Articolo di Redazione
TANTO PE’ PARLÀ… NO
Se si può usare l’espressione «oro nero» per il petrolio, «oro blu» per l’acqua, allora c’è un altro bene prezioso sta diventando sempre più raro, un nuovo «soffio d’oro» ed è la parola.
Oggetto di costanti operazioni di sabotaggio, attacchi incrociati di chi intende indebolirla e sfibrarla, arrivando così a un rumore che disorienta e fa smarrire: questo è il punto di partenza che permette a Venanzio Postiglione, vicedirettore del Corriere della Sera, di farci spazio e aiutarci a viaggiare lungo un itinerario costituito da 10 termini che, incontrandosi, ci fanno toccare il senso del nostro essere.
Si parte con democrazia, vestito che sembra essere caduto in disgrazia, non piacere più soprattutto perché troppo colorato o troppo largo.
Si prosegue con felicità, il termine più attraente e «appetitoso» di tutti, che ormai ha talmente tante desinenze, talmente tante personalizzazioni che si è ben lontani dal quel punto che concentra la felicità nell’incrocio tra dimensione pubblica e privata. Il punto non c’è più, compaiono solo, sul foglio del nostro tempo, infinite rette che vanno parallelamente e non si incontrano mai. E non hanno, forse, più voglia nemmeno di incontrarsi.
Arriva poi pace, che Postiglione presenta come la più grande scoperta della storia perché è la guerra che invece nasce con noi umani, il conflitto, il definire per mezzo del contrasto, il distacco. Inoltre aggiunge un attributo che è l’unico capace di restare accanto a un termine così paradossalmente spaventoso, visto quanti la rifuggono, ed è giusta.
Ogni parola proposta, grazie alla passione che l’autore mette in ogni pagina, apre in chi legge squarci importanti per vedere come stanno questi dieci termini nel nostro vocabolario interiore.
È un camminare vedendo i passi e avendo il coraggio di fermarsi. È un libro, quello di Postiglione, che già nel titolo inchioda davanti a una responsabilità su cui dobbiamo aprire gli occhi per non naufragare in un mare senza che ci sia il benché minimo sentore di dolcezza: Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento.
È un testo che va doverosamente letto per ritrovare un principio fondante, secondo cui le parole sono l’unico strumento che porta dall’invisibile al visibile, dal nostro universo interiore alla condivisione con gli altri, che consente di fermare la realtà sottraendola alla vorace fame del tempo, di restare umani evitando di svendere le «fotografie» della nostra storia a un’IA che le sminuzza in dati buttati in una memoria indifferente.
Etimologie, citazioni, aneddoti aiutano a intraprendere una lettura che è quel viaggio che ancora sa regalarci la meraviglia, figlia di un incontro unico che può avere la sua gestazione solo nello spirito umano
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