire l’ispezione nel resto dei locali sulla strada, e prima che io mi potessi riprendere dall’accaduto, Guglielmo seccamente ordinò: «Giannì, vatténne! ‘O Brù, tu passa a ‘o posto mio, e io faccio chello ca faceva Giannino».

Iniziò un nuovo incubo. Lui era di spalle alla porta, io sulla pedana dietro al bancone avevo la visuale della strada.

«Mo tu sì ll’uocchie miei» riprese Guglielmo. «Mme ’a dicere tutto chello ca succede dint’ ‘o vico… Ma continua a faticà e nun te fermà.»

Come un automa cominciai a srotolare la balla misurando la stoffa e ripiegandola, metro dopo metro, guardando fuori. Delle grida mi fecero sussultare: vidi due poliziotti portare via, tenendolo per le braccia, un muratore. Questi altri non era che Tonino ‘o scemo, un altro latitante che aveva escogitato questo travestimento accuratissimo, comprensivo di macchie di calce sul viso, cappellino di carta di giornale e panni impolverati.

Senza voltarsi, Gugliemo mi chiese: «Ch’è stato? Che stà succedénno?».

«S’hanno pigliato a Tonino ‘o scemo» feci io. «Travestito ‘a fravecatòre.»

Il suo commento fu una poderosa bestemmia, la prima di una lunga serie.

Altro clamore nella via, e fu trascinato via Pasquale ‘o luongo, mentre Guglielmo imprecava ancora. Finita la balla, la rigirai e ricominciai a misurarla… Per alcuni minuti non accadde nulla, pareva tutto finito. Invece uno dei poliziotti in borghese armato di M12 si fermò di fronte al negozio, in una porzione di muro su cui si appoggiò, piegando il ginocchio e poggiando il piede sulla parete. Tranquillo e attento. Lo conoscevo bene, eravamo compagni di motoraduno: Antonio Aiello della Squadra Mobile, e presidente del Moto Club Napoli. Quando lo riconobbi sbiancai.

Allarmato, Gugliemo mi chiese: «Ch’è stato?».

«Gugliè, proprio ‘e rimpett’, ‘nfacci’ ‘o muro, s’è fermato nu guardio ca conosco, e si mme vede, è sicuro ca trase pe’ mme salutà.»

«Ma pecchè, chi è?»

«Tonino Aiello, ‘o presidente d’ ‘o motoclub Napoli.»

Visibilmente contrariato, Guglielmo imprecò: «È l’unico ca me sape ‘nfaccia, e tengo pur ‘o fierr ‘nguollo.»

Sudai freddo: era anche armato!

Cominciò così la più lunga mezz’ora della mia vita. Cercavo di tenere sotto controllo i movimenti di Aiello, senza però fissarlo per evitare che sentisse il mio sguardo e mi riconoscesse. Lui continuava a guardarsi intorno, in alto verso i balconi, a destra e a sinistra nella strada.

Di tanto in tanto Guglielmo mi chiedeva: «Sta ancora lloco?».

Alla mia risposta affermativa partiva un altro bestemmione.

Il tempo scorreva lentissimo, finché finalmente Aiello andò via, senza aver mai fissato lo sguardo nella mia direzione. Rimanemmo in silenzio, il fiato sospeso.

Sentii l’inconfondibile rombo di una moto, una Yamaha Tenerè guidata da un bel ragazzo moro dalla faccia pulita, che entrò con tutta la ruota anteriore nel negozio esclamando: «Iammuncenne, Gugliè!».

Guglielmo di scatto afferrò una balletta di gommapiuma che si mise sulla spalla, così da coprirsi il volto. In un attimo saltò sul sellino posteriore mentre l’altro arretrava, e sgommando sparirono dal vicolo.

Non mi ero ancora ripreso dallo scampato pericolo quando Giannino entrò nel negozio. Lo guardai e gli dissi: «Andiamo Giannì, prendi i lucchetti e chiudiamo».

Raccolsi le mie cose e uscii sulla strada.

Fui accolto da un applauso scrosciante: dai negozi, dai balconi, per la strada tutti mi applaudivano.

Quell’applauso, quei complimenti detti a gran voce mi terrorizzarono più di tutto quello che era accaduto: mi resi conto che per tutti ero diventato un appoggio, un amico del clan.

Si avvicinò Pagnuttiello: «È stata ll’anema d’ ‘o pate tujo a te salvà».

«In che senso, scusa?»

«Comme in che senso? Si ‘o canuscevano e s’ ‘o ppigliavano, te ne jve direttamente a Poggi poggi. E si ‘o denunciavi tu, a dimane nun nce fusse arrivàto…»

In quel momento seppi che dovevo andarmene. Lontano, il più possibile, da tutto questo.

Una settimana dopo Guglielmo fu preso da due “falchi” che lo incontrarono per caso a un incrocio in via Tribunali.

Avevo venticinque anni.

 

 

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