Racconto di Myriam Ambrosini

(Settima pubblicazione – 30 dicembre 2019)

 

Jor era inquieto… Si guardò per l’ennesima volta allo specchio: era ancora un bell’uomo, nel fiore della virilità e l’impeccabile abito blu che indossava ne valorizzava l’alta snella figura.

L’aspettavano… tra le tante occasioni che quella notte festaiola gli aveva apparecchiato, praticamente su di un piatto d’argento, aveva scelto l’abitazione di Sondra.

Ambiente elegante, bella gente ed il flessuoso, invitante corpo di Sondra che l’attendevano.

<Ma che mi prende?> si chiese, gettando ancora una volta un’occhiata furtiva alla sua immagine riflessa.

<Cosa mi prende?> si ripeté e, afferrando un avvolgente cappotto di cammello, si decise ad uscire.

Poi di nuovo ristette irresoluto ed allora finalmente capì.

“Una parte… stava accingendosi ad interpretare di nuovo una parte.”

Cosa se ne faceva di tutto quel lusso esibito? Di quello spreco di cibo che avrebbe soddisfatto un’intera comunità di affamati? E, ancor di più, di quelle chiacchiere trite ed inconcludenti?

D’accordo… era la notte di San Silvestro e bisognava divertirsi… smemorarsi, per ricaricarsi poi in attesa del nuovo anno che, sicuramente, sarebbe stato… sarebbe stato? Come tutti gli altri, ma per ognuno diverso…

Bene e male impastati insieme come un preparato per le pizze… A qualcuno sarebbe toccata la zolletta di zucchero… a qualche altro la bevanda amara.

Qualcuno si sarebbe imposto ed elevato mentre qualcun altro invece sarebbe stato messo da parte, sottomesso, soppiantato.

Il nuovo anno avrebbe accolto altri abitanti della terra, freschi, giovani, pulsanti, mentre altri alla terra sarebbero definitivamente tornati.

Una giostra apparentemente folle ed insensata, ma che un suo significato doveva pur averlo.

“Cin… cin…” ed i bicchieri si sarebbero incontrati in una escalation di “Auguri!” e di “Evviva!”, mentre l’anno passato, come un abito smesso, accompagnato con una salva di derisori “buhh…buhh… buhh” veniva brutalmente cacciato via, terrorizzandolo, al pari di spiriti maligni – affinché scappasse più veloce, più lontano –, con lo scoppio di petardi e mortaretti o frastornandolo con razzi e girandole di luce accecante.

<Bisognerà pure divertirsi ogni tanto!> si sentì sussurrare all’orecchio da una voce chioccia, già come un po’ brilla anche prima che la festa avesse inizio.

<Certamente…> si rispose <ma non così, non a comando. Anche la gioia deve avere un suo motivo per esistere, per realizzarsi… non è programmata, non risponde ad orari o date prestabiliti: nulla come una gioia sincera è più spontaneo, meno menzognero…

Jor aveva deciso: almeno per quell’anno sarebbe sfuggito a quel copione scontato ed a quella recita miseranda. Afferrò però ugualmente il cappotto ed uscì nella notte.

Faceva freddo …. Un freddo glaciale e spietato, raro per quei climi, ma il cielo era terso e pieno di stelle smisurate mentre un affaccio di luna posava sghembo poco oltre la linea dell’orizzonte.

Jor camminò nella notte, accompagnato all’inizio dai clamori delle automobili e dei frettolosi passanti: ritmicamente, facendolo ogni volta sussultare, un mortaretto esplodeva da qualche parte, seguito dall’abbaiare spaventato di un cane o dalla corsa frettolosa di un gatto di strada che andava a nascondere da qualche parte le sue paure… poi fu soltanto buio e finalmente silenzio.

Per un attimo fu tentato di tornare indietro e pensò alla fragranza dei capelli ramati di Sondra ed ai suoi amici – amici? – che stavano probabilmente dando inizio al fastoso banchetto.

<Cosa ci faccio qui? Da solo? Al buio ed al freddo?> Poi alzò lo sguardo a quelle placide immense stelle, che parvero allora come occhieggiare consapevoli verso di lui, ed a quella luna, come un sorriso accennato a rallegrare il cielo, e se ne sentì riconfortato, quasi felice.

D’improvviso vide qualcosa muoversi in un angolo di quella viuzza spersa ai bordi di un’anonima periferia e, una volta avvicinatosi maggiormente, scoprì che quel qualcosa era in realtà un uomo: un cencio d’uomo avvolto in altri cenci.

Per un attimo si trovarono a guardarsi, faccia a faccia, lui con il suo impeccabile abito blu ed il costosissimo cappotto di cammello e l’altro simile ad un povero fagotto informe… Eppure così simili… così uguali nella loro povera… provvisoria umana essenza.

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<Cin… cin…> ed i loro bicchieri si toccarono: anche quello era un brindisi ad un nuovo anno che stava per arrivare…

Ma loro due ora non stavano recitando un copione: l’espressione che animava quel volto sconosciuto d’uomo – riconfortato per un attimo dal calore della taverna dove era stato portato e dal buon cibo fumante che aveva dinanzi – affondava le radici nel senso stesso che dovrebbe avere l’esistenza ed i rapporti che la regolano.

<Come ti chiami?> gli domandò allora Jor con tenerezza.

Gli occhi dell’uomo a quella semplice domanda si riempirono di lacrime che presero poi a scorrergli copiose sulle sudice e scarne guance.

<Perché piangi?> gli chiese allora Jor, a sua volta commosso.

<Perché mi hai chiesto come mi chiamo…> spiegò l’uomo a mezza voce.

<Certo… ed allora?>

<Tu vuoi sapere chi sono? Tu parli proprio a me… con me? Allora io ci sono… almeno per qualcuno esisto realmente!>

Joe per un attimo se ne ristette in silenzio.

<Sì ci sei…> rispose poi <Ed anch’io questa notte ci sono… perché anch’io mi ero perso!>