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Racconto di Elena Maffioletti

(Prima pubblicazione – 30 dicembre 2018)

 

Sono venuto a prenderti, Ersilia.

Nella luce che ossifica, oltre  la porta aperta e i chiavistelli infranti. Sotto un cielo-piovra affamato di cenere. Trent’anni di polvere mi ballano addosso, larghi come il maglione che ho infilato e   altrettanto consunti. Non giro la testa. Non alzo lo sguardo. Cammino e basta. Un passo dopo l’altro. Sale e scende il mio cuore,  sprofondando ogni volta un po’. Vivo nelle caviglie, a loro mi sono legato e  imbavagliato.  L’unica certezza sta nell’impronta, sulla pianta dei piedi è impresso il mio testamento.

Accolgo  pensieri di sale nel vento umido, li stempero fino a quando si sciolgono. Ne esci tu, vivace  come un diamante grezzo,  come un colpo di coda del ricordo. Non ti parlerò d’amore. Le parole sono per chi ama metterle in gioco: i poeti, gli innamorati, i filosofi. Io non ho più sogni né desideri, e i ragionamenti, lo sai, mi scivolano addosso come  sabbia da un setaccio.

Ti dirò tutto in silenzio, Ersilia.

Passo dopo passo mentre sfido la paura, il muco che scende in gola.

Un piede avanti all’altro, soltanto questo.

Scura alle mie spalle, accovacciata fra gli alberi, la casa che conosci bene, quella dove  arrivasti  per respirare l’odore del mare.  Una ranocchina  dagli occhi spaventati, la pelle evanescente. Tua madre e la mia: in silenzio o in lieve bisbigliare sulla veranda, le dita veloci che intrecciavano lane  o sfogliavano romanzi. Noi due:  beati nell’orto di cavoli e zucchine, a rivoltare zolle fra bave di lumaca.

Allora non sapevo nulla dell’orrore. Non immaginavo che un giorno mi sarei scarnificato  in un riflesso vuoto, cieco, capace di quietarsi  solo dentro l’ orizzonte  segnato dalla tua foto sul comò. I grani dell’assenza hanno un sapore indefinito, non sai mai se sono tanti o pochi  e  se riuscirai prima o poi a contarli tutti.

Mia madre è morta e tu non puoi saperlo.  Dietro il carro funebre, vestita a lutto come una vedova, c’era la tua, i capelli bianchi ancora folti tagliati corti. Io stavo alla finestra, pensavo a come tutto è vacuo. Le ho salutate con la mano. Tua madre, da giovane, aveva un portamento da tragedia greca, uno sguardo carico di furia. Me la rivedo davanti vigorosa, le braccia forti e il viso d’albicocca.  Ha fatto bene a fare quel che ha fatto, strapparti alle unghie immonde di tuo padre.

Difficile contare quanto tempo è passato.  La mente si smarrisce nella luce che  lava il cielo sgombrandolo del tutto. Mi inerpico sulle dune  strappando ramoscelli, frustando l’aria, il formicolio nelle dita che  cominciano a tremare. Un passo avanti all’altro finché le caviglie reggono mentre ripeto all’infinito che la paura non  esiste, non esiste, non esiste: non voglio  tu mi veda arrivare  esausto e vile.

Porto a spasso la memoria su sentieri facili, i jeans, le scarpe da ginnastica, le biciclette in corsa sotto i nespoli. Cerco di non ascoltare le mie dita, il corpo che frana ogni minuto di più nello spazio aperto. Tua madre ha messo le sue cose in una valigia ed è partita. Al suo posto è arrivata una badante rumena. E’ stato allora che ho deciso. Non importa se non mi hai aspettato. Trent’anni sono tanti, non si può pretendere.

Avevo quasi dimenticato com’è fatto il mondo. Sullo schermo del  televisore  tutto diventa minimo, ci vuol poco a trasformarlo in vita o morte. Le città e le guerre, le cose e le persone: figurine nell’album.  Anch’io sono un’immagine rubata, sottratta ai libri letti in silenzio, alle lettere scritte e riscritte ascoltando la radio. Ogni tanto qualche vecchia canzone ti riconduce a me e allora cerco di indovinare i tuoi occhi di oggi, mi domando se saprebbero ancora guardare con affetto e tenerezza, sofferenza e cattiveria.

Mia madre è morta e la tua se n’è andata. Formavamo uno strano circolo, un girotondo di spettri  senza stagione. Mi prendevano le misure dalla spalla al polso, il gomito piegato, oppure la vita, i fianchi, la lunghezza del pantalone. Mi vestivano con tessuti da interno, comodi e senza pretese. Avevano rinunciato a restituirmi al mondo.  Non spalancavano più la porta per convincermi delle beatitudini della strada. Il mio corpo  si ritraeva, lo stomaco gemeva, il cuore sprofondava.  Stavo bene dove stavo, alla fine lo avevano capito. Venti gocce in un bicchiere e notti innocue senza sogni. Di giorno un universo ovattato, il rumore dei piatti, la scopa scacciapolvere,  il gocciolio del rubinetto.

Trent’anni senza sole, Ersilia, girati e rigirati sul perimetro della stessa stanza.  Solo a chi ama il reale è concessa la luce piena,  non certo  a chi la vita l’ha solo  guardata passare.   Il silenzio  assomiglia  alla distanza,  se riesci a  tracciarne con mano ferma il confine ogni frastuono si sperde e frulla via. Per questo non mi sono mai distratto, neanche un minuto in tutti questi anni. Ho guardato dentro di me  e ho visto affiorare  molte meraviglie. Alcune sono persino riuscito ad afferrarle e per brevissimi istanti ho conosciuto la felicità. A tenere a bada il mondo pensavano le mie donne,  tua madre, mia madre. A loro non dispiacevano le chiacchiere del farmacista, i comitati politici, i cori della chiesa, la nebbia nei  vicoli ferruginosi malati di sabbia e sale.   Le osservavo allontanarsi,  due vegliarde  dritte come fusi,  inossidabili  come i sentimenti  che custodivano in cuore.

Com’è chiara questa mattina! Il sole nascente  mi fa starnutire.  Avanzo sulla rena bagnata, le narici che inseguono il ricordo di un  profumo  di ginestra.  Le mani lungo i fianchi, immobili e rigide come mestoli di legno. Il cuore nelle caviglie, Ersilia. Sollevo le ginocchia, osservo con scrupolo i piedi chiusi nelle pantofole, li  riappoggio a terra. Su e giù, su e giù.  Intorno  il mondo respira forte, si dilata  fino a precipitare. Provo a pensare a oggetti familiari, quelli stessi  che tante volte ti hanno raccontato a me nelle giornate che non finivano mai, nelle sere ancora più interminabili. Il pianoforte, i tuoi spartiti. Il  viso chino sui tasti, serenamente estraneo a qualsiasi emozione che non fosse musica. Lì ti perdevi e ti ritrovavi, completamente innocente, senza ombre a velarti lo sguardo.  In quel territorio del possibile forse anche tuo padre si affacciava mondato da ogni violenza, un pidocchio mutato in angelo.

Oltre le dune il mondo si agita, voci e suoni si intrecciano.  Mi vengono incontro  tutte insieme: case, negozi,  porte  finestre insegne che non riconosco.  Dietro le siepi intravedo il lampeggiare  dei semafori.  Rovisto freneticamente fra i ricordi, non trovo nulla se non il buio. Sono una gelida notte polare e tu l’astro da raggiungere, brillante e appuntito come un ago.  Premo con forza i piedi sul marciapiede per farlo diventare più solido. Ma oscilla, traballa,  mi trascina in un movimento che rapido si scompone. Il  mattino mi gira dentro gonfiandosi come bolla di vetro. Su e giù, su e giù. Il cuore che pompa nelle caviglie, ventricoli che si aprono e si chiudono, vene arterie globuli rossi e bianchi. Era su questo che contavo, Ersilia.  Sul ritmo che mi  hai insegnato. All’improvviso ti sei voltata, hai girato la chiavetta del metronomo. Il sole faceva scintillare l’acciaio del ponte, il treno correva prima della curva. La tua borsa a pancia all’aria,  occhiali  guanti rossetto documenti sparsi sull’asfalto.  Mia madre non c’è più e la tua se n’è andata. Come darle torto dopo tanti anni passati a far la guardia a uno svitato, uno che ticchetta musichette meccaniche tutto il giorno. C’era fra loro un’intesa che abbagliava, un fragile equilibrio che non mi era concesso neppure di sfiorare. Sarà che ho le mani  di legno, così dure e pesanti da non riuscire neppure a sollevarle. Un sudore di marmo mi attraversa,  mi scaraventa  lontano verso un’altra  mattina appena nata. Veli d’organza soffiavano dal mare.  In viso portavi  uno sguardo di ossidiana che non riuscivo a decifrare. Le nostre madri ci seguivano a poca distanza, chiacchierando. Una domenica diafana,  falsamente innocua proprio come questa. Le mandasti a bere un caffè al bar prima del ponte, poi mi prendesti sottobraccio. Era così raro che le tue dita  toccassero qualcuno.  Vivevi racchiusa in te, nella tua musica, nei tempi in battere o in levare. Mi sentivo in paradiso.  Camminammo in quel  soffuso silenzio per un po’. Infilasti una mano nella borsa, ne togliesti un oggetto. Con un sorriso ti girasti contro di me, quasi a impedirmi  il passo.  Uno dei tuoi seni carezzò il mio braccio mentre rapida mi sfioravi la guancia con le labbra.  Poi un guizzo, il parapetto  vuoto e di te più niente. Fra i piloni  un treno in corsa, più in basso il mare. Nelle mie mani un cuore meccanico che ancora palpitava.

Mia madre è morta e la tua se n’è andata.  Il cerchio magico si è rotto.  Al suo posto è arrivata una badante rumena. La notte scorsa si è chiusa a chiave nella stanza, eppure lo sanno tutti che non sono pericoloso.  All’alba, nel silenzio, ho sentito freddo e nitido il tuo richiamo. Ho controllato il metronomo. Dormiva in pace nella sua nicchia. Allora  ho aperto la porta. A est un chiarore rosato striava il cielo ancora incappucciato.  Dietro di me  la casa spalancata, vuota. Il nostro mondo finito, perduta ogni salvezza. Ho salutato  tutte le lettere che non ti ho mai spedito. Le ho ammucchiate sotto il comò, poi ho cercato uno zolfanello. Nell’aria si è diffuso un buon odore di  bruciato. Ho varcato la soglia. Un passo dietro l’altro seguendo la tua voce.  Trent’anni senza mai uscire, Ersilia. L’ultimo grido è stato il fischio di quel treno. L’ultimo colore, la fiamma rossa del tuo vestito.

Ho attraversato il giardino. La paura mi aspettava  dietro gli alberi,  maligna sotto il mascherone nero. Subito ha affondato gli artigli nella mia carne. Sono fuggito giù per la strada  e ho cercato rifugio nel  sottopasso.  Mi si è parato davanti il mare. Avevo dimenticato quanto fosse grigio e triste, un enorme ventaglio di polvere.  L’orizzonte si è fatto indistinto e ho dovuto chinarmi per  respirare, le mani poggiate sulle ginocchia.  I  piedi non volevano saperne di proseguire, ma non ho ceduto alla tentazione di tornare  indietro.  Su e giù, su e giù.  La sabbia bagnata sotto le pantofole. Le scarpe accanto al letto, nere e lucide,  per  quando sarò morto. Ho costeggiando le dune senza mai alzare lo sguardo. A occhi bassi sono arrivato fino alle prime case.  Un miracolo, forse. Oppure un destino.

Ora il giorno irrompe nel cielo mostrandosi in tutto il suo splendore. Sono un  inerme puntolino schiacciato al centro dell’universo. Vacillo, il vuoto mi frana addosso, precipito nell’aria immota agitando mani e braccia di granito. Non esistono appigli, solo l’affanno di un  respiro troppo corto che non riesce a  farsi grido. Ecco il profilo del ponte.  Ho due macigni al posto dei piedi.  Nelle caviglie il cuore strepita ma le ginocchia non lo ascoltano, vanno per conto loro. Si piegano molli come gelatina, sprofondano.  Sembra così lontano, adesso,  quel parapetto.  Il buio mi taglia in due, sto per esplodere in mille schegge. Mi stendo qui, su uno scalino, solo per un po’.  Accarezzo la pietra che diventa sempre più fredda.  Sto quieto.

Ma non preoccuparti, Ersilia.

Arrivo.

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