Racconto di Franco Germino

Iniziativa letteraria – LaSvoltaDelCaso

 

Vivo in un paesino della regione conosciuta con due nomi: Basilicata e Lucania.

Due nomi per la stessa terra, come se nemmeno lei sapesse chi è.

Ci sono nato, ci sono cresciuto e a sessantun anni posso affermare di non essere mai andato via. Non per scelta “eroica”. Per abitudine, forse. O solo per indolenza.

Questa è la storia di mio nonno, e anche la mia.

Mio nonno si chiamava Francesco, ma in paese tutti lo conoscevano con l’appellativo di Francisc’ u’ Tuscan’, ossia Francesco il Toscano, perché proveniva dalle montagne aspre dell’appennino pistoiese.

Arrivò in paese alla fine degli anni Venti, da rifugiato, ricercato dalle squadracce fasciste. Parlava solo un italiano forbito e non capiva il dialetto locale. Fu accolto da una famiglia che gli diede asilo, come capitava allora sovente a chi scappava.

Un giorno gli chiesero di andare a prendere del prezzemolo.

Lui non sapeva che in paese si dice putrusin.

Girava per le case, chiedeva, nessuno capiva.

Poi incontrò un amico notaio, uno dei pochi istruiti al tempo, che gli rivelò la parola corrispondente. Francesco ringraziò e riprese il cammino.

Incontrò una ragazza mora, minuta, e le chiese, con pudore imbarazzato e un accento improbabile, un poco di putrusin.

Da quel giorno Francesco cominciò a frequentarla. Si fidanzarono, si sposarono.

Quella ragazza sarebbe diventata mia nonna Rosina.

E lui, il forestiero, il braccato, che chiedeva prezzemolo in una lingua che non era la sua, diventò uno del paese. Non tornò mai più indietro.

Adesso, io vivo in una terra con due nomi, nipote di un uomo con due vite.

Quella che ha lasciato fuggendo.

E quella che ha trovato chiedendo, per sbaglio, un mazzetto di prezzemolo.

E ha permesso a me la possibilità di esistere.