Racconto di Giovanni Filomena

(terza pubblicazione – 3 aprile 2019)

 

L’esperienza/Il ricordo che accomuna quasi ogni donna, ogni ragazza di 16 anni, è una passeggiata sotto il sole o in compagnia sul lungomare, aver disperso nell’aria le proprie risa, meditato al sorgere o al tramontar del sole, sognato il grande amore ad occhi aperti ed un futuro di successo.

Tutto a quell’età è lecito e spontaneo sperare, desiderare. Quel che è certo è che bisogna solo aspettare di crescere, sì, forzando un po’ la mano perché ciò non rischi di venir cancellato poco a poco dalle fragilità che di pari passo crescono con le aspirazioni.

E son certa che anche mia madre sognasse per sé una vita e un amore diverso, che la rendesse unica, felice, amata. Ma lungo il cammino si è persa, ritrovandosi spesso a fare i conti con le proprie fragilità, debolezze che l’hanno portata a scendere a compromessi su compromessi, illudendosi ogni volta che quella sarebbe stata la volta buona. E così sono nata io. Il frutto di un amore sbagliato. Amori così sbagliati da venir spesso trascurata, messa da parte per ritrovarmi poi in qualche angolo di casa a consolare in un abbraccio materno ciò che rimaneva di lei: un corpo ferito, un cuore umiliato, un volto insanguinato.

Ed ogni volta, ad ogni lacrima, ad ogni parola singhiozzata, ad ogni abbraccio, a strapparle la promessa vana che quella sarebbe stata l’ultima volta per lui, che era giunto il momento di denunciarlo.

Ma l’amore, anche quando è malato, non risponde alla ragione, tanto più se si è aggrappati a quell’idea di amare e essere amate a tutti i costi.

Io, però, cominciavo a sentir per lei un certo distacco: dopotutto avevo solo 16 anni e sono ben altri gli interessi a quell’età che attirano la propria personalità!

E lei forse, per la prima volta, se ne era resa conto e per salvaguardare il nostro rapporto si era decisa a sporgere denuncia, sebbene poi non ci pensò su due volte a lasciarmi dai nonni e lasciare la regione.

Già, la regione nemmeno la città. Non bastava, così le avevano suggerito le autorità.

Ad onor del vero, lei mi aveva anche chiesto di seguirla, che si sarebbe occupata di me come del resto non aveva fatto mai. Ma glielo si leggeva chiaro negli occhi che era solo una frase fatta, dovuta, di circostanza: lei era preoccupata per la sua vita e io questo l’avevo percepito!

Forse un’altra figlia l’avrebbe seguita, non l’avrebbe lasciata sola. E forse anch’io se non fosse che gran parte della mia vita l’avessi vissuta dai miei nonni materni. Strano a dirlo ma quando mia madre mi ha chiesto di seguirla, ho pensato solo a loro e alla vita che mi apparteneva. Niente di più.

Così l’abbracciai per l’ultima volta prima che partisse per il Nord e riabbracciasse una nuova vita.

Ma aveva ragione lei: quella storia poteva finire soltanto con la morte degli stessi protagonisti.

Nessuno avrebbe potuto trovar pace se non attraverso la morte.

E puntualmente quel giorno arrivò: mi trovavo in paese a passeggiare sola, quando mi si parò davanti lui con una pistola dritta al volto. Già altre volte dopo la partenza di mamma l’avevamo incontrato, io e i nonni. Ogni volta chiedeva di lei e ogni volta se ne andava sbattendo la porta. Ma era evidente che non si sarebbe arreso. E quel giorno era la resa dei conti. E a farne le spese fui proprio io, che all’ennesima richiesta di sapere dove fosse lei, risposi “Da me non lo saprai mai! Non la meriti! Sparisci per sempre dalla nostra vita!

Fallito!”.

Forse non pensavo arrivasse a tanto, a sparare in faccia a una ragazzina, in pieno giorno e davanti a qualche testimone. E forse nemmeno lui si aspettava che una ragazzina si spingesse a tanto, a mostrare tutto quel coraggio che persino “all’amore della sua vita” era mancato.

E forse per l’umiliazione   una ragazzina/ mocciosa gli aveva tenuto testa – o forse per non uscire di scena a mani vuote, mi sparò e si ammazzò.

La pallottola mi colpì in pieno volto e anche per me non ci fu nulla da fare.

Ugualmente, però, di una cosa vado fiera:la mia vita ha ridato luce alla vita di chi 16 anni prima l’aveva donata a me con gli stessi timori, perplessità e speranze/paure. Addio mamma!