Racconto di Ileana Collini
Questa è la storia di un rito. Un rito spezzato.
Siamo fatti di riti, tutti noi, checché ne pensiamo. Per sfuggire a questo ancestrale respiro a volte li chiamiamo banalmente routine; quando arrivano a condizionare la nostra esistenza, li chiamiamo manie. Nessun essere vivente ne è esente: anche gli animali hanno i loro.
Thomas indossa il grembiule e gli stivaloni di gomma. Un grugnito caldo di saluto giunge dalla tana e scompone appena il suo barbone nero, prima che lui scompaia nella cucina. Io sono alla finestra all’ultimo piano del palazzo di fronte, oltre la siepe che confina con lo Zoo di Berlino. È mattina presto e sono già sveglia — per non dire ancora sveglia — con la mia tazza di caffè fumante tra le mani. Knut attende impaziente, pestolando avanti e indietro. Aspettiamo assieme: io controllo l’orologio e immagino che anche Knut lo faccia, a modo suo.
Sono le sei spaccate. Con precisione teutonica, Thomas esce dalla cucina fischiettando la Cavalcata delle Valchirie in chiave di basso. Knut lo sta aspettando: si alza sulle zampe posteriori e lo sommerge in un bianco e delicato abbraccio, sfregolando il muso contro la sua barba scura. Poi si tuffa sulla ciotolona della succulenta colazione.
Knut è un cucciolo di orso polare orfano e Thomas è il suo umano adottivo. Vederli ogni mattina assieme, felici di scherzare e farsi confidenze, fa star bene per tutta la giornata. L’orsetto è diventato una piccola star: i visitatori si abbandonano a gridolini e risate divertite ogni volta che, sgambettando, si tuffa nella piscina. E Thomas si tuffa con lui. I due trascorrono assieme gran parte del tempo. Thomas lo accompagna, lo guida e lo protegge dai clamori degli astanti, dosando le sue apparizioni pubbliche.
Eppure, man mano che Knut cresce, scorgo nello sguardo di Thomas un’ombra, scura come la sua barba: sa che quel legame così intimo dovrà prima o poi sfilacciarsi, per permettere a Knut di diventare grande e avvicinarsi alla sua natura di signore dell’Artico. Il tempo passa, Knut cresce, e quell’ombra in Thomas si fa sempre più densa.
Poi arriva quella mattina. Dalla finestra non vedo alcun movimento oltre la siepe. Le sei sono passate da un pezzo. La porta della cucina resta chiusa; nessuna Valchiria fischiettata fende l’aria fresca dell’alba. Knut cammina avanti e indietro, poi si accuccia vicino al cancello con il muso tra le zampe.
Thomas oggi non c’è. Non sarebbe arrivato mai più. Il rito si era infranto e Knut, in quel silenzio lungo e anomalo, aveva già capito. Ora era solo.
Da anni non vivo più a Berlino. Solo l’estate scorsa sono riuscita a tornare. La notizia della scomparsa di Thomas mi aveva così sconvolto che avevo chiuso sotto chiave, nel forziere delle rimembranze, tutte le immagini e le sensazioni che mi legavano a quel luogo, a quel rito quotidiano.
Sono tornata allo zoo a trovare Knut. L’orsetto goffo di un tempo è diventato un adolescente irrequieto che si trascina svogliato. Non si tuffa più in piscina, la sua pelliccia è sporca e arruffata. Condivide lo spazio con altri orsi, ma a malapena sembra accorgersene. Non è più la grande attrazione del parco.
Vorrei finire questa storia con una bella frase consolatoria, un’apertura sul futuro. Non ne sono capace. Poco tempo dopo la mia visita a Knut, sul giornale è apparsa la notizia della sua improvvisa scomparsa. E io non riesco a fare a meno di pensare al Piccolo Principe e alla sua Volpe: a quanto ci si esponga al dolore quando ci si lascia, anche solo per un istante, addomesticare.
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