Racconto di Silvia Marcarini

(Seconda pubblicazione)

 

 

Daniel Lacey, mio nonno, era un uomo strano. Tutti a Bridgeport lo conoscevano. Quando morì, mi lasciò un vecchio mazzo di carte da gioco e il ricordo di tante storie assurde. Fin da bambino, provavo timore nell’ascoltare i suoi racconti che credevo frutto di un’immaginazione malata. Percepiva una realtà a me sconosciuta e quando fui abbastanza grande da comprenderne il senso, mi rivelò di saper comunicare con gli spiriti dei defunti; questi singolari “amici” erano divenuti per lui un’ingombrante seconda famiglia: bastava lasciare aperta la porta della percezione che non potevano mancare, a qualsiasi ora, delle visite inaspettate.

Qualche settimana fa, mi imbattei nel suo fedele diario, custodito in una logora scatola di cartone, accatastata in mezzo a tante cianfrusaglie nella dispensa di casa; forse la superstizione di mia madre l’aveva salvato nonostante la tentazione di eliminarlo. Sfogliandolo, riconobbi subito la calligrafia del nonno ma su alcune pagine ingiallite dal tempo constatai una scrittura diversa, a volte quasi illeggibile. Sembrava che, all’improvviso, qualcuno avesse preso in prestito la sua mano per poter scrivere frettolosamente su quei fogli.

Non pretendo che crediate, mi sono sempre domandato se queste righe fossero le memorie di un’entità perduta oppure l’orribile sogno di un vecchio.

“Quando Muriel Stowe scomparve nell’estate del 1981 aveva poco o più la mia età.

Portava sempre i capelli lunghi e sciolti sulle spalle.

Nel mio liceo era stata ribattezzata con il nome Sandy poiché assomigliava alla bionda protagonista del film “Grease”.

Era un’autostoppista come me. Amava sentirsi libera. Forse perché i suoi vecchi le stavano sempre addosso.

Fu vista l’ultima volta da un’amica a fare l’autostop in Cumberland Avenue; non salì come Sandy su una roadster ma su un’altra macchina sportiva di cui non ricordo il nome.

E così, da quel giorno la sua foto iniziò a comparire su una facciata dei cartoni del latte con il numero telefonico da contattare per le persone scomparse. Di quei cartocci ne vendettero tanti nelle drogherie di Portland.

Un anno prima i miei genitori diedero alla Children’s Foundation la mia foto che venne stampata sulle confezioni del latte della Newman Brothers Farmers Milkaccanto a quella di un bambino di sette anni svanito nel nulla nella contea di Cumberland. Sebbene la mia storia suscitò molto interesse tra le persone, non credo che ora ci sia qualcuno che parli ancora di me o della scomparsa di Muriel Stowe.

L’uomo che fece salire Muriel sulla propria auto si chiamava Samuel Wicks.

Era smilzo e agile come un felino. All’epoca aveva all’incirca trent’anni e un paio di baffi neri.

Le ragazze ne erano molto attratte. La sua voce, piacevole da ascoltare, era flebile come il suono di un flauto.  Indossava spesso sgargianti camicie color rosso sangue. Osservandolo bene, pareva che qualcuno avesse evocato il macabro Pifferaio Magico di Hamelin. Difficilmente qualche ragazza resisteva al suo fascino sinistro.

Noi tutte facevano a gara per accalappiare un automobilista disponibile. Odiavamo viaggiare sui famigerati autobus di linea della Mitchell Bus Company. Puzzavano di fumo, ma la cosa che più mi nauseava era l’odore di ciliegia dei deodoranti per auto, appesi alle vetrate di alcuni finestrini.

Consideravamo i passeggeri di quei bus degli sfigati.

Ma forse lo eravamo noi.

Eravamo troppo incoscienti dei pericoli della strada; sembravamo tante falene attirate dalla luce delle candele.

Samuel s’approfittava della nostra voglia di vivere e ci portò via, una alla volta, in un luogo che non avremmo mai immaginato. Persino un giocatore di roulette russa sarebbe stato meno avventato di noi.

Muriel piaceva agli uomini perché aveva un modo di fare da bambina, sebbene le sue forme risaltate da shorts corti e aderenti la facevano desiderare come una donna.

Quando Samuel la conobbe balbettò, come uno stupido, parole senza senso. Eccitato dai suoi pensieri, temeva che questi potessero scappare dalla bocca al momento inopportuno.

Voleva il suo corpo, come il resto degli uomini.

Alla prima occasione di un semaforo rosso fece subito scivolare la mano nella maglietta di Muriel fino a toccarne il seno.

Ci fu un immediato rifiuto. Lei ricacciò con rabbia quell’intrusione.

Samuel non ammetteva di essere respinto dalle ragazze e pertanto le sganciò un forte pugno degno di un pugile professionista che le centrò pienamente il naso facendolo sanguinare.

Lui era tossicodipendente. Amava farsi d’eroina.

Pure Muriel s’abbandonò all’oblio della droga nel nascondiglio galleggiante di Samuel: un bel peschereccio denominato “Red Jacket” situato presso il molo di Portland.

Là dentro abusava delle sue vittime. Le botte non finivano mai. Muriel ben presto si ritrovò con la faccia così gonfia e pesta da sembrare un personaggio grottesco evaso da un quadro di Quentin Matsys.

A volte vomitava dopo un rapporto sessuale. Lui non era mai soddisfatto. La lunga prigionia la indeboliva sempre di più.

Lei s’accorse che dalla stiva giungeva spesso un fetido odore di marcio; riuscì a intravedere nel suo interno alcune irriconoscibili carcasse ricoperte con un finissimo strato di ghiaccio.

C’erano delle giornate in cui Muriel si lamentava per il dolore causato dalle corde lunghe e strette avvolte intorno ai polsi e alle caviglie che le laceravano la carne. Allora, Samuel accendeva la radio di bordo per non sentirla piangere: così canzoni e jingles pubblicitari aleggiavano improvvisamente nell’aria come intangibili fantasmi.

Sarebbe toccato anche a lei, il mio stesso calvario.

Muriel senza rendersene conto aveva pochi giorni da vivere. I mass media locali davano troppo spazio alla sua scomparsa. Samuel detestava i notiziari locali che parlavano del suo ostaggio. Era arrivato il momento di dirle addio, naturalmente a modo suo. E ancora una volta, l’oceano avrebbe taciuto un suo segreto.

Il Red Jacket lasciò il porto, all’alba.

Quando il peschereccio fu abbastanza lontano dalla terra ferma, Samuel mise in atto il suo piano.

Entrò nella cabina della vittima. Muriel dormiva arrotolata in un lenzuolo a fiori; era molto sudata e sotto l’effetto dell’eroina. Lui aveva in mano il cuscino con il quale le avrebbe tolto la vita. In pochi istanti Muriel esalò l’ultimo respiro.

 L’assassino lasciò il locale fischiettando un motivetto musicale. Si recò sulla prua del peschereccio e accendendosi una sigaretta guardò il mare; scorse un gabbiano librare alto nel cielo. Dopo qualche minuto, percepì uno strano rumore che proveniva dall’abitacolo ma non gli diede importanza fino a quando non sentì la fredda lama di un coltello che lo sfiorò da dietro il collo. Si voltò e vide dinanzi a sé Muriel con l’arma in mano; aveva uno sguardo vuoto e perso. Un pallore di morte le animò il viso tumefatto.

Samuel non ebbe il tempo di reagire; il coltello in pochi attimi gli lacerò l’arteria giugulare facendogli perdere i sensi e precipitandolo sul pavimento bagnato di sangue.

Muriel s’abbandonò simultaneamente a terra. Pareva un fantoccio privo del suo burattinaio.

Erano entrambi morti.

 

In verità sono stata io a uccidere Samuel Wicks.

Quando Muriel varcò l’altro mondo, dopo che Samuel la soffocò con un cuscino, presi in prestito il suo corpo.

Il mio spirito scivolò lì dentro; non ero più abituata a sentire le sofferenze della carne.

Desideravo solo la vendetta; il mio corpo e quello delle mie “sorelle” giacevano da tempo nella lurida stiva di Wicks.

Eravamo destinate ad essere dimenticate o ricordate come delle ingrate fuggitive. Ma noi volevamo soltanto una degna sepoltura.

Ora siamo in un luogo oscuro; la redenzione è molto lontana; abbiamo infranto le leggi del nostro mondo. Qui le anime sono condannate al dolore delle proprie azioni.

 

“Mi chiamo Katrina Jones, sono morta il 4 settembre del 1980 all’età di sedici anni dopo venti giorni di prigionia. Non abbiate più paura ragazze, il mio assassino adesso è qui con me.”