Racconto di Moreno Maurutto

(Prima pubblicazione)

 

Lo scemo è morto.

L’ha detto qualcuno davanti al lenzuolo bianco macchiato di rosso ruggine.

Vedo la sua bicicletta accartocciata sotto la macchina.

Un sandalo sull’asfalto, lontano dal corpo di quell’omone con le gambe grosse e il busto curvo in avanti.

«Lo conosceva?» mi domanda il carabiniere.

Annuisco: «Sì, abitavamo nello stesso condominio.»

Il sole è basso, tutto attorno c’è un brusio simile a una cantilena.

Abitava al primo piano. A quel tempo, io avevo sempre fretta e un pallone tra le mani. Scendendo, lo incrociavo sull’ultima rampa che portava in giardino.

«Ho i piedi piatti» si giustificava per quella sua goffa lentezza che mi intralciava, occupando tutta la larghezza del gradino.

Sfoderava un sorriso imbarazzato, mostrando denti avorio ingialliti che risaltavano sul faccione abbronzato.

Un gigante fragile, una comparsa uscita da un vecchio film in bianco e nero.

Era premuroso. Si preoccupava che portassi i suoi saluti ai miei. Ci interrogavamo sulla fatica di pedalare controvento o sul caldo appiccicoso, il freddo secco o la pioggia al buio.

Non ricordo di averlo mai visto con un attrezzo tra le mani, né con indumenti da lavoro.

Ma, fosse estate o inverno, calzava sempre e solo sandali francescani. Erano marroni e custodivano dei piedi enormi che non trovavano scarpe adatte.

Il maresciallo è gentile, gesticola e scandisce le parole senza esitazioni. Gli consegno la patente, il libretto e il telefono. Firmo la dichiarazione.

I curiosi vengono allontanati.

La sua bicicletta è una Legnano degli anni Cinquanta con i freni a bacchetta.

L’appoggiava al muro, proprio sotto la finestra della sua camera da letto. L’inforcava con regolarità soprattutto all’ora di pranzo, quando raggiungeva il grande edificio bianco dalle persiane verdi e dal nome strano, dove la stranezza di Giorgio scompariva tra tutte le altre.

Era alla sera, però, che dava il meglio di sé.

Si sintonizzava, subito dopo cena, su una stazione radio che diffondeva musica lirica.

La ascoltava ad alto volume, perché sordo dall’orecchio sinistro. Era stato un regalo, tanti anni prima, di un insegnante che bacchettava nel vero senso della parola.

E cantava le arie con entusiasmo e vigore, suscitando ilarità e sdegno.

Qualche condomino aveva protestato per il disturbo insolente, ma Giorgio, che da quell’orecchio non ci sentiva, aveva proseguito imperterrito.

Così il disagio era diventato normalità.

 

Gorgheggiano i merli, mentre gli spettatori si dissolvono.

Ho un formicolio alle dita delle mani, come se avessi dei granelli di sabbia sottopelle.

Mi accendo una sigaretta.

 

Giorgio aveva un’altra passione.

Già nelle prime giornate calde di primavera, curvo sulla sua inseparabile bicicletta, raggiungeva l’arenile del vecchio porto dismesso. Un’area soffocata dalla bonifica in cui resisteva una banchina in rovina. Giorgio parcheggiava la sua Legnano e si inoltrava, come un equilibrista, tra i blocchi di pietra disordinati, raggiungendo il punto più lontano. Lì era rimasta ancora una piccola torretta che di notte lampeggiava per sprovveduti diportisti.

In quel punto estremo, con davanti il cielo azzurro e il blu del mare, mentre le onde si sgonfiavano sulle rocce, poteva finalmente sdraiarsi. L’asciugamano era ridicolmente piccolo per contenere quel corpo completamente nudo. Già, perché Giorgio, quando faceva molto caldo, sentiva il bisogno di spogliarsi, persino nel rifugio in cui lavorava.

Era proiezionista in una sala cinematografica cittadina: “Il Principe”.

Raggiungeva il suo piccolo locale accedendo da una ripida scala esterna in ferro. In quelle sere afose rimaneva, tra bobine e pellicole, nudo come mamma lo aveva fatto, a parte gli inseparabili sandali. Tutto sarebbe filato liscio se una sera la cassiera non fosse entrata all’improvviso. Imbarazzata, si era precipitata dal direttore, in cerca di spiegazioni e soddisfazione. La questione andava risolta e così, il pomeriggio seguente, Maurizio, il direttore, si era presentato a casa di Giorgio.

Aveva suonato un paio di volte, il tempo sufficiente perché Giorgio indossasse un paio di pantaloncini e una camicia blu a maniche corte consumata, che aveva lasciato sbottonata.

Erano usciti in giardino, sedendosi sul basso muretto del vialetto.

Maurizio sapeva che non sarebbe stata una cosa breve.

Alle sue rimostranze Giorgio ascoltava e assentiva, salvo poi replicare sempre nello stesso modo: «Ma se fa caldo, ho caldo e devo togliermi i vestiti.»

Maurizio, di natura indulgente, quella volta non voleva andarsene senza ricevere rassicurazioni, mentre Giorgio sembrava non capire tanta ostinazione, finché, a un certo punto, aveva smesso di replicare. Aveva appoggiato il palmo delle mani sul bordo del muretto, come se avessero già finito di parlare e ciò che restava da fare era soltanto alzarsi e salutarsi.

Esibendo uno dei suoi sorrisi dagli occhi limpidi, era rimasto in quella posizione in attesa che Maurizio facesse lo stesso.

E così, per entrambi, quel confronto si era concluso.

Giorgio non si accalorava mai, né sprecava il tempo in discussioni inutili.

Un uomo goffo, ingombrante e disarmante o, come dicevano in tanti, soltanto uno scemo.

 

Sfiato con forza il fumo della sigaretta, mentre il maresciallo, accompagnato da un brigadiere, mi raggiunge stringendo un foglio in mano.

Scuote la testa.

Il responso del mio alcol test è positivo.