Articolo di Melania Ferrari

 

L’uomo si mostra veramente testardo a maggior ragione davanti a un problema impossibile come la definizione di caso. Perchè questo accanimento definitorio, anzi de-finitorio? Forse per porre dei confini a qualcosa che di per sé è inarginabile, che ci tiene sul palmo della sua mano – se ce l’ha – e lo muove verificando ogni tanto, svogliatamente, se siamo ancora in piedi, o in ginocchio o dannatamente spalmati a terra?

Ci piacerebbe raccontarcela così perché narrare è anche un modo per rivendicare potere, per tentare di conoscere ciò che ci accade o ciò in cui siamo immersi e ci trascina dove gli va.

E di nuovo ecco presentarsi la parola come unica risorsa dell’essere umano di fronte a qualcosa di insondabile, che al massimo può essere oggetto di esercizio filosofico, ma mai accessibile in toto.

Di fronte al divieto non si resiste: bisogna andare oltre o scavalcando la staccionata o abbattendola addirittura. Questa è la natura umana. Ma davanti al caso, o Caso con la maiuscola in atto di ossequio, la staccionata prevede uno sviluppo infinito in lunghezza, in altezza e nello spessore. Che fare dunque?

Narrare, descrivere, ipotizzare, fare il gioco del se potessi. In generale usare la parola come unica risorsa che ha abdicato a regalare verità, ma sa ancora essere la voce dei sensi umani.

Ritornando però alla questione fondamentale, ovvero cos’è il caso, esso è una delle cause delle azioni umane? Vero. È la fionda che lancia il sasso “umano”? Vero pure questo. Non esiste? Anche questa idea ha il suo piedi-stallo. Di fronte al caso tutto è plausibile e niente è definitivo, come se qualche Ente supremo avesse pensato per noi fragili creature dei dilemmi su cui arrovellarci. Ci arrovellassimo tutti però! Forse ci sarebbe maggiore pulizia interiore e minor delirio di onnipotenza.

E ora provo io a formulare la mia concezione rispetto al Caso, a cui sento devotamente di lasciare la maiuscola. Egli (così gli faccio compiere un salto di qualità nella scala di considerazione pronominale umana) è il liquido amniotico in cui siamo immersi dopo che delle variabili cosmiche hanno deciso di incontrarsi al bancone degli eventi imprevisti. Siamo dunque dei vincitori di concorso, quelli che, non se ne sa il motivo, hanno avuto il biglietto estratto della lotteria della vita, senza però sapere il dove e il quando. Già esistere è quindi incredibile.  Oppure mi viene in mente un foglio bianco su cui io bambina traccio con impegno parole e disegni relativi al mio futuro, contenta e fiduciosa. Poi giro lo sguardo verso un signore grande di cui non riesco a scorgere il volto, percepisco che mi sorride e mi lascia fare, pur sapendo che lui ha già nei capacissimi cassetti della sua scrivania delle storie fissate per ciascun individuo che poserà piede sulla Terra. Questo signore sa già da millenni chi sarà il vincitore del Mondiale 2026, ma intanto lascia che gli umani si divertano a giocare. Cos’altro infatti, di sensato, hanno? Non di certo il farsi la guerra.

Ma questo forse è sfuggito paradossalmente proprio al Caso.

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