Racconto di Filippo Rigli

(Sesta pubblicazione)

 

Stai basso, disse al ragazzo accanto a lui.

Appoggiò l’orecchio a suolo per sentire le vibrazioni in arrivo. Non sentì niente. Tirò su la testa guardò nel binocolo. Niente. Dette un colpo di tosse secco e per poco non svenne. La ferita gli faceva un male cane e non aveva più niente per far passare il dolore. Meglio così, si disse per farsi forza, tanto doveva essere lucido.

Il ragazzo accarezzava l’arma anticarro alla sua sinistra. L’uomo pensò che doveva fare così col suo cane, prima della guerra. Occhio, gli disse, non è un san Bernardo, rischi di fare i fuochi d’artificio prima del tempo. Il ragazzo ritrasse la mano senza rispondere, tutto serio. L’uomo rise. Guardò avanti e prese a fischiettare un motivetto, a basso volume.

Cos’è questa musica, gli chiese il ragazzo. La fischietti sempre. Era vero, la fischiettava spesso. A volte la canticchiava. È una vecchia canzone degli Iron Maiden, rispose l’uomo. Li conosci, chiese. Il ragazzo lo guardò come se avesse parlato in un’altra lingua. L’uomo rise.

Pensò che stava ridendo troppo spesso, che non c’era niente da ridere, che quando rideva gli faceva

male la ferita e gli sembrava si allargasse. Ti piace la musica, chiese al ragazzo. Quello annuì. Che

tipo, gli chiese l’uomo. Quella che si balla, rispose il ragazzo. Tipo elettronica. L’uomo rise e scosse

la testa, che robaccia, pensò. Ma non lo disse al ragazzo. Parla di un uomo durante l’assedio di

Sarajevo, che aspetta il nemico, e prega il suo dio, disse l’uomo. Sai niente di Sarajevo. Il ragazzo

fece no con la testa. L’uomo pensò che il ragazzo non doveva essere forte a storia. Però gli sembrava un bravo ragazzo. Taciturno, forte. Successe un casino, a Sarajevo, ai tempi, un casino tipo qua, disse l’uomo.

Io ero già a Londra, a quei tempi. Il ragazzo si voltò a guardarlo. A sentire i cosi, là, disse.

Sì, rispose l’uomo. Andavo anche a vederli, loro e tanti altri gruppi. Tu sei mai stato a Londra, chiese al ragazzo. Quello guardava davanti dritto davanti a sé. Io non sono mai uscito dal paese, disse.  Che coglione che sono, pensò l’uomo, potevo immaginarmelo. Quel ragazzo non aveva visto niente del mondo. L’uomo si guardò intorno. Macerie, palazzi anneriti e devastati dalle artiglierie e dai missili, crateri, fuoco, desolazione. Era quello il mondo che aveva visto il ragazzo. Eri sposato a Londra, gli chiese. Sì, rispose l’uomo. Figli ne avevi, chiese il ragazzo. L’uomo annuì in silenzio. Ne aveva uno.

Sua moglie se l’era portato in America quando l’aveva lasciato, tanti anni prima, e non aveva più

avuto notizie né di lei né di suo figlio. Doveva avere più o meno l’età di questo ragazzo che gli stava sdraiato accanto, in attesa. E che sei tornato a fare, lo incalzò il ragazzo, non potevi rimanertene a Londra. L’uomo sorrise. Gli piaceva proprio, quel ragazzo. Aveva ragione. Sono tornato, invece, rispose. Tu non saresti tornato, gli chiese. Il ragazzo non rispose. L’uomo dette un’altra occhiata col binocolo. Niente. Fa vedere, disse il ragazzo. L’uomo gli passò il binocolo e il ragazzo dette un’occhiata anche lui. Senti, ragazzo, disse l’uomo, hai capito bene che cosa devi fare.

Il ragazzo si voltò verso l’uomo, lo guardò negli occhi. Annuì. Bene, disse l’uomo, e sorrise. Oggi è il tuo grande giorno, disse. Che bel grande giorno del cazzo, pensò. Mica su una branda con una ragazza, mica a vedere gli Irons. Sdraiato tra le macerie con un’arma anticarro. Tu ce l’hai la ragazza, gli chiese. Sì, disse il ragazzo. E dov’è, gli chiese l’uomo. Combatte anche lei, rispose il ragazzo. Dette una pacca sulla spalla del ragazzo. Nel tendere il braccio sentì una fitta di dolore che lo attraversò da capo a piedi. Il ragazzo se ne accorse. Io qui non ti ci lascio, disse all’uomo.

Tu farai quello che ti dico io, rispose l’uomo. Poi si pentì della sua risposta dura e strizzò l’occhio al

ragazzo. Sono il tuo ufficiale in comando, disse, e strizzò l’occhio. Il ragazzo annuì, per nulla

convinto. Avrai modo di andare a Londra, disse l’uomo. Quando questa merda sarà finita. Ma prima

abbiamo un lavoro da fare. Il ragazzo annuì e strinse l’arma anticarro. Bravo, gli disse l’uomo,

prenditene cura. Aspetta, disse il ragazzo, e prese il binocolo. In lontananza si sentiva un brusio, come un rombare di tuono quando il temporale si avvicina. Dai qua, disse l’uomo. Il ragazzo gli passò il binocolo e l’uomo ci guardò dentro. Ci siamo, disse, stai pronto. È una colonna, chiese il ragazzo.

No, rispose l’uomo, è uno solo. Lo stronzo si è perso, disse il ragazzo. E noi lo abbiamo trovato, disse l’uomo. Posò il binocolo a terra. Il ragazzo si inginocchiò e mise l’arma anticarro sulla spalla.

Appoggiò l’occhio dentro il mirino. Tira giù quello stronzo e corri, gli disse l’uomo. Il ragazzo non

rispose. L’uomo si sdraiò pancia a terra e tolse la sicura al fucile. Pensò che stavano per abbattere dei ragazzi come quello che aveva accanto, mandati là a morire per nulla, per le mire di un pazzo, poi decise di smettere di pensarci. Tirò su con naso e sputò fuori un grumo di muco e sangue. Sentì il freddo che arrivava.

Vaffanculo, disse piano. Il ragazzo non lo sentì. Il rumore che somigliava a un tuono aumentava. Un carro armato con una zeta bianca dipinta sul muso e sulla torretta sbucò dall’angolo in fondo alla strada. Dietro camminavano piano figure in mimetica. Non aver paura, disse l’uomo. No, rispose il ragazzo. Mira alla zeta, disse l’uomo, a quella sulla torretta. Un sottile fascio di luce verde partì dal mirino dell’arma anticarro e si posò sulla zeta.

Dai, disse l’uomo. Il ragazzo premette il grilletto e l’arma anticarro sprizzò fuochi d’artificio dal retro e il razzo partì, il ragazzo stette per cadere all’indietro ma si riprese e rimase a fissare il razzo che scivolava nell’aria seguendo il ricordo della luce laser, e aveva gli occhi sbarrati e una specie di

sorriso fanciullesco stampato in faccia. Vai, vai, vai, diceva, forse a sé stesso o forse al razzo. E quello andava e andava e andava, e arrivò a posarsi con uno schianto sul carro armato. Ci fu uno scoppio e un clangore metallico e fumo e urla e un viavai dei soldati che fuggivano a ripararsi. Il colpo aveva divelto la torretta e l’aveva scagliata diversi metri più in là. Il resto del carro armato bruciava, avvampato di fiamme e fumo nero del carburante. Affanculo, disse il ragazzo. All’inferno, disse l’uomo.

Il ragazzo si alzò in piedi, si mise l’arma anticarro sulla spalla, guardò l’uomo. Vai, gli disse

l’uomo, e coraggio. E prudenza. Torno qua a riprenderti, disse il ragazzo, torno coi rinforzi. No, disse l’uomo, vai e basta. Il ragazzo annuì e prese a correre, curvo sotto il peso dell’arma anticarro, veloce quanto poteva. L’uomo lo guardò correre e sparire dietro l’angolo di un palazzo sventrato, poi tornò al suo fucile. I soldati dispersi dallo scoppio stavano tornando a radunarsi, gridavano e indicavano nella sua direzione. Quando li vide avanzare coperti trattenne il fiato e cominciò a sparare.

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