Racconto di Gianni Lussoso
(Prima pubblicazione)
La macchina da scrivere nella borsa di cuoio pesava più del solito. Giulio, ventiduenne giornalista di Pescara, era arrivato all’Aquila per raccontare il fango e la gloria del rugby locale. Ma la notte del 6 aprile 2009 cancellò lo sport, le tattiche di gioco e il futuro in un unico, interminabile boato di trenta secondi.
Quando la terra smise di tremare, la città era avvolta da una nebbia di gesso e urla. Giulio trovò un filo di linea sul cellulare per chiamare la redazione. La risposta del caporedattore fu un ordine secco, privo di retorica: «Resta lì. Dimentica il rugby. Adesso fai la cronaca di un disastro». Anche un giornalista sportivo, davanti alla storia, deve piegare la schiena e cambiare penna.
L’indomani, L’Aquila era una città fantasma sfigurata dal sole dell’alba. Giulio camminava tra i vicoli sventrati, l’obiettivo della macchina fotografica puntato sul vuoto dei palazzi crollati. All’improvviso, nel silenzio irreale di una via secondaria, inquadrò qualcosa che non era pietra: una manina minuscola, sporca di bianco, che si muoveva debolmente tra i blocchi di cemento armato.
Il sangue gli si ghiacciò nelle vene. Urlo aiuto con tutto il fiato che aveva in corpo, ma capì che non c’era tempo per aspettare. Buttò a terra la macchina fotografica. Con le mani nude e una forza che non sapeva di avere, afferrò un pesante blocco di cemento, sollevandolo quanto bastava. Sotto la polvere intravide un polso esile. Lo afferrò con delicatezza, ma con una fermezza assoluta, stringendo un patto silenzioso con quella vita sepolta.
Mentre la tirava fuori, un gruppo di vigili del fuoco arrivò di corsa a dargli man forte, sollevando gli ultimi detriti. Era una bambina, avrà avuto dieci o dodici anni. Quando la luce del giorno la colpì, aprì gli occhi: erano pieni di polvere e detriti, ma sgranati per il miracolo indescrivibile di sentirsi ancora viva.
La adagiarono su una barella verso l’ambulanza. Giulio non la lasciò. Salì con i paramedici, tenendole la mano per tutto il tragitto, quasi temesse che lasciandola potesse svanire di nuovo. Ma arrivati al Pronto Soccorso, il caos dei camici bianchi lo respinse. Un medico lo guardò negli occhi, stanco ma grato: «Grazie, ragazzo. Hai fatto il tuo. Adesso ci pensiamo noi. Non c’è più bisogno di te».
Nei giorni successivi, Giulio tornò più volte a cercarla, ma un’infermiera scosse il capo: «È stata dimessa. Alcuni parenti sopravvissuti l’hanno portata all’estero con loro. Ma ti ha lasciato questa». Era una busta spiegazzata. Dentro, un foglio di quaderno a quadretti scritto con grafia tremante: «Mio salvatore, mi hai ridato la vita ed essa sarà tua per sempre. Cerchiamoci. Rosetta».
Giulio custodì quel biglietto nel portafoglio per anni, mentre la sua carriera avanzava. Il tempo passò, curando le ferite dell’Aquila ma non sbiadendo quel ricordo.
Diciassette anni dopo, nel 2026, il giornalismo sportivo lo portò dall’altra parte del pianeta. Giulio volò in Nuova Zelanda per un reportage sugli All Blacks. Prese una stanza al Park Hyatt di Auckland, con le vetrate affacciate sul porto. Il rugby, che lo aveva portato all’Aquila in quella tragica notte, era lo stesso filo conduttore che ora lo guidava a diecimila miglia da casa. Dopo un paio di sere, due giocatori neozelandesi gli fecero una proposta: «Ehi, italiano, stasera ti portiamo a cena da Baduzzi, un ristorante italiano giù al Wynyard Quarter».
I piatti fumanti e le risate dei due rugbisti riempivano l’atmosfera calorosa del locale. A metà della cena, una figura si avvicinò al tavolo. Era una splendida ragazza dall’eleganza naturale. Guardò Giulio con intensità, i suoi occhi scuri brillarono sotto le luci.
«Scusate il disturbo», disse in un italiano perfetto, sfiorato appena da un’inflessione abruzzese. «Ho sentito parlare la vostra lingua. Ma lei… lei ha un volto che conosco. Vive per caso all’Aquila?».
Giulio posò le posate, col cuore in gola. «No, sono di Pescara. Però nel 2009 ero all’Aquila per seguire la squadra di rugby. È lì che ho lasciato un pezzo di cuore».
La ragazza sgranò gli occhi. In quel preciso istante, la polvere e le macerie di diciassette anni prima svanirono. Senza dire una parola, fece un passo avanti e gli prese la mano. Il tocco era lo stesso: esile ma forte.
«Sono Rosetta», disse con la voce che tremava di gioia.
Giulio la guardò, smarrito. «Rosetta… La bambina dell’Aquila?»
A quelle parole, la ragazza accennò un sorriso umido di lacrime e annuì. Non servirono altre spiegazioni. I due rugbisti degli All Blacks, intuendo la solennità di quel momento, si scambiarono uno sguardo d’intesa, si alzarono in silenzio e si allontanarono verso il banco del bar per lasciare loro ogni spazio.
Giulio si alzò di scatto dalla sedia. Per un istante rimase immobile, come sopraffatto dal peso di diciassette anni di ricordi concentrati in quel singolo metro che li separava. Poi le aprì le braccia e Rosetta vi si rifugiò senza esitare. Non era più il contatto disperato tra un soccorritore e una vittima tra le macerie, ma l’abbraccio caldo di due anime che si erano cercate attraverso il tempo.
Si sedettero al tavolo, dimenticandosi del cibo ormai freddo e del brusio del ristorante. Rosetta raccontò degli anni trascorsi in Australia con gli zii, della fatica di ricostruirsi una vita lontano dall’Abruzzo e di come non avesse mai smesso di conservare la speranza di rincontrarlo. Giulio estrasse dal portafoglio il biglietto stropicciato su carta a quadretti, ormai ingiallito dai decenni: lo mostrava fiero, come una reliquia.
Parlarono per ore, finché il locale non iniziò a svuotarsi. Il filo invisibile legato a una notte di terrore del 2009 non si era mai spezzato: si era solo allungato fino all’altro capo del pianeta per riannodarsi, finalmente, in una sera di luce e di pace.
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