Racconto di Seton Kolb

(Prima pubblicazione – 23 dicembre 2018)

 

Primavera inoltrata. E’ il 2 giugno, la festa della Repubblica.

Questa notte è stata quasi luna piena, per intero lo sarà tra qualche ora.

Non ho dormito granchè. Ho letto. Ennio Flaiano “Lo spettatore addormentato”. Musica. Rilassante. Ho fumato. Troppo. Ho contemplato il chiarore della notte e mi sono lasciato trascinare da un complesso arzigogolo di pensieri sparsi nel tempo.

Una splendida mattina, sole, moto. Con calma, lungo la costa, per poi addentrarmi, salire in collina, fino al paese, lì, dove sono molte delle mie reminiscenze remote, ma anche meno. La visita. Il pranzo casereccio tra parenti. Memorie. Olfattive. Visive. Gli affetti genuini che ti satollano il corpo e l’anima. Le storie antiche, i sorrisi sommessi, gli occhi che chiedono e rispondono. I pensieri tornano al passato ed è come volessero riviverlo. Più tardi, la strada al contrario. Le curve, anche a destra mi vengono meglio dopo un po’ di vino, quello buono. Sono tranquillo, mi godo il viaggio di ritorno.

Quasi a casa, ma qualcosa mi fa frenare prima. Nella piazza principale del paese, stranamente deserta, qualcosa mi rapisce. C’è una vecchia corriera Fiat posteggiata al lato del belvedere. Mi fermo. Parcheggio. Mi avvicino tutto sembra vivido e sfocato al tempo stesso. Sulla fiancata destra del mezzo c’è appoggiata una bandiera Italiana che copre una scritta. Si riesce a leggere solo “cordi”. La grande portiera a vento è aperta. Sono tentato. Salgo. Titubante. C’è una tenda in velluto rosso. Ciò che mi colpisce è il profumo. Di cotone, di legno stagionato, di carta fresca di stampa. Il profumo di matita appena temperata. Il buon profumo di ieri che oggi va scemando. Scosto la tenda. Centinaia di libri, ben sistemati in alto nei vani portaoggetti. Sembra di essere in un’antica biblioteca e anche nella pancia di un vecchio veliero lavorata dai migliori ebanisti.

Sono seduti sui banchi, sono di spalle, intenti a leggere, poi si voltano. Uno per volta. Rino, Gianfranco, Emanuela, Enrico, Dora, Virginio, Paolo, Elisabetta, Marianna. Ci sono anche gli altri, ma non riesco a ricordare il nome di tutti. Sono lì, siamo lì. C’è silenzio e il tempo è fermo. Indossano i grembiulini delle scuole elementari. Quelli di una volta. Azzurri per i maschietti e rosa pallido per le femminucce, entrambi con il colletto bianco immacolato.

Avverto una presenza alle mie spalle, mi giro. Il maestro Carincola. Mi tende la mano. La stringo.

Fa un cenno ai ragazzi, che, ancora uno per volta, si alza e viene sorridente verso di me. Mi abbracciano a lungo. Devo abbassarmi, sono tentato di prenderli in braccio, ma mi sembrerebbe ridicolo.

Tornano ai loro posti a riprendere i loro compiti. Il maestro mi abbraccia a sua volta e mi dice: <E’ stato un piacere averti rivisto>.

Sorride anche lui.

<Anche per me, ma…>.

Non so cos’altro dire.

Anche lui non aggiunge altro, si gira e raggiunge i suoi alunni.

Sono state le uniche parole pronunciate e non credo ce ne possano essere altre.

 

Sono sceso. Si è radunata una piccola folla intorno all’insolito spettacolo di questo vetusto mezzo di trasporto. Un alito di vento sposta la bandiera, lasciando intravedere la scritta per intero.

Autolinee Ricordi.

Qualcuno mi chiede:

<abbiamo sentito sorrisi e voci chiassose di bambini>.

Penso sia strano, si è svolto tutto in silenzio, ma non ne sono sicuro.

<sì, una scolaresca. Vecchi ragazzi in cerca del tempo>.

Questo è quello che ho risposto. Non devo essere sembrato molto convincente.

Si sente una portiera che si chiude, il rombo del vecchio motore, la corriera si muove piano piano, facendosi strada tra gli astanti. Intravedo l’autista, per un attimo i nostri sguardi s’incrociano. Ernesto. L’anziano bidello.

Dopo un po’, la curva. Sparisce.

La bandiera non c’è più.

Il telefonino. Trilla, trilla e trilla.

Cerco di collegarmi alla realtà.

Un tonfo, le vibrazioni l’hanno fatto cadere dal comodino.

Lo raccolgo, strizzo gli occhi, ma non riesco a distinguere il nome di chi chiama.

<Si?>

<Embè? Dormi ancora>

E’ mio cugino, dal paese.

<No, sì, vabbè, ma che ore sono?>

<Sono le undici, dai sbrigati>

<Sì, certo, tranquillo, sarò puntuale>

<Volevo dirti che ho invitato anche Rino e Gianfranco, i tuoi compagni delle elementari.

Sono qui anche loro e non vedono l’ora di riabbracciarti>.

<Sì, sì, li ho visti poco fa>

<li hai visti poco fa? Aò, sveglia>

Cazzo, cazzo …

<Dai. Scherzo. Ci vediamo più tardi>

Sono sotto la doccia. Getto gelato.

Connettiti, connettiti…Connettiti.