Racconto di Levia Messina

(Prima pubblicazione)

 

 

 

“Telefono Amico, buonasera”.
“…”
“Pronto? Sono qui, l’ascolto”.
“…”
“Sono una volontaria di Telefono Amico, sono qui, può confidarsi, può raccontarmi quello che vuole”.
“Io… mio marito mi mette le corna”.
“Mi dispiace moltissimo, signora. Vuole dirmi il suo nome?”
“Mi chiamo Lilia. E lei?”
“Non siamo autorizzati a dire il nostro nome, mi dispiace, Lilia. Vuole che le dia del tu o del lei?”
“Andrà bene il tu. Dalla voce penso che abbiamo più o meno la stessa età. Io ho trentacinque anni”.
“Effettivamente sì, siamo praticamente coetanee. Lilia… tutto bene?”
“Sì, scusami, mi sta venendo da piangere”.
“È normale, non farti problemi, non vergognarti. Piangi, se ti fa stare meglio, urla, non farti problemi”.
“Mi vergogno tanto…”
“Tu?! Se davvero tuo marito ti tradisce, perché dovresti essere tu a vergognarti?”
“Perché sai, in italiano è un insulto dare a qualcuno del cornuto, non del traditore”.
“L’italiano è una lingua maschilista, non devi vergognarti di nulla. Piuttosto, sei davvero sicura che ti tradisca? Sai, a volte possiamo avere dei sospetti, ma poi invece…”
“No no, fidati, è stata una cosa talmente palese, quasi il classico cliché del tradimento dei film. Sai, Filippo, mio marito, fa l’assicuratore, un lavoro d’ufficio, tranquillo, solito tran tran. Poi di colpo, qualche mese fa, sarà stato febbraio, marzo, inizia ad avere sempre più appuntamenti di lavoro, pranzi di lavoro, cene di lavoro, merende di lavoro, spuntini di lavoro, mai successo prima. Prima era già tanto se una volta al mese andava a giocare a calcetto con gli amici, adesso è tanto se passa a casa una sera a settimana…”
“Avete figli?”
“Una bambina di due anni, Giorgia”.
“Scusami, ti ho interrotto. Mi stavi raccontando…”
“Sì, certo… beh, io ho iniziato ad avere dei sospetti, qualsiasi donna li avrebbe avuti. In aprile, disse di avere una trasferta di lavoro di tre giorni a Parigi. A Parigi, dico io, a Parigi! Cosa ci va a fare il broker di una piccola compagnia, perché è una piccola compagnia, a Parigi per lavoro lo sa solo Iddio, io sarò stupida, sarò una mamma che ormai magari si è lasciata un po’ andare, una desperate housewife, non mi trucco più, ho due centimetri di ricrescita, i tacchi a spillo sono un ricordo, però non sono scema, due più due lo so ancora fare, dico bene?”
“Ma certo!”
“Ecco, un giorno in cui lui doveva essere a Parigi chiamo in ufficio fingendomi una cliente e chiedo di lui, sai cosa mi ha risposto il suo collega? Che era in ferie! In ferie, cazzo, in ferie!”
“E quindi cosa hai fatto, lo hai smascherato?”
“No. Non ancora. Lui non sa ancora che io lo so”.
“Da aprile? Siamo in giugno, ormai, Lilia”.
“Lo so, ma non so cosa fare. Dopo Parigi ho cercato di essere il più naturale possibile, di non far capire nulla, ma non è sempre facile, sai…”
“Lo immagino, ma, posso chiederti come sono i rapporti tra di voi? Insomma, ecco, capisci cosa intendo”.
“A letto, dici? Beh, sai, da quando è nata Giorgia non è che più di tanto… Ho sbagliato anch’io, indubbiamente, mi sono lasciata andare, ero, sono più presa dalla bambina che da lui, ho ancora sette chili dalla gravidanza che non sono riuscita a perdere, poi sono sempre tanto stanca, Giorgia si sveglia ancora un paio di volte a notte, almeno, di sera ho solo voglia di recuperare un po’ di sonno. Ma io lo amo ancora, anche se magari pensa che non glielo dimostri, io, io lo amo!”
“Non piangere, Lilia, non piangere…”
“E poi, un giorno, una mia amica li ha visti insieme”.
“Cosa?! Davvero?”
“Sì, ha visto chiaramente lui, conosce bene Filippo, lei l’ha vista solo di spalle, ha detto che aveva i capelli neri, non molto alta, ma un bel fisico ed era pure elegante! Erano mano nella mano e sono entrati all’hotel Paradise, in centro, non so se lo conosci. È un albergo a ore, cazzo, lo sanno tutti. O ci vai con una puttana, o ci vai con l’amante, non si scappa”.
“Ma Lilia, questa tua amica che te lo ha detto è affidabile? Non è che magari voleva soltanto mettere zizzania tra te e lui? Sai, tante volte l’invidia… O magari, non è che era lei ad avere mire su tuo marito? Magari si è inventata questa storia solo per intromettersi tra voi e…”
“No no, assolutamente no. Beatrice è una delle mie migliori amiche, è una ragazza bravissima, l’invidia non sa nemmeno cosa sia. E poi, e poi a settembre si sposerà con il suo fidanzato, sono innamoratissimi, vedessi con che entusiasmo sta organizzando tutto! Pensa che le farò da testimone! No no, se mi ha detto di averli visti, è perché li ha visti, era in imbarazzo anche lei quando me lo ha detto”.
“Mmm… e tu cosa pensi di fare, adesso?”
“Non lo so. Vorrei beccarlo con le mani nel sacco…”
“La tua amica Beatrice non ha fatto foto?”
“No, purtroppo non ha fatto in tempo. Voleva farlo, ma appena ha tirato fuori il cellulare dalla borsetta, loro erano già entrati in albergo.”
“Capisco”.
“Probabilmente mi rivolgerò a un investigatore privato per avere delle prove concrete da sbattergli in faccia”.
“E poi?”
“E poi cosa?”
“Pensi di perdonarlo o chiederai il divorzio?”
“Bella domanda. Non lo so. È logico che, per essere perdonato, dovrà chiedermi scusa e dimostrarsi pentito. E difficilmente lo sarà davvero se sarò io a scoprirlo e non lui a confessarmelo spontaneamente. Però il divorzio, porca miseria… io lo amo! E poi la bambina ne soffrirà… non lo so, non lo so. Non voglio fare passi affrettati, ma la sera, quando sono sola in casa e lui è a una delle sue cene di lavoro, piango, piango tanto, cercando di non svegliare la mia piccola, piango come sto piangendo adesso con te. Quanto sto male!”
“Forza, sono sicura che riuscirai a prendere la decisione giusta e a rimetterti in piedi”.
“Grazie, io non so nemmeno perché ho chiamato, è la prima volta che chiamo Telefono Amico, ho sempre pensato fosse, ecco, un po’ una cosa da sfigati, da gente senza amici, io le mie amiche le ho, ma a parte Bea, nessuna sa nulla, non sono cose che si confidano a cuor leggero, capisci?”
“Oh, capisco eccome, Lilia, certo che capisco! Non devi vergognarti, non c’è nulla di male a rivolgersi a noi, siamo qui apposta e molte cose è più facile raccontarle a un estraneo piuttosto che a un parente o a un amico”.
“Hai proprio ragione, sei stata gentilissima, grazie di avermi ascoltata”.
“Ma figurati, sono qui apposta, ripeto. Anzi, se vorrai farmi sapere come va, se avrai bisogno di confidarti ancora, di chiedere qualche consiglio, io sono qui tutti i mercoledì, dalle 16 alle 21.”
“Solo il mercoledì?”
“Beh, sì. Abbiamo i turni fissi, noi volontari. Certo, se qualcuno non sta bene o ha un contrattempo ci organizziamo per sostituirci tra noi, però generalmente il mio turno è il mercoledì”.
“Peccato…”
“Perché?”
“Perché, ecco, per mio marito il mercoledì è la serata della famiglia. In mezzo a tutte le sue cene e colazioni di lavoro, trasferte e trasfertine, il mercoledì c’è sempre. Infatti tra poco sarà a casa, di solito entro le 18 è rientrato.”
“E tu chiamami prima, dalle 16 sono qui”.
“Grazie, sei davvero un tesoro”.

Veronica riagganciò, poi sganciò nuovamente il ricevitore posandolo sulla scrivania, per non ricevere nuove chiamate. Prese dalla borsa il cellulare e, nervosa, compose il primo numero in memoria, il primo nell’elenco delle chiamate, fossero effettuate, ricevute o perse.
“Filippo? Tua moglie sa tutto”.