Racconto di Lucia Urbano

(Prima pubblicazione)

 

Ho quattordici anni ma un ragazzo non ce l’ho. Il mio cuore appartiene a Ted Neely, il biondo Gesù-alternativo-occhialini-di metallo di Jesus Christ Superstar che mi folgora quando riesco a vedere il film a rimorchio di mio fratello maggiore. Imparo a memoria le canzoni, mi immagino Mary-mhmm che gli massaggia i piedi e canto I don’t know how to love him. Non ho ancora baciato nessuno, aspetto e canto e poi le pagine del mio diario di prima superiore si riempiono delle foto di Ted e Liv Ullmann, e non capisco le risatine delle mie compagne che le sbirciano, non ho le forme e le movenze sensuali di Mary, sono piccola e piatta e del mio corpo capisco davvero poco. Alcune in classe leggono già Due più e sanno cose che io ignoro del tutto. A casa l’unico amore di cui si parla è quello dei miei genitori già avanti con gli anni, due cuori e una capanna da cui tutto è cominciato.

Così ignara mi imbatto nell’intoppo: due strade più in là di casa mia, oltre la piazza della chiesa, scopro lui, occhi verde bosco tagliati lunghi e barbetta a chiazze, un paio d’anni più di me. Lo vedo, allora esiste, la pancia si accende, mi innamoro, lo cerco, lo spio. Ted Neely è sepolto in un attimo. Vicino a casa sua c’è un piccolo minimarket che sparirà tra poco con la prima Esselunga, ogni scusa è buona, vado anche per due uova, allungo dal quadrato di casa sua in attesa che il destino faccia il suo corso. Questo so, l’amore si incontra così, come un fulmine, io l’ho incontrato, è solo che lui non se n’è ancora accorto. Attraverso la strada, meglio che non apra il cancello proprio mentre ci passo davanti, se salgo col piede sinistro sul marciapiede di fronte uscirà e mi vedrà, sorrido o non sorrido, saluto o non saluto. Lui non sa neppure che esisto, ma io passo e ripasso e vedo, entro nella sua vita attraverso quelle finestre che danno sul marciapiede, un balcone al primo piano, sarà camera sua? Una volta, tutto aperto in primavera, le note di Hotel California a tutto volume, tuffo al cuore, è lui, lo so, fingo di aver dimenticato qualcosa alla bottega, do uno sguardo distratto alla vetrina, torno indietro e ripasso lì davanti, magari è affacciato, una veranda dà sul giardino e una poltrona di vimini con una signora seduta, sarà sua madre, deve essere lei, bella quanto suo figlio. La casa è grande, occupa l’intero angolo e io la percorro su tutti i lati anche se quello sulla traversa più piccola è meno interessante. Solo finestre al primo piano, sarà il bagno, e continuo a costruire il mio amore come un puzzle di cui possiedo ben pochi pezzi. Viso intercettato in un gruppetto di sfuggita, andatura-corrimi-dietro, sorriso da lover del brevissimo scambio in cui qualcuno ci ha presentato, per me è stato: mi ha sorriso e mutandine bagnate. Da quel momento immagino e faccio le mie incursioni con addosso i miei jeans brutti con le cuciture ribattute quando le mie compagne hanno già i Levi’s e i giubbottini di jeans coi ganci automatici, perfetti per aprirne qualcuno e mostrare un po’ di seno sotto le canottiere a inizio estate. Io non ce l’ho, né giubbottino né Levi’s né seno, ma al mio amore questo non interessa. Proseguo testarda nel mio inutile corteggiamento che darà il suo risultato quando si compirà il destino che ci ha scelti.

La scuola finisce e viene l’estate col suo regalo: va al bagno accanto al mio, come ho fatto a non notarlo prima. Le terrazze sulle cabine, dove passiamo i pomeriggi, sono divise solo da una grata di legno.

I pomeriggi sono lunghi, fitti di percorsi mare-cabine avanti e indietro, studiati con cura per farsi notare – ma senza parlare, la regola dell’invisibilità non muta. Sarà lui ad accorgersi che esisto, che importa che talvolta lo veda conversare e scambiare sguardi affamati con ragazze procaci, è l’estate in cui inauguro il mio due pezzi dopo il tempo dell’olimpionico blu.

Lui c’è, capirà, la vita mi sorride, ogni giorno so cosa devo fare.

Un giorno succede, lo sapevo. Ehi ciao, mi sorride all’improvviso di là dalla grata, oggi non c’è nessuno stranamente. Ciao, balbetto a occhi bassi e di colpo mi sento infiammare, le ascelle sudate, le orecchie rosse, resto accovacciata sulla barra di legno, cosce strette che non si sa mai si vedesse la macchia. Anche tu da queste parti, prova a lanciarmi. Eh sì, non sapevo che tu venissi qui mento, poi la luce si fa rosa, altri sguardi e poche parole ci separano dal fatidico Ci vediamo, che dici, Certo, domani? mi affretto. Domani non ci sono – un fiotto di gelo lungo la schiena, ma è un attimo – ma venerdì può andare, se ci sei. Certo che ci sono, sono sempre qui il pomeriggio.

Solo un giorno, io corro e corro e le sento già le voci. La ragazza di Marco, sai quello figo occhi verdi, tutto il bagno saprà, anche il gruppetto delle stronze che hanno sbottonato giubbetti di jeans l’intera primavera, le vedo livide di invidia. Rimuovo l’intoppo di venerdì e sono a sabato, domenica, luglio, agosto. La mia vita cambierà, ora che lui si è accorto di me. La tenacia paga, lo dice sempre mia madre. Per domani mi serve una frangia alla Jane Birkin: sconcio i miei capelli, tanti folti e lisci e ribelli, col balsamo, l’ultima novità carpita a scuola alle più trendy.

Arrivo, chiudo la bici. Nessuno, un brivido e la pancia minuscola stretta a pugno. Lo sento arrivare alle spalle, il cuore fa un rumore tale che ho paura che lo senta da fuori, andiamo fino alla riva, ci sediamo, sento il suo odore di buono e il suo braccio tranquillo si posa sulla mia spalla, devo girarmi lo so, ma ho il collo impedito, lui lo gira con la mano e posa le sue labbra morbide sulle mie, apro la bocca e infilo la lingua nella sua, la sola cosa che so che si fa. Il resto è immobilità stupita o forse stupida, mi dimentico il mio corpo, qual è la cosa giusta da fare è il solo pensiero che mi occupa, sono della stessa pasta del tronco su cui siamo seduti e solo quando torniamo alle bici, uno accanto all’altra senza braccio sulla spalla, so con certezza che non dirà Ci vediamo domani.